Tra crisi economica ed evoluzioni politiche

Due Paesi compaiono sempre più frequentemente, fianco a fianco, sulle maggiori testate giornalistiche internazionali.
Sono Cuba e il Venezuela che, in un contesto di rivoluzioni, populismo e dittature che negli ultimi decenni ha accomunato anche altri paesi sud-americani, stanno seguendo percorsi intrecciati e in rapida evoluzione.
È interessante fare il punto per cercare di capire (per quanto ardua sia l'impresa), quale sia la direzione verso cui il sistema politico e sociale di questi due paesi si stia orientando.

Cuba (Figura 1), con poco più di 11 milioni di abitanti, ha visto succedersi, nel secolo scorso, diversi governi e assetti istituzionali, tutti in qualche modo autarchici e dittatoriali. A Batista, vicino agli Stati Uniti e incline a favorire gli interessi delle multinazionali del commercio dello zucchero e delle altre materie prime presenti sull'isola, succede al potere Fidel Castro, che intraprende la politica opposta di contrasto agli U.S.A. che porterà all'embargo economico stabilito da questi ultimi nei confronti dell'isola.

Il Venezuela (Figura 2), governato dal 1998 dal populista Hugo Chávez, sta apparentemente completando la propria parabola che rischia di trasformarla, da democrazia fragile, in una dittatura più o meno soft con una progressiva riduzione dei diritti delle opposizioni. E se, per quanto riguarda Cuba, si sta sviluppando un lentissimo processo di distensione con il nemico storico (gli Stati Uniti) che potrebbe determinare un progressivo reinserimento nella comunità internazionale(Figura 3), Chávez sta cercando appoggi nei paesi politicamente amici e tracciando solchi sempre maggiori nei confronti del resto della comunità internazionale.

Dopo decenni di incontrastato dominio di Fidel Castro, qualcosa sta muovendo le acque dell'assetto politico cubano: la successione al potere di Raul, fratello di Fidel Castro, le modeste concessioni in termini di libertà individuali e il lento riavvicinamento alla comunità internazionale potrebbero determinare un piccolo sisma nell'altrimenti ferreo immobilismo cubano. I tre fattori sono strettamente interconnessi.
Raul è meno carismatico del fratello Fidel; sembra essere più moderato e di vedute più aperte, ma anche se non lo fosse, difficilmente riuscirebbe per molti anni a imporre le stesse rigide regole vigenti quando al potere vi era il fratello.
Da qui discendono le modeste concessioni in termini di libertà individuali. Niente di drastico, intendiamoci: si tratta di concessioni quali quella di possedere un cellulare, che per noi appaiono normali ma che possono avere esiti inaspettati in un ambiente chiuso qual è l'isola caraibica.
E per un paese che si apre, seppur impercettibilmente, è inevitabile che arrivino le prime, timide, aperture internazionali.

Due fattori esterni determinano, inoltre, condizioni favorevoli alle iniziative di riforma. Un'Amministrazione americana più propensa ad una politica della mano tesa ha fatto sì che diminuisse la motivazione ideologica del nemico americano e ha permesso di fare primi flebili passi verso la rimozione della ferrea cortina che divide Cuba dagli U.S.A (pur senza mettere in dubbio, per il momento, il mantenimento dell'embargo economico istituito 47 anni fa).
Pare che sia intenzione di Cuba riprendere i negoziati sull'immigrazione, interrotti dal 2004 (Figura 4).
E la crisi economica, che ha colpito anche un'economia relativamente isolata, ha contribuito a diffondere un certo malcontento nel paese.

 

Ma se, da un lato, la crisi rischia di provocare qualche scricchiolio in un regime che comincia a fare sentire qualche debole segnale di apertura, dall'altro lato rischia di fare definitivamente sprofondare quella che fino a pochi anni fa era una fragile democrazia nel baratro della dittatura.

L'economia venezuelana dipende in maniera drastica dalle esportazioni di petrolio, ed è stata pesantemente penalizzata dal calo del prezzo del greggio nelle settimane più acute della crisi (Figura 5).
Il governo populista di Chávez, costretto a governare un'economia in crisi, non aiutata da un tasso di cambio fisso, ha dovuto annunciare una riduzione della spesa pubblica. Per evitare che ciò provocasse scontenti Chávez ha acuito i propri tratti autoritari.
Un referendum (contestato ma vinto dal presidente) ha decretato la possibilità di perpetuare nel tempo la sua permanenza al potere.

E il Presidente (che pure dichiara di essere un profeta del socialismo) ha intensificato la propria battaglia contro il sindacato, con la creazione di appositi consigli dei lavoratori che dovrebbero occuparsi delle questioni del mercato del lavoro (in seguito all'abrogazione della contrattazione collettiva guidata dai sindacati). Vincere la battaglia contro il sindacato significherebbe eliminare un altro simbolo dell'associazionismo venezuelano democratico, ma la lotta trae origine, anche, dalla necessità di assopire le richieste di aumenti salariali in un momento di forte crisi.
Il neo eletto sindaco di Caracas, ostile a Chávez, è stato subito spogliato dei suoi poteri grazie ad una legge, chiamata della decentralizzazione che, come spesso capita quando trattasi di dittature sudamericane, significa nei fatti l'opposto, e prevede la centralizzazione di tutti i poteri effettivi riguardanti il governo della città ad un vicepresidente nominato direttamente da Chávez.
Morales, esponente di spicco dell'opposizione, è sotto accusa per corruzione, in un processo che difficilmente riuscirà a dimostrarsi equo.

Questi segnali possono avere una duplice chiave di lettura: indice di rafforzamento del potere nelle mani del presidente e segnale di nervosismo crescente a fronte di un potere quasi assoluto ma non consolidato. È apparso, ad esempio, inutile e un po' grottesco l'atteggiamento del presidente in occasione della recente visita a Caracas del gruppo di intellettuali liberali guidati da Mario Vargas Llosa: prima ha intimidito inutilmente gli ospiti, successivamente li ha invitati a un dibattito televisivo, salvo snobbarli a stretto giro di posta accusandoli di non essere abbastanza importanti per poter affrontare il dibattito con lui.

È difficile prevedere come evolverà la situazione politica in questi due Paesi. Influiranno fattori interni: sarà la società cubana capace di promuovere un'accelerazione al cambiamento in seguito alle recenti flebili evoluzioni del regime, e sarà la società venezuelana capace di resistere alle tendenze dittatoriali di Chávez, che sta eliminando le diverse istituzioni e organizzazioni democratiche del paese?
E influiranno fattori esterni, dal riflesso della crisi economica all'evoluzione dei rapporti diplomatici ed economici con il resto del mondo.

                                          Gabriele Guggiola

Commenti

Comments are now closed for this entry