L'Indonesia inizia il 2013 con enormi potenzialità di crescita, sia economica che sociale. La terza democrazia più popolosa del mondo dopo India e Stati Uniti ha mantenuto, nel corso del 2012, un tasso di crescita medio del PIL del 6,4% (Figura 1). Di fronte al rallentamento generale delle economie asiatiche questa crescita è da attribuire principalmente a due fattori: il consumo interno e gli investimenti esteri.

Con quasi 250 milioni di abitanti l'Indonesia ha un consumo interno in rapida crescita (Figura 2). Il mercato interno, che contribuisce per oltre il 50% alla crescita del PIL, è composto da una fascia di popolazione "borghese" in espansione. Questa borghesia consta oggi di circa 50 milioni di persone che possono permettersi beni di consumo sempre più sofisticati (automobili, cellulari e computer). Dodici anni fa, nel 2000, gli indonesiani che utilizzavano internet erano circa 2 milioni. Oggi circa 55 milioni di indonesiani hanno accesso a internet, questi rappresentano la terza più grande comunità di utilizzatori di social network come facebook e twitter (Figura 3). Secondo alcune stime, il mercato interno indonesiano potrebbe diventare il terzo mercato interno più grande del mondo dopo Cina e India a partire dal 2030.

Le dimensioni e la crescita del mercato interno indonesiano sono la principale fonte di attrazione degli investimenti esteri, la seconda componente maggiore a stimolare la crescita (39% del PIL). Secondo il Consiglio Indonesiano per il Coordinamento degli Investimenti (BKPM), gli investimenti esteri diretti in Indonesia sono aumentati da 10,8 milioni di dollari nel 2009, a 18,9 milioni di dollari nel 2011 e, nella sola prima metà del 2012, hanno raddoppiato l'intero ammontare raggiunto nell'anno precedente (Figura 4). I principali paesi di origine degli investimenti esteri diretti in Indonesia sono il Giappone, Singapore e Taiwan oltre alla Corea del Sud, il Regno Unito e gli Stati Uniti d'America (Figura 5).

Oltre al mercato interno, ad attrarre gli investimenti in Indonesia è il basso costo del lavoro comparato alle principali economie della regione (Figura 6).
Nel 2012, il salario mensile medio indonesiano era di appena 113 dollari, un terzo rispetto a quello dei lavoratori cinesi. Questa convenienza della manodopera indonesiana ha provocato una ri-allocazione in Indonesia di gran parte degli investimenti esteri diretti in Cina e India, le maggiori concorrenti dell'Indonesia nell'attrazione di questi capitali. Inoltre, anche gli investitori cinesi e giapponesi danno segnali di essere attratti dal basso costo del lavoro dell'arcipelago.

Già nell'agosto del 2011 gli imprenditori dell'alleanza imprenditoriale Aigo, colosso dell'industria tessile cinese, hanno espresso l'intenzione di spostare le loro industrie tessili nell'arcipelago. L'industria automobilistica giapponese ha già investito due milioni di dollari per aumentare le capacità di produzione in Indonesia nel quadro di un processi di ri-allocazione degli stabilimenti dalla Thailandia, sconvolta l'anno passato dalle inondazioni, e dal Giappone.
Questi dati nascondono tuttavia tre grandi debolezze strutturali: la povertà delle infrastrutture, l'eccessiva dipendenza dalle esportazioni di materie prime e la corruzione della burocrazia.

La debolezza delle infrastrutture indonesiane è stata siglata dalla Banca Mondiale facendo slittare il paese di tre posizioni (dalla 126 esima posizione del 2011, alla 129 esima del 2012) nella classifica mondiale della facilità di fare investimenti. Nel rapporto sulla competitività globale l'Indonesia, che ha perso 4 posizioni tra il 2011 e il 2012, è stata caratterizzata da infrastrutture "largamente sottosviluppate".

La dipendenza all'esportazione di materie prime rende l'economia indonesiana estremamente vulnerabile alla volatilità dei prezzi delle risorse naturali. Circa la metà delle esportazioni indonesiane sono composte da materie prime tra cui: carbone, caffè, rame, gas naturale, nickel, greggio, gomma, e stagno.

La corruzione d'altra parte rappresenta una piaga sociale di dimensioni non trascurabili. La creazione da parte di Susilo Bambang Yudhoyono di una Commissione per l'eradicazione della corruzione (KPK) era stata una mossa per rassicurare gli investitori sulla politica anticorruzione del suo governo.

 

Negli ultimi anni, al contrario, proprio il partito di Yudhoyono si è trovato al centro di numerosi scandali che hanno minato la sua reputazione e quella della sua opera per l'eradicazione della corruzione.

Se queste tre grandi debolezze sono i principali problemi che il governo indonesiano dovrà affrontare per mantenere la crescita attuale, altri ostacoli si frappongono al sereno sviluppo dell'economia indonesiana.

Negli ultimi mesi le autorità indonesiane hanno reintrodotto alcune barriere al commercio e agli investimenti esteri dando segnali di un ritorno alle vecchie politiche protezioniste applicate nell'era di Suharto. Il 20 maggio 2012 le autorità indonesiane hanno annunciato l'aumento del 20% delle tasse sull'esportazione dei minerali grezzi metallici ed un totale divieto di esportazione di questi a partire dal 2014. Le giustificazioni date dal governo sono state di voler favorire il processo di raffinazione locale dei minerali grezzi e di preservare il più possibile le risorse naturali indonesiane.

L'aumento delle tariffe per l'esportazione delle risorse naturali pare, invece, un provvedimento populista volto ad accattivare voti da parte dei partiti di governo in vista delle elezioni del 2014, più che una mossa volta realmente a proteggere il mercato interno.

Infatti, da una parte l'industria di raffinazione locale ha bisogno di ingenti investimenti iniziali per essere avviata e non è un settore che porti grande vantaggi dal punto di vista occupazionale.
D'altra parte, l'imposizione di tariffe sulle esportazioni delle materie prime potrebbe sortire l'effetto opposto alla loro preservazione. Con l'aumento delle tariffe per la loro esportazione, il prezzo delle materie prime dovrebbe ridursi per rimanere competitivo a livello internazionale. L'effetto sarebbe una riduzione del prezzo interno di queste materie prime,  circostanza che potrebbe attrarre maggiormente investimenti per il loro sfruttamento.

Ultimo, ma non meno importante, la principale sfida che dovranno affrontare le autorità indonesiane nei prossimi mesi, verso le elezioni del 2014, sono le crescenti proteste sociali di una popolazione che inizia a chiedere a voce sempre più alta di spartire le ricchezze derivanti dalla crescita economica. Nonostante si stia formando una classe borghese, lo sviluppo economico degli ultimi anni ha portato ad un incremento della disuguaglianza sociale, come sottolinea il segretario generale dell'OECD (Organization for Economic Cooperation and Development), Angel Guerria.

I 30 milioni di indonesiani che, secondo la Banca Mondiale, continuano a vivere al di sotto della soglia di povertà, e le crescenti proteste dei lavoratori precari indonesiani, rappresentano il lato oscuro del boom economico indonesiano.

Le proteste dei lavoratori hanno come obiettivi i bassi salari e le politiche contrattuali di outsourcing. Quest'ultima è la pratica per la quale le aziende possono esternalizzare una serie di attivtà ad altre aziende esternalizzandone anche i lavoratori. La legge indonesiana limita l'utilizzo dell'outsourcing a cinque tipi di attività periferiche, ovvero non legate all'attività principale dell'azienda: sicurezza, pulizie, servizi mensa, servizi di trasporto e lavori collegati al supporto delle attività minerarie. Molte aziende tuttavia  ignorano la legge e usano questi contratti anche in altre attività legate direttamente alla produzione aziendale.

I lavoratori soggetti a contratti di outsourcing in Indonesia rappresentano circa il 40% dei 41 milioni di lavoratori assunti regolarmente (la forza lavoro indonesiana è infatti composta da circa 120 milioni di persone; il lavoro in nero è la percentuale più elevata) (Figura 7). Diversamente da chi è dipendente, chi è sotto contratto di outsourcing viene pagato a giornata, non ha né ferie, né malattie, può essere licenziato senza preavviso e senza indennità e non gode di alcun versamento pensionistico o sanitario.

Forte di questa stabilità economica, vedremo, nel corso del 2013, quali politiche sociali adotterà il governo del Partai Democrat di fronte alle richieste dei lavoratori indonesiani.

                                                  Marco Vallino

                                         

 

                                                                                  

                                               

 

                                            

                                          

                              

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