All'inizio del mese di luglio, il Presidente francese ha riunito un summit di oltre 40 Capi di Stato e di Governo dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. La stampa economica e politica si è immediatamente lanciata a rintracciare le cause di tale iniziativa francese e c'e chi ha insinuato che Sarkozy si senta messo all'angolo sia sul piano mondiale (chiuso da USA, Cina e Russia) che su quello continentale (dove la Germania ha una leadership al momento indiscussa).

In realtà l'idea di creare un'Unione dei Paesi del Mediterraneo e, soprattutto, di agganciare le coste non europee all'Europa Continentale non è, storicamente, una primizia. L'Impero romano congiungeva già, oltre 2.000 anni fa, gli aridi deserti nordafricani con le umide brughiere britanniche e le steppe centro europee.

Ma l'input dei nostri giorni, più che politico, pare economico. I Paesi mediterranei non ancora compresi nell'Unione Europea (o addirittura non europei da un punto di vista geografico) costituiscono mercati con significativi potenziali di espansione: sono contemporaneamente destinazione di export europeo o contesti di delocalizzazione alla ricerca di costi produttivi inferiori.
Certo, tali Paesi spesso presentano dei problemi da non sottovalutare: la Turchia ondeggia fra spinte europeiste e controspinte teocratiche; Israele si macera nel dilemma se aprirsi ad una vera espansione o continuare ad essere la roccaforte degli interessi etnici ebraici; l'universo balcanico deve ancora trovare un vero equilibrio dopo le sanguinose lotte degli anni '90, il Maghreb è alla ricerca della giusta sintesi fra Legge Coranica ed economia di mercato.

Alla ricerca di questa sintesi, il cammino già realizzato dall'Egitto lo pone davanti agli altri Paesi. Non tanto in termini di ricchezza prodotta, che anzi viaggia a circa un decimo del ritmo israeliano, in termini di PIL pro capite. Quanto piuttosto in termini di potenzialità implicita, considerata (Figura 1) l'entità della popolazione (75 milioni), inserita in un contesto che già da tempo si è mosso verso  l'occidentalizzazione.

L'Egitto viene definito una Repubblica Araba. In realtà fu molto "araba" fino alla sconfitta nella Guerra dei Sei Giorni (1967), quando appunto capeggiava con la Siria la coalizione anti israeliana. Poi l'Egitto si è progressivamente defilato da posizioni oltranziste sulla questione palestinese, anche perchè i suoi governanti intessevano crescenti rapporti con gli Stati Uniti. Il trattato di pace firmato nel 1979 con Israele, sotto la regia degli USA, condannò l'Egitto ad un certo ostracismo nel mondo arabo, consentendogli tuttavia di aprirsi sempre più all'occidente ed ai modelli economici di mercato.
La struttura politica e istituzionale dell'Egitto è di tipo repubblicano, ma ancora piuttosto abbozzata. L'elezione diretta del Presidente è stata introdotta solo nel 2005 e la competizione politica è ancora molto circoscritta. Il Presidente ha un controllo molto stretto sulla vita politica del Paese e il Parlamento (detto Assemblea del popolo) spesso si limita ad approvare le decisioni  del Presidente.

Con il referendum del marzo 2007 è stato introdotto un meccanismo che di fatto impedisce ai partiti di opposizione (quasi principalmente di ispirazione islamica) di incidere sulla vita politica ed economica. Ciò genera tensioni sul piano sociale, anche perché il Presidente Mubarak sta cercando di passare il potere  direttamente a suo figlio Gamal,  pur all'interno di meccanismi istituzionali.
Nonostante questo quadro con qualche sbavatura, il Governo sta attuando il programma politico, impostato nel 2004, i cui obiettivi strategici sono quelli di sostenere la crescita economica, aumentare l'occupazione e migliorare le condizioni di vita globali della popolazione.

In effetti i risultati sono incoraggianti (Figura 2 e Figura 3): il PIL, che aumentava del 3% annuo circa ad inizio anni 2000, si è portato al 7% annuo negli ultimi due anni ('06 e '07) e, pur con una lieve decelerazione, dovrebbe rimanere a cavallo del 6% annuo nel prossimo futuro ('08-'12). Investimenti ed esportazioni (nonostante una bilancia commerciale ancora in deficit) sono i motori principali della recente accelerazione economica egiziana.

 

I fattori chiave del processo egiziane si incentrano sullo sviluppo del settore privato e sulla rapidissima evoluzione del mercato finanziario, che pur evolvendosi a ritmi notevoli, ha però ancora molto terreno da recuperare rispetto ai modelli occidentali. Per non distrarsi da questi due target primari, il Governo ha per ora preferito rinviare un altro "appuntamento" fondamentale per l'Egitto, ovvero la riforma del settore pubblico, obiettivo irrinunciabile per la riduzione del disavanzo di bilancio.

Il prezzo che l'Egitto sta pagando a fronte dell'accelerazione congiunturale, si chiama (manco a dirlo…) inflazione. Da questo punto di vista, il Governo è "favorito" dal fatto che statistiche ufficiali iniziano solo dall'ottobre '07. Ciò nonostante l'accelerazione dei prezzi al consumo è evidentissima (Figura 4), visto che sono partiti dal 9% tendenziale, sono scesi a cavallo del 7% (fine '07), ma hanno poi iniziato una vertiginosa risalita fin oltre il 20% a luglio '08.

Le autorità monetarie sono dovute immediatamente correre ai ripari, invertendo la precedente politica di progressivi ribassi (Figura 5). Per ora più che toccare il Tasso di Sconto, si è preferito innalzare il Tasso di Rifinanziamento, introdotto nel '05, portandolo dai minimi dell'8% all'attuale 10,50%. I tassi del mercato monetario sono anch'essi chiaramente saliti e potrebbero proseguire fin oltre il 13%, proprio per strozzare la spirale inflattiva, salvo poi ridimensionarsi al 12% nel 2012.

La Sterlina egiziana (Figura 6) ha moderatamente approfittato della debolezza del Dollaro USA negli ultimi anni, mentre non  ha saputo contrapporsi alla forza dell'Euro, rispetto al quale ha ceduto circa il 25% da livelli di inizio '06. Il rialzo dei tassi interni avvalora previsioni di qualche recupero (Figura 2) della moneta egiziana nel corso nel 2008-'09, ma successivamente è probabile che le autorità monetarie interverranno per deprezzare un po' la moneta, al fine di agevolare le esportazioni.
L'Egitto dispone di un mercato borsistico, il cui trend (Figura 7) è risultato complessivamente crescente negli ultimi 5 anni, pur con non poca volatilità. Ora però l'andamento dell'indice si trova in corrispondenza dell'importante trend line di medio termine e solo un significativo rimbalzo eviterebbe ulteriori discese. Il listino egiziano è uno dei più interessanti fra i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo: gli investitori internazionali sono attirati sia dalla politica governativa di sviluppo economico e finanziario sia dalla struttura del comparto industriale (ancora in bozzolo, per lo più) costituito da PMI, operanti spesso in settori caratterizzati da molto potenziale di sviluppo.

Rispetto agli altri Paesi rivieraschi, l'Egitto è favorito dalla particolare posizione geografica. Sintetizzando si può dire che questo Paese possiede: due coste, un canale ed un grande fiume. Si tratta di fattori che comportano dei risvolti positivi per il potenziale sviluppo economico.

Il canale è naturalmente quello d Suez, che assicura incassi per i pedaggi.

Il grande fiume è il Nilo che ha mutato il suo ruolo storico e oggi, grazie anche ai grandi impianti come la diga di Assuan, assicura acqua ed energia per le attività lungo tutte le sue rive.

Le due coste sono quelle, contrapposte, che si affacciano da un lato sul Mediterraneo (e quindi verso l'Europa) e dall'altro sul Mar Rosso (e quindi verso il mondo arabo).

Oltre a ricoprire un notevole flusso di introiti turistici (specie quella del Mar Rosso), le due coste dell'Egitto potrebbero rappresentare gli ingredienti di base di un ruolo che il Paese sembra ricoprire agli occhi degli europei: quello di nuova porta verso l'Oriente.

                                                 Carlo Crovella

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