L'Egitto si estende per un milione di chilometri quadrati (quasi tre volte e mezzo in più dell'Italia), la sua economia è la terza più importante del gruppo dei Paesi dell'area Medio Oriente e Nord Africa (Paesi MENA), ed è popolato da 82 milioni di persone in costante boom demografico: la popolazione negli ultimi 25 anni è più che raddoppiata e il tasso di crescita è pari al 2% annuo (Figura 1).

E questo è il primo del problemi.
Se da un lato infatti una famiglia con molti figli è sinonimo di onore, dall'altro se la crescita demografica avanza più velocemente di quella economica, la ricchezza pro capite diminuisce e la "fertilità nazionale" si trasforma in una vera e propria "bomba a orologeria".
Tanto più se, come nel caso egiziano, la dipendenza alimentare risulta piuttosto elevata poiché il Paese importa il 40% delle forniture alimentari e il 60% del grano. E la "bomba" è scoppiata: sono stati migliaia, milioni gli egiziani scesi in piazza, dal momento dell'annuncio governativo di tagliare le sovvenzioni su alimentari ed energia. Ma andiamo per ordine.

A partire dal 2004, il governo Mubarak ha adottato profonde riforme volte a ridurre la vulnerabilità fiscale e monetaria; rafforzare la presenza del settore privato nell'economia, migliorare la produttività, l'efficienza e la competitività. Inoltre è stato fatto uno sforzo per dare maggiore flessibilità al mercato del lavoro e favorire gli Investimenti Diretti Esteri.

Tali interventi adottati dal governo hanno contribuito a un "cambiamento di marcia" dello sviluppo: proprio dal 2005 in avanti, il tasso di crescita del Pil è stato superiore alle previsioni e alla media dei Paesi del Medio Oriente e Nord Africa (Figura 2), segnando anche +7% negli anni 2007 e 2008.

Poi cosa è successo? Quali sono stati i fattori che hanno causato la fine dell'era dell'ormai ex presidente egiziano Hosni Mubarak dopo trent'anni di potere? In primo luogo la crisi economica internazionale che ha frenato l'intensità dello sviluppo "ad alta velocità" dell'Egitto e fatto così ridurre i benefici di cui la popolazione stava cominciando a godere. Nella seconda metà del 2010 e nei primi mesi del 2011, gli aumenti dei prezzi di prodotti energetici e alimentari - come accennato - hanno determinato un'accelerazione dell'inflazione: a maggio il tasso tendenziale era pari all'11,8% rispetto al 10,3% di fine dicembre 2010.

In secondo luogo, la corruzione (Figura 3) dilagante tollerata da Mubarak e percepita come diffusa nel Paese. L'Egitto si colloca al 111° posto su 180 Paesi in base all'indice delle libertà economiche, con un valore più basso rispetto alla media mondiale, segno che "tale male" pervade sia i funzionari di basso livello sia quelli di più alto.

E l'ormai ex Presidente Mubarak, dimessosi nel febbraio 2011 a causa della rivolta che ha visto violenti scontri tra manifestanti ed esercito, è attualmente sotto processo - e come lui moglie e figli - proprio per corruzione, appropriazione illecita di ricchezze anche attraverso l'abuso della sua posizione e concorso in omicidio di quasi mille manifestanti. Mubarak, malato di cancro, rischia ora la pena di morte per i reati citati. Intorno a lui, resta un elemento di incertezza per  la successione alla presidenza: la lotta è più che mai aperta e saranno probabilmente le "elezioni più democratiche di sempre" a decretare quale sarà il nuovo governo che avrà il compito di fare ripartire l'economia e sedare la protesta di piazza, scatenata dalle pessime condizioni economiche di buona parte della popolazione egiziana. Il malcontento popolare è incentrato sulla incapacità del governo di ridurre disoccupazione (al 10%) e povertà (uno su cinque vive con meno di due dollari al giorno), sulla carenza di riforme strutturali e strategiche per il rilancio dell'economia e sul desiderio di una maggiore inclusione politica.

Al fine di aiutare il Paese a risollevarsi, il FMI sta definendo di stanziare insieme a banche per lo sviluppo come la BEI (Banca Europea per gli Investimenti), la BERS (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) e ad altre istituzioni finanziarie internazionali una cifra superiore ai dieci miliardi di dollari per la ripresa.

Inoltre sono stati presi altri impegni da singoli stati nazionali come USA e Arabia Saudita che intendono ridurre il debito dell'Egitto (arrivato all'80% del Pil nazionale) di un miliardo di dollari, rendere disponibili due miliardi di dollari a garanzia di partnership pubblico - private e un altro miliardo a sostegno del rientro del Paese sui mercati.

 

Il Fondo Economico Internazionale stima per il 2011 una crescita dell'1%, contro una previsione pre - rivoluzionaria del 5,5%.
Tra tutti qual è uno dei settori più in difficoltà? Il turismo.
Due milioni di egiziani vivono di turismo - settore che fino a pochi mesi fa "pesava" più del 10% sul pil nazionale - e ora vedono in pericolo la propria fonte di reddito.

Il Direttore dell'Ente nazionale per il turismo egiziano, Amr El- Ezaby, afferma come le stime di perdite giornaliere sono comprese tra 25 e 27 milioni di dollari: gli alberghi che solo in gennaio 2011 erano pieni per il 75%, il mese dopo lo erano solo per il 10/11%. Anche se oggi i tassi di occupazione degli hotel sono in recupero specialmente nelle zone balneari del Sinai, situate più lontane rispetto alle "aree di tensione", i timori riguardano la sicurezza del Paese, l'instabilità politica e la violenza di piazza, fattori che frenano la ripresa del settore e del Paese.

Naturalmente anche la bilancia dei pagamenti (Figura 4) ha registrato un calo: il 2010 è stato uno dei peggiori con un disavanzo di 25,3 miliardi di dollari, contro -22,5 nel 2010. In senso generale, si assiste a una contrazione netta tra il 2008 e il 2009 per quanto riguarda gli scambi internazionali, e questo vale specialmente per le esportazioni (-20% circa) da 30 a 23 miliardi di dollari.

L'Italia (Figura 5) è uno dei principali partner commerciali dell'Egitto poiché nel nostro Paese sono dirette il 7% delle esportazioni nazionali (solo gli USA hanno un maggiore peso con il 10%). Stesso discorso vale per le importazioni, dove l'Italia si classifica al quarto posto tra i partner, seconda in Europa solo alla Germania. In tema di commercio internazionale, i proventi dei traffici del Canale di Suez - una delle più importanti fonti di reddito per il Paese insieme al turismo e agli IDE - si sono deteriorati notevolmente tra il 2008 e il 2009 passando da circa 5,3 miliardi di dollari a 4,2 miliardi e il passaggio delle imbarcazioni è calato del 20% (21.400 navi nel 2008 contro le poco più di 17.000 nel 2009).

L'Italia si è inoltre confermata uno dei principali investitori europei: l'Eni, primo operatore internazionale di idrocarburi in Egitto con una produzione di circa 500.000 barili di olio equivalente/giorno, rilancia le proprie attività con investimenti di 3 miliardi di euro nel biennio 2011 - 2012. Tali investimenti, che risultano cruciali per la società petrolifera di stato egiziana (Egyptian General Petroleum Corporation), sono volti sia all'esplorazione, con la perforazione di 12 nuovi pozzi, sia al potenziamento e allo sviluppo nel Western Desert, nel Mediterraneo e nel Sinai, con la perforazione di dodici pozzi addizionali e l'accelerazione della messa in produzione delle nuove scoperte (nella Figura 6 i principali indici energetici egiziani).

Oltre al settore petrolifero, segnaliamo la presenza italiana anche nei comparti delle costruzioni, comunicazioni, manifatturiero e finanziario: Intesa Sanpaolo ha qui infatti acquisito l'80% del capitale di Bank of Alexandria, banca fondata nel 1957 dal governo egiziano e la quinta del Paese per totale attivo.

L'incertezza politica, il deterioramento delle finanze pubbliche e della posizione finanziaria nei confronti dell'estero hanno portato nei mesi scorsi le agenzie Standard & Poor's, Moody's e Fitch a tagliare il rating dell'Egitto e a mantenere una view negativa sul Paese temendo che da un lato i tempi della stabilizzazione politico - sociale si allunghino e che dall'altro il sostegno finanziario internazionale risulti insufficiente.

In conclusione, il futuro è ancora piuttosto indeterminato: se da un lato la popolazione auspica che, dopo il mese di Ramadan di agosto, la campagna elettorale prevista a settembre possa vedere entro la fine dello stesso mese la nomina del nuovo Parlamento ed entro la fine dell'anno quella del nuovo Presidente, dall'altro lato l'Esercito preferirebbero rinviare il processo elettorale a causa dell'eccessiva instabilità e insicurezza.

Nel frattempo, il Governo di transizione ha approvato il bilancio fiscale 2011/2012 che aumenta le spese di un quarto rispetto all'anno precedente accogliendo alcune delle richieste del movimento di protesta quale l'aumento dei sussidi sui beni di consumo e l'energia e dei salari. Basterà a placare la folla ed assicurare una tregua sociale utile a fare riflettere ed agire costruttivamente per il futuro del Paese?

                                              Rocco Paradiso

 

                                

 

 

 

                              

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