Parafrasando il titolo dell'ultimo rapporto del Centro Einaudi sull'economia globale e l'Italia, dal titolo "La crisi che non passa", si può affermare che anche - e soprattutto - in Grecia (Figura 1) la crisi non accenna proprio a passare, anche se l'accordo finanziario raggiunto il 21/2/2012 stabilizza la situazione.

Questo piccolo Paese di 11 milioni di abitanti, poco più della Lombardia, è stato in passato uno dei pilastri della civiltà occidentale. Ora è al centro di un circolo vizioso di insolvenza, scarsa competitività e depressione che mette in pericolo la stabilità economico-finanziaria dell'intera economia globale.

Ciò è dovuto a un debito in continua crescita, sottovalutato al momento dell'entrata della Grecia nell'euro, a proposito del quale le autorità greche non sono state affatto trasparenti, che ha raggiunto il livello di 1,6 volte il prodotto interno lordo; un livello insostenibile che però ha continuato a crescere (era pari al prodotto interno lordo nel 2004-05) per cui oggi la Grecia non ha avuto altra scelta che fare debiti nuovi per pagare gli interessi sui debiti vecchi. E' nata qui l'esigenza di ristrutturare il debito, ossia di spostare in avanti le sue scadenze e, di fatto, di condonarne una parte.

Proprio qui sta il punto: un'eventuale dichiarazione di insolvenza del governo greco non solo farebbe perdere fortemente di valore i titoli sovrani greci, compromettendo la stabilità di qualche banca, ma farebbe scattare anche il meccanismo del CDS (credit default swaps) i titoli-scommessa sulla tenuta del debito greco, di ammontare imprecisato ma che viene stimato in circa quattro volte il debito stesso.
Chi ha emesso questi titoli dovrebbe quindi pagare a chi li detiene una somma attorno ai 1.400 miliardi di euro.

Siccome non si dispone di una mappa attendibile degli emittenti di CDS, si ha ragione di temere che lo shock possa arrecare pesanti danni al mercato finanziario globale, trasmettendo perdite ingenti attraverso tutto il sistema bancario internazionale. Per questo si sono fatte acrobazie non solo per impedire che il debito greco cresca ancora ma anche perché la Grecia non dichiari l'insolvenza. Le banche detentrici del debito sono "invitate" a abbuonarne "spontaneamente" una quota, e il "fondo salva-stati" ne acquisterebbe un'altra pur di non far scattare il temutissimo contagio finanziario.

L'accordo sulla ristrutturazione del debito greco è arrivato dopo lunghe trattative: il Paese, grazie ad aiuti internazionali per 130 miliardi di euro, eviterà il default tecnico che sarebbe stato causato dal mancato rimborso a marzo dei titoli in scadenza per 14,5 miliardi di euro. L'accordo prevede un taglio del 53,5% sul net present value dei bond in portafoglio, calcolato sul valore attuale di mercato, e la contestuale estensione della scadenza dei titoli ad un minore rendimento.
Il secondo programma di aiuti prevede inoltre che il governo greco sia sottoposto a un controllo attento e rigoroso da parte della Troika (FMI, BCE, UE) rispetto alle scelte che effettuerà in temi di politica economica e bilancio attraverso una presenza in loco permanente.

Il governo greco, presieduto almeno fino alle prossime elezioni di aprile da Lucas Papademos - ex vicepresidente della Banca Centrale Europea, ha recentemente adottato un piano di austerity piuttosto "doloroso" che prevede tra l'altro 15 mila licenziamenti nel settore pubblico entro il 2015, salari minimi ridotti del 20%, una riforma del lavoro che renderà più facili i licenziamenti, tagli alla spesa pubblica per complessivi 2,5 miliardi di euro (su ticket dei farmaci, difesa, turismo, spese elettorali, investimenti pubblici), liberalizzazioni e lotta all'evasione.

È avvenuta recentemente la pubblicazione della cosiddetta "lista della vergogna" composta di oltre 4.000 evasori fiscali greci che complessivamente dovrebbero all'erario pubblico greco 15 miliardi di euro (esattamente quanto dovrebbe rimborsare la Grecia a marzo).

 

 

Questa cura "lacrime e sangue" che ha già causato dure manifestazioni di piazza dovrebbe contribuire a portare a una riduzione del debito pubblico dal 160 (Figura 2) a poco più del 120% del Pil entro il 2020 come indicato dall'Eurogruppo in sede di negoziati.
Tali azioni risulterebbero importanti sì, ma insufficienti nel caso in cui non si realizzi l'altra conditio sine qua non e cioè una ripresa della economia greca, ora ferma, che però difficilmente potrà avvenire in tempi rapidi.

L'economia ellenica si è praticamente fermata (Figura 3), "avanza con il passo del gambero", facendo segnare una decrescita del Pil nel 2011 pari a circa il 5% con prospettive migliori ma pur sempre negative per il 2012 (-2%) come del resto buona parte dell'Europa.
Il Fondo Monetario Internazionale, secondo recenti previsioni, stima per l'intera area una leggera recessione pari a -0,5% nel 2012. E di questi tempi il commercio internazionale (Figura 4) di certo non potrà essere florido. Inoltre le aziende greche non sono più viste di buon occhio, ritenute partner poco affidabili dagli esportatori esteri (Figura 5): a partire dal 2005 e ancor di più ora durante la crisi il numero di crediti insoluti è in crescita ed superiore alla media mondiale.

È inevitabile che le problematiche finanziarie e le preoccupazioni sullo status quo descritte si riflettano sulla Piazza. Il malcontento sociale è presente, a tratti sopito, a tratti visibile e scatenato come nelle ultime settimane.
Ecco alcuni numeri che hanno causato l'indignazione ellenica: il reddito medio per abitante diminuisce e torna sotto i 28.000 euro annui (Figura 6), un greco su quattro oggi è povero, il tasso di disoccupazione è in continuo aumento (oggi si attesta intorno al 18%, con il 42% di disoccupati nella fascia di età tra i 25 e i 40 anni) e i consumi naturalmente si ritraggono (le vendite al dettaglio hanno visto a ottobre una riduzione tendenziale su base annua del 10,8%, a settembre tale valore era di -6,5%).

In questi momenti, la difficoltà nel far fronte ai propri impegni finanziari, la perdita del lavoro e la difficoltà  a trovarne uno nuovo, le rinunce e le privazioni causano lo stop a matrimoni, il calo delle nascite e l'incremento di suicidi. Nella triste classifica i Greci oggi sono i primi: se infatti prima della crisi economica i greci erano i meno inclini a togliersi la vita d'Europa con una percentuale di 2,8% su 100.000 abitanti, oggi la percentuale è raddoppiata.

In conclusione, trovato l'accordo che consentirà di evitare il default nel brevissimo periodo, nel lungo periodo (Figura 7), però, non sono in molti a scommettere sulla Grecia visto che il differenziale dei buoni del tesoro greci rispetto ai bund tedeschi si attesta intorno al 33%.

Ma proviamo a capire cosa potrebbe accadere in caso di insolvenza, una prospettiva oggi sicuramente remota , ma non del tutto esorcizzata. Sarebbe una nuova Lehman Brothers? Difficile a dirsi poiché in Europa sarebbe una situazione nuova: di certo sarebbe uno shock per le banche finanziatrici (francesi, tedesche e inglesi in primo luogo) e una corsa alla ricapitalizzazione poiché molte si troverebbero a bilancio con un capitale inferiore ai crediti. Inoltre un default della Grecia scatenerebbe una shock globale per via del pagamento da parte degli enti emittenti dei CDS sulla tenuta del debito greco di circa 1.400 miliardi di euro e potrebbe scatenare dall'altro lato un riprezzamento dei credit default swaps sui debiti di diversi Paesi europei quali ad esempio, l'Irlanda, il Portogallo e la Spagna.

Sarebbe un contagio finanziario devastante. Vi sarebbe una nuova ondata di downgrade alle stesse banche e conseguentemente agli Stati sovrani da parte delle agenzie di rating, con le conseguenti maggiori difficoltà di accesso al credito. A quel punto, come ha già sottolineato il Financial Times (Figura 8 e Figura 9) verrebbe solo da chiedersi: chi è il prossimo o , se preferita dirla all'inglese,  who's next?

                                              Rocco Paradiso

 

                    

 

                                            

                                          

                              

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