Da poche settimane l'Egitto ha un nuovo presidente, il generale Abdel Fattah al-Sisi che ha ottenuto una percentuale plebiscitaria di preferenze, il 96,2%, peraltro con una partecipazione al voto appena del 44 per cento, nonostante l'estensione di un giorno del periodo di votazione, decisa a seggi aperti.

Anche tenendo conto di questa rilevante astensione, il Paese (Figura 1) risulta essere spaccato in due: coloro che hanno votato Al Sisi e coloro che non si sono presentati al seggio elettorale perché non si riconoscono in nessun candidato.
Lo scenario è quindi almeno in parte simile a quello delle elezioni di due anni fa (affluenza 46,4 per cento) anche se allora il voto fu suddiviso tra addirittura sei candidati.

I dati mostrano che ci troviamo nel pieno di una fase di transizione, dopo le tensioni che hanno portato alla destituzione del Presidente Morsi e all'approvazione della nuova Costituzione nel dicembre 2013, che sostanzialmente conferma una posizione di rilievo dei militari nella vita politica e introduce restrizioni alle manifestazioni di protesta.
La stabilizzazione politica è una delle sfide che il nuovo presidente si appresta ad affrontare: il delicato passaggio verso una democrazia che vuole andare oltre le proteste e le manifestazioni rivoluzionarie di piazza del 25 gennaio 2011 contro Mubarak e del 30 giugno 2013 contro Morsi e riprendere concretamente la strada dello sviluppo economico.

La presenza di un Presidente militare "forte" va proprio nel senso di voler arginare chi incita alla violenza e organizza atti terroristici. Tra i gruppi individuati come "pericolosi" il primo posto spetta ai Fratelli Musulmani che sono stati dichiarati recentemente fuorilegge dalle autorità egiziane e il cui leader Badie è stato condannato a morte insieme ad altre centinaia di appartenenti al movimento, rei, ad esempio, di essere stati responsabili di omicidi commessi durante le proteste per la destituzione del presidente Morsi.

Fino a pochi anni fa, la situazione era molto più rosea: l'Egitto infatti ha alle spalle un periodo di crescita economica (negli anni pre-crisi la crescita del Pil si aggirava intorno al +7% annuo), il che testimonia la possibilità per il Paese di percorrere - a determinate condizioni - il difficile sentiero del miglioramento dello standard di vita della popolazione. Addirittura nel 2009 il Paese era stato incluso tra i CIVETS (Colombia, Indonesia, Vietnam, Egitto, Turchia e Sudafrica ) destinati a replicare le speranze dei BRIC (Brasile, Russia, India e Cina).
Poi a causa dell'instabilità politica e sociale, l'economia egiziana si è fermata (Figura 2) e ha vissuto momenti particolarmente difficili ben prima dell'elezione di Morsi a presidente.

Quali "i numeri" principali? Nel corso degli ultimi anni si sono registrati:

a) la difficoltà del commercio internazionale (il valore delle esportazioni è praticamente invariato almeno dal 2007 contro un incremento delle importazioni con conseguente posizione critica della bilancia dei pagamenti - Figura 3);
b) il crollo degli Investimenti Diretti Esteri (6,5 miliardi di dollari nel 2010, nemmeno 2 nel 2013 - Figura 4);
c) la crisi del turismo. L'Egitto era considerato dalla Banca Mondiale uno dei luoghi più pericolosi dove trascorrere le vacanze e la Farnesina stessa ha sconsigliato solo a fine febbraio di andare in Egitto a causa del rischio attentati (Figura 5).

Oggi, grazie alle misure di stimolo fiscale e monetario e agli aiuti dei Paesi amici (in particolare il mondo arabo, e, al suo interno, i Paesi del Golfo e l'Arabia Saudita) si attende nella seconda metà del 2014 un'accelerazione del tasso di crescita annuale del Pil, tale da portarlo nel 2014 a 2,1%, ancora nettamente insufficiente per un Paese in cui la popolazione cresce di circa il 2 per cento l'anno, e, soprattutto, intorno al 4% nel 2015.

Anche questo dato non può bastare a riassorbire la disoccupazione e la povertà diffusa.
Nel corso del 2013-2014, la pressione inflazionistica si è fatta meno pesante rispetto ad anni precedenti in cui alcuni fattori (quali il deprezzamento della valuta, l'aumento di prezzi alimentari ed energetici, i maggiori costi di alcuni servizi legati al turismo e i persistenti problemi distributivi legati anche alle proteste nel Paese) la avevano portata a livelli molto alti.

Questa perdurante incertezza di fondo deriva dalla difficoltà, addirittura dall'impossibilità del mantenimento di buoni livelli di crescita senza un percorso di riforme strutturali e politiche. Solo un importante "pacchetto" di riforme può consentire di realizzare un sistema economico sostenibile caratterizzato da equità sociale ed efficienza nella allocazione delle risorse.Vista la situazione demografica e sociale di partenza sono necessari ritmi più che sostenuti di crescita del Prodotto Interno Lordo per non erodere ulteriormente lo status quo.

Precisamente la dinamica demografica degli ultimi anni ha fatto recentemente porre l'attenzione sul rischio della "bomba sociale", alla cui "esplosione" può essere attribuito il recente periodo di disordini: in un Paese in metà della popolazione ha meno di 25 anni, e la disoccupazione giovanile è molto elevata, è risultato facile per i movimenti di opposizione, non solo democratica ma anche violenta, far leva proprio sui giovani.

I governi negli ultimi anni ha tentato di "tenere a bada" le fasce più povere della popolazione con una politica assistenzialista basata su sussidi che hanno sì incrementato la capacità di spesa, ma anche provocato nel tempo problemi per i conti pubblici nazionali, profondamente in rosso vista la difficoltà ad alimentare sia le entrate fiscali sia il gettito delle esportazioni.
Le conseguenze sono deficit statale, forte indebitamento, difficoltà del commercio internazionale (il deficit della bilancia dei pagamenti è ormai cronico), inflazione alta, stato sociale in difficoltà e storicamente rivoltoso, scarse possibilità di "fare impresa". L'Egitto (Figura 6) è uno tra i Paesi in cui oggi è più difficile fare business: secondo la fondazione Heritage si trova alla posizione 135 al mondo, con un'altissima corruzione e scarsa difesa dei diritti di proprietà.

In conclusione quindi, il nuovo Presidente dovrà affrontare una sfida molto difficile: in primo luogo dovrà assicurare il recupero della stabilità politica, sociale ed economica, una vera e propria rifondazione dell'Egitto come stato di diritto. Posto questo pilastro, sarà cruciale percorrere la strada delle riforme fiscali, del lavoro, dell'istruzione e realizzare pesanti investimenti infrastrutturali, settore in cui potrebbero esserci soprattutto opportunità per imprese straniere.

Già qualcosa si è fatto, con l'approvazione di un nuovo pacchetto di stimolo del valore di quasi 5 miliardi di dollari - in gran parte finanziato dagli Emirati Arabi - che include misure a favore dello sviluppo delle abitazioni civili e delle infrastrutture e aiuti finanziari alle imprese. Questo pacchetto si aggiunge a due iniziative analoghe, per complessivi 6,7 miliardi di dollari, poste in atto nell'agosto e nell'ottobre 2013.

I recenti sviluppi politici hanno avuto un impatto positivo sui mercati finanziari: a partire dalla seconda metà del 2013 la valuta si è stabilizzata, il costo del denaro diminuito, la borsa è in fase di recupero.
Solo così, come un Egitto "nuovo", il Paese potrà essere considerato attraente sia dagli imprenditori locali che da quelli internazionali.

 

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