In anni recenti una parte significativa dei media occidentali ha elaborato una lettura integrazionista di Cina e India, costruendo in modo più o meno argomentato un nuovo mito asiatico chiamato "Cindia".

 Alla base di questa speculazione intellettuale si trovano, per la verità, indicatori piuttosto rudi (in primis, l'enorme estensione territoriale dei due paesi e la percentuale di popolazione che vi risiede, pari al 40% di quella mondiale), resi però incisivi dai tassi di crescita quasi analoghi registrati nell'ultimo anno: 10,4% per la Cina e 9,2% per l'India. A questi dati va aggiunta l'eterogeneità dei modelli di sviluppo dei due giganti asiatici nei confronti dei percorsi occidentali, caratteristica riconducibile a un contesto culturale che è spesso radicalmente diverso rispetto all'esperienza euro-americana. In questo quadro, fattore catalizzatore è l'avvicinamento tra Delhi e Pechino seguito alla visita in Cina del già primo ministro indiano Bihari Vajpayee nel 2003, cui ha fatto seguito quella del Presidente cinese Hu Jintao in India nel novembre 2006. Gli incontri hanno avuto importanti riscontri anche simbolici, come la riapertura del passo himalayano di Nathu-La (chiuso dalla guerra sino-indiana del 1962) e il varo di un progetto di estensione della linea ferroviaria cinese Qinghai-Lhasa fino ad arrivare a Yadong, l'ultima città cinese prima del Passo che segna il confine con l'India. A fronte di una percepibile atrofia dell'influenza statunitense e occidentale in Asia, questi sviluppi hanno condotto alcuni commentatori a parlare di una riorganizzazione delle stesse faglie tettoniche della politica internazionale. A transizione conclusa, "Cindia" sarebbe destinata a divenire il centro del sistema.

 Fino a che punto, però, parlare di una "Cindia" rende un buon servizio alla causa della migliore comprensione dell'Asia orientale e meridionale? Il sospetto è che i grandi numeri che derivano dall'aggregazione dei dati cinesi e indiani aprano la strada a forme di estensivo (e redditizio) sensazionalismo, cui però fa difetto una reale capacità di interpretazione intensiva di una realtà che è nei fatti estremamente complessa.

 È impossibile collocare India e Cina in una categoria monolitica senza una disinvoltura intellettuale clamorosa, che nasconde molti paradossi tipicamente asiatici. La democrazia formale dell'India è un esempio. I cittadini cinesi - uomini e donne - hanno in media molte più opportunità di accedere a un grado elevato di istruzione, di trovare un buon lavoro e di fruire di un effettivo pluralismo sociale. In Cina sovrastrutture metafisiche non vincolano l'emancipazione individuale, così che le riforme socio-economiche possono avere un impatto molto più reale sulla vita della popolazione di quanto non avvenga in India.

 Un secondo esempio è l'apparenza granitica del regime cinese e della sua capacità di fornire al suo popolo i tassi di sviluppo economico che questo richiede. In realtà Pechino è in una posizione assai più arretrata di Delhi in termini di capacità di gestire politicamente i conflitti sociali. Nell'arco degli ultimi cinquant'anni, l'eterogenea società indiana - pluralista al punto da essere quasi polverizzata - ha sperimentato una lunga serie di conflitti, ma il sistema ha complessivamente retto, evitando che le emergenze oltrepassassero i limiti della moderazione. In Cina, invece, secoli di rispetto di una tradizione omologante e ossequiosa verso l'autorità costituita (per molti versi recuperata e re-interpretata dal partito comunista cinese dal 1948 in poi) hanno prodotto un regime oggi insidiato da un inedito individualismo, in cui è forte la tendenza a reagire eccessivamente contro manifestazioni di disagio sociale. Stando a dati del Ministero dell'Interno cinese, nel solo 2004 si sono tenute in Cina oltre 74.000 proteste, di cui molte conclusesi con l'utilizzo della forza.

 A queste considerazioni di carattere culturale si associa un ineludibile dato economico, che induce un'immediata rilettura dei grandi numeri del PIL e della popolazione dei due paesi. Stando alle stime della Banca Mondiale, degli oltre 2,3 miliardi di persone che abitano Cina e India, quasi 1 miliardo e mezzo vivono con un reddito inferiore ai 2 dollari USA al giorni. Non si può negare che negli ultimi vent'anni la Cina abbia ridotto in modo importante il tasso di povertà che l'aveva afflitta nei decenni precedenti, ma va notato come una parte rilevante di questo risultato sia stata dovuta alla ristrutturazione dell'agricoltura nazionale avviata negli anni '80, ben prima dell'ingresso di Pechino e Delhi nel mondo in via di globalizzazione.

 Detto ciò, in termini aggregati Cina e India sono ormai attori comprimari sulla scena economica globale. Sebbene il PIL nazionale sia ancora ben inferiore a quello statunitense e giapponese (Figura  1), in termini relativi, una porzione rilevantissima dell'economia mondiale è generata e gestita dai due paesi (Figura 2). I tassi di crescita del commercio internazionale conoscono proprio grazie a questi due centri di potere un incremento significativo che si riflette sulla crescita di quasi tutto il globo, toccando tanto i paesi sviluppati, quanto quelli in via di sviluppo (Figura 3). Lo stesso può dirsi dei flussi di investimento diretto (Figura 4 e Figura 5) e - a testimonianza della radicata base manifatturiera e dell'incremento nella disponibilità di tecnologia - delle emissioni di diossido di carbonio (Figura 6).

 Laddove esse integrino i propri interessi e operino congiuntamente, dunque, India e Cina - forti di un interscambio commerciale di 25 miliardi di dollari USA, in rapida crescita - hanno una massa critica sufficiente a alterare la conformazione dell'economia globalizzata occidentale, intaccando in modo significativo la predominanza europea e statunitense. Diversi analisti hanno sottolineato come un'eventuale scelta strategica dell'industria di software indiana (nata con le riforme di Rajiv Gandhi e oggi tra le più sviluppate al mondo) di stringere un'alleanza con l'industria cinese dell'hardware

(recentemente potenziatasi con l'acquisto del settore PC della IBM da parte di Lenovo) produrrebbe effetti dirompenti. Il conglomerato che ne nascerebbe avrebbe potenzialità sufficienti a mettere in crisi il  "monopolio" USA, mentre l'apertura indiana ai capitali cinesi permetterebbe a Delhi di migliorare il settore delle infrastrutture dei trasporti, ad oggi il vero tallone d'Achille dell'economia indiana.

 Ma si può dire che siano sufficienti i potenziali per parlare - anche solo in chiave economica - di "Cindia"? La risposta deve essere negativa: manca, da parte delle leadership nazionali, un coerente indirizzo politico orientato al medio-lungo periodo. Se, infatti, da un lato la Cina mostra di non temere una possibile "cintura di contenimento" in funzione anti-cinese (il Quotidiano del Popolo ha dato ampio risalto a una recente dichiarazione indiana in cui si afferma che Delhi è pronta a tenere esercitazioni militari non solo con gli USA ma anche con Russia e Cina), dall'altro sono numerosi e gravi i punti di frizione tra i due paesi. Anzitutto, da decenni si trascinano alcuni contenziosi territoriali, che riguardano circa 3.500 km di confine tra India e Cina nella zona dell'Arunachal Pradesh, mentre è incluso anche il Pakistan nel caso della disputa per i 40.000 km2 dell'Aksai Chin a nord del Kashmir (Figura 7 e Figura 8).

 Ancor più significative, però, sono le differenze in ambito politico, economico e strategico. Nel primo ambito si segnala la tradizionale opposizione cinese rispetto ai progetti di riforma del Consiglio di Sicurezza dell'ONU volti a favorire l'ingresso in qualità membri permanenti di Brasile, Germania, India e Giappone. In termini economici, e in particolare energetici, Pechino e Delhi hanno all'attivo una serie di operazioni congiunte, ma sono numerosi e brucianti i casi in cui l'India ha perduto terreno nella competizione con le compagnie petrolifere para-statali cinesi. Importanti nuove fonti di greggio in Angola, Ecuador, Kazakistan e Myanmar sono ora monopolio cinese, mentre è ferma la costruzione di numerosi gasdotti provenienti da Bangladesh, Iran, Myanmar e Turkmenistan a causa dell'instabilità latente nelle regioni intorno all'India.

 In campo diplomatico l'India sconta una posizione di subalternità rispetto all'attivismo di Pechino. Delhi fatica ad assumere un approccio olistico in termini di strategia di sicurezza energetica, accompagnando gli investimenti nel settore con politiche di sostegno politico ed economico, e di partenariato con i potenziali fornitori. Gran parte del problema consiste nella necessità, segnalata da molti autori, che l'India superi il concetto ormai poco praticabile di non-allineamento. Un'impostazione, questa, che pur essendo stata originale e coraggiosa in decenni passati, condanna oggi il governo indiano a un ruolo spesso marginale. Questo è il caso, ad esempio, della partecipazione indiana alla Shanghai Cooperation Organization, presso cui l'India è Osservatore, ma al cui summit del giugno 2006 è stato l'unico paese a non inviare il proprio Capo di Stato. D'altra parte, un maggior coinvolgimento formale in seno alla SCO non significherebbe un automatico raffreddamento dei rapporti con Washington, considerato il precedente di Australia e Giappone, che, pur essendo i più stretti alleati degli USA in Australasia, hanno attivamente accresciuto il proprio interscambio commerciale con Pechino (il controvalore dei flussi di beni e servizi tra Cina e Giappone nel 2006 è stato pari a 207 miliardi di dollari USA, circa 10 volte di più del corrispettivo commercio sino-indiano).

 Dal punto militare, nel 2005 la Cina ha ufficialmente ancorato la propria spesa all'1,35% del PIL, a fronte del 4,03 degli USA, del 2,71% del Regno Unito e del 2,45% della Russia. Secondo le statistiche SIPRI (l'affidabile Stockholm International Peace Research Institute), però, Pechino sarebbe ben più vicina a un budget militare del 2,3% rispetto al proprio PIL. Considerando una crescita economica del 10% circa, nel 2006 la spesa complessiva potrebbe essere stata, quindi, di circa 60 miliardi di dollari USA, ossia tre volte quella indiana. A fronte di questa situazione, non può stupire che il governo indiano abbia accolto con enfasi il riuscito lancio del missile Agni-III, capace di far esplodere una testata convenzionale o nucleare da 1,5 tonnellate entro un raggio che, partendo dal Punjab, copre quasi tutta l'Asia. Sebbene i funzionari di Delhi abbiano negato la circostanza, non c'è dubbio che il test abbia avuto il tacito sostegno di Washington, e che l'obiettivo primario di questo nuovo deterrente sia Pechino.

C'è, infine, un ultimo ordine di considerazioni, di natura "ideologica". Negli ultimi mesi nei circoli indiani si è discusso molto sulla necessità che l'India mantenga la propria natura di faro della democrazia in Asia, in quanto più popoloso regime democratico al mondo. In questo senso sarebbero gli Stati Uniti, e non la Repubblica Popolare Cinese, il più "naturale" alleato per Delhi. Non solo, ma questi sarebbero anche il più affidabile partner nel lungo periodo, dato che negli USA, come in India, il conflitto è complessivamente regolato nella cabina elettorale, mentre la leadership cinese (e, di conseguenza, l'intero sistema socio-economico della RPC) si fondano sempre più su una piramide sociale gravida di conflittualità. Le previsioni che vedono la Cina come l'economia più grande del mondo entro il 2050 danno anche per scontata una duratura condizione di pace internazionale e stabilità interna. Poche grandi potenze, però, sono cresciute così in fretta potendo contare su circostanze tanto benevole, tanto a lungo.

                                       Giovanni Andornino 

 

 

 

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