Come annunciato nel suo programma, una delle prime azioni di Macron ha riguardato il mercato del lavoro. Durante l’estate 2017 il governo ha infatti ottenuto l’autorizzazione dall’Assemblea nazionale e dal Senato per riformare il codice del lavoro. Così, dopo la presentazione della riforma a fine agosto, il 22 Settembre Macron ha firmato in diretta televisiva il testo delle cinque ordinanze, accompagnato dal ministro del Lavoro e dal portavoce del governo.
Scegliendo questa formula mediatica, Macron sembra aver voluto mostrare una certa sicurezza ed autorevolezza in merito ad un tema che in Francia ha dato origine a scontri e violente contestazioni negli ultimi decenni. In effetti il suo programma è senza dubbio ambizioso, volto ad alleggerire o indebolire, a seconda dei punti di vista, non solo il codice del lavoro ma l’intero assetto delle prestazioni sociali.

Accanto a questa riforma, sono attese infatti altre importanti misure riguardanti le pensioni ed i sussidi di disoccupazione. Per il momento, le cinque ordinanze introducono rilevanti modifiche, pur muovendosi in continuità con la precedente Loi El Khomri voluta da Hollande (Figura 1). In linea con quanto avvenuto in altri paesi europei negli ultimi anni, la riforma sembra condividere la medesima impostazione teorica di fondo, risalente in prima istanza al Jobs Study dell’OCSE del 1994. Secondo tale approccio, sarebbe necessario aumentare la flessibilità numerica all’interno delle imprese al fine di permettere ad esse di reagire con maggiore elasticità a fasi di ristagno economico. Non a caso, la riforma facilita il ricorso al licenziamento economico, individuando alcuni criteri specifici riguardanti il fatturato solo su territorio nazionale e limita il risarcimento in caso di licenziamento senza causa reale e grave.


Per quanto riguarda invece il tema della contrattazione, prevede che gli accordi aziendali possano derogare in pejus quanto previsto dagli accordi di categoria, stravogendo la cosidetta “gerarchia delle norme”. E’ interessante notare importanti analogie con recenti disposizioni introdotte per esempio in Italia, quando nel 2009 la CGIL rifiutò di firmare l’Accordo Quadro. Inoltre, la Loi Travail prevede la possibilità, per le aziende in cui è presente una rappresentanza sindacale, di definire all’interno degli accordi aziendali importanti modifiche relative agli orari e alla durata del lavoro. Secondo le ordinanze, poi, il datore di lavoro potrà stringere accordi con rappresentanti del personale senza mandato sindacale nelle imprese con meno di 50 dipendenti o direttamente con i lavoratori nelle imprese con meno di 11 dipendenti. Inevitabilmente, la riforma ha generato forti polemiche (Figura 2). Già diverse manifestazioni sono state organizzate dal movimento di Mélenchon e dalla CGT (Confédération générale du travail). Tuttavia la posizione dei sindacati non è unitaria: la categoria dei funzionari pubblici ha infatti scioperato autonomamente l’11 Ottobre contro una possibile riforma del proprio status lavorativo. Se il segretario generale di Force Ouvrerie ha dichiarato di partecipare alle future proteste, di avviso contrario è invece Laurent Berger, segretaria generale della CFDT (Confédération française démocratique du travail), che intende proseguire sulla strada della concertazione e non del conflitto in strada.
Di certo, la divisione sindacale sembra favorire il progetto di Macron, il quale cerca di giungere ad una riforma in tempi brevi utilizzando lo strumento spesso abusato delle ordinanze, che inevitabilmente riducono lo spazio di discussione politica. Allo stesso tempo, il governo sta tentando di evitare occasioni di conflitto e disordini all’interno del Paese, come dimostra l’accordo raggiunto il 4 ottobre 2017 con il sindacato dei camionisti, che ha portato alla cancellazione dello sciopero del 10 ottobre. Molto più accesi invece i toni tra Macron e Mélenchon, il primo definito autore di un “colpo di stato” ed il secondo deriso per lo scarso successo della manifestazione a Parigi di France Insoumise. Estreme sono dunque le posizioni in merito alle ordinanze, che diventaranno legge solo una volta approvate in Parlamento a novembre. Da una parte definite come “una rivoluzione copernicana” dal Primo Ministro, dall’altra come “la fine del contratto di lavoro” dal segretario della CGT.

Di fatto la Francia sembra anch’essa giunta, seppur con ritardo, al punto di adottare un modello di relazioni di lavoro caratterizzato da maggiore flessibilità, minori tutele, indebolimento del potere sindacale, decentramento della contrattazione e progressiva individualizzazione dei rapporti di lavoro. Una ricetta di questo tipo, che non brilla per originalità, ha però dato luogo a risultati già abbastanza deludenti in termini sia di crescita occupazionale sia di aumento della competitività in altri Paesi: sembra infatti non aver favorito, come promesso, le prospettive dei più giovani (15-24 anni), impiegati perlopiù in contratti a tempo determinato e il cui tasso di occupazione rimane inferiore alla media europea e al valore tedesco (Figura 3), così come quelle dei più anziani (55-64 anni), costretti per ragioni di salute o personali a continuare l’attività lavorativa con contratti part time, come illustrato nella Figura 4 . Addirittura, essa è oggetto di analisi critiche da parte degli stessi organismi (OCSE e FMI), che in passato ne hanno chiesto l’adozione.
Rimane piuttosto sullo sfondo un tema ben più importante, ovvero come affrontare i cambiamenti che fattori quali la tecnologia, i vincoli ambientali e la divisione internazionale della produzione impongono oggi. Una revisione delle relazioni del lavoro in tal senso, volta a favorire una maggiore flessibilità funzionale, investimenti e pratiche di lavoro innovative, potrebbe piuttosto stimolare il grado di coinvolgimento dei lavoratori e la produttività del lavoro francese (Figura 5) che stenta a crescere negli ultimi anni . Eppure la Francia sembra essersi messa in marcia verso il passato, piuttosto che verso il futuro.

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