Dopo anni di torpore, il panorama politico centroeuropeo ha ritrovato effervescenza sull'onda di un diffuso malcontento dovuto alla corruzione dilagante.

I tre membri mitteleuropei della UE che si sono recati alle urne nei mesi scorsi, nell'ordine Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia (Figura 1) hanno premiato partiti o coalizioni conservatrici, queste ultime spesso originali.
Gli Ungheresi si sono "accontentati" di un avvicendamento tra i socialisti di MSPS ed i conservatori di FIDESZ, forze che si contendono la guida del Paese dalle prime elezioni libere dopo il crollo del comunismo nel '90.
Più inconsuete le maggioranze varate nell'ex condominio cecoslovacco: a Praga e Bratislava diventano decisive formazioni di recente o recentissima fondazione.

A fine maggio il voto dei cechi ha radicalmente modificato i rapporti di forza all'interno del centrodestra, l'area politica che già regge il Paese dal 2004. Un mese dopo, gli ex coinquilini slovacchi hanno sfrattato il premier Fico, al timone dal 2006. In entrambi i Paesi il partito principale nelle nuove coalizioni governative non è quello più votato, che per contro siede all'opposizione.

A Praga,  primo partito, pur se di strettissima misura, sono i socialdemocratici ČSSD che ottengono il 22% con 56 seggi sui 200 alla Camera bassa,  il ramo del Parlamento che vota la fiducia al governo essendo eletta ogni quattro anni con proporzionale a sbarramento 5% .  ČSSD  rimane però fuori dall'esecutivo (Figura 2).  Per contro, sarà il secondo partito, il conservatore ODS (OCD) con il 20,22% e 53 seggi- meno dieci punti percentuali dalle ultime consultazioni del 2006- a guidare nuovamente l'esecutivo. Il vero exploit l'hanno fatto però due partiti neonati, che entrano nella coalizione di governo forti di risultati a due cifre, decisi a far pesare il loro bottino.  Di poco inferiore a ODS è il conservatore TOP 09 nato nel giugno dello scorso anno,  che ottiene il 16,70% e 41 parlamentari diventando la terza forza del Paese. Scippati della "piazza d'onore" i comunisti KSČM, scendono al quarto posto con l'11,3% dei voti.  Terzi in tutti gli appuntamenti elettorali degli ultimi vent'anni, gli eredi del sistema precedente la rivoluzione di velluto  hanno spesso  funto da ago della bilancia per le malferme coalizioni praghesi. Oggi appaiono isolati ed ininfluenti in una eventuale crisi di governo. Quinto partito e terza forza di governo diventa VV un movimento liberista e populista fondato a fine 2009 dal giornalista investigativo Radek John, popolare per battaglie anticorruzione e campagne mirate contro esponenti corrotti dell'establishment.
Alla prima prova elettorale, VV rasenta l'11% ottenendo 24 seggi.

La nuova coalizione, con 118 voti, dovrebbe avere i numeri per varare politiche economiche che possano scongiurare quegli "scenari greci" efficacemente evocati dai partiti di centrodestra in campagna elettorale, mentre i socialdemocratici promettevano politiche redistributive. Ottenuto il mandato, il neo-primo ministro Nečas ha ribadito che il risanamento resta la priorità dell'esecutivo, dopo che l'anno scorso il rapporto deficit- PIL ha toccato il 4,2% e pare che quest'anno possa toccare il 5,9. Questo, dopo due decenni di crescita stabile, attorno al 4%, resa possibile da un sistema produttivo orientato all'esportazione. La crisi in Repubblica Ceca è principalmente legata al crollo della domanda estera. Ciò è dovuto al fatto che molti mercati su cui si affaccia l'export ceco sono  in recessione. In ogni caso Praga non solo non è l'Atene della Mitteleuropa ma non è nemmeno paragonabile a Budapest, la più colpita della regione. Il sistema industriale ceco rimane competitivo per la qualità dei prodotti e della manodopera mentre quello finanziario- piuttosto chiuso- è stato toccato meno di altri dalla crisi.

L'esito delle elezioni a Bratislava è stato molto simile. Dopo un'elezione disputatasi con sistema proporzionale- sbarramento al 5%, s'è formata una nuova maggioranza liberal- conservatrice di quattro partiti neonati o sinora marginali negli assetti di potere. All'interno del nuovo quadripartito, nessuna forza risulta la più votata (Figura 3). Addirittura, il principale partito della nuova coalizione SDKÚ-DS  arretra rispetto. alle precedenti consultazioni del 2006, ottenendo meno della metà dei voti del principale partito d'opposizione- la Smer dell'ex premier Fico- passando al 15,4% con 28 seggi, dal 18,4 di quattro anni prima. Legata alla dissidenza anticomunista tra il 1988 ed il 1989, antiautoritaria e liberista in economia, la sociologa Radičová è la prima donna ad assurgere a tale carica nel Paese danubiano e nel panorama politico mitteleuropeo.  

 

 

La neopremier potrà contrare su due formazioni nate pochi mesi fa, che registrano gli exploit più sorprendenti: i liberali di SaS ed il movimento "Most-Híd", nata per armonizzare le relazioni tra gli slovacchi e la minoranza ungherese, 10% della popolazione totale. SaS ha intercettato prevalentemente il voto urbano e giovanile, con una campagna condotta prevalentemente sui social networks, raccogliendo il 12% e 22 parlamentari, balzando al terzo posto, a sole tre lunghezze dal primo partito della coalizione. Più distanziato "Most-Híd" guidato dal partito dal politico di nazionalità ungherese Béla Bugár, già a capo del catto-conservatore "Magyar Koalíció Pártja", MKP. Questo nuovo rassemblement interetnico ottiene l' 8% e 14 seggi, mentre l'MKP manca la soglia del 5%, malgrado il sostegno del governo di Budapest. Quarto pilastro della coalizione, è la piccola dc slovacca KDH, l'8,5% e 15 deputati. La maggioranza disporrà così di 79 seggi sui 150 totali.

Il nuovo governo dovrà affrontare due temi scottanti: la politica economica e le relazioni con l'Ungheria. Sul versante economico, la Slovacchia sta patendo la crisi internazionale- pur se meno di altri Paesi dell'Est- un arretramento del PIL 2009  di 4,7 punti percentuali  rispetto al 2008, ed un rapporto deficit- PIL al 5,3% nel 2009. Questo, dopo essere stata considerata per anni la "tigre dei Tatra" con un ritmo di crescita cinese - anno record il 2007 con una crescita del 10% (Figura 4), dopo che tra la fine degli anni 90 e l'inizio dei 2000  la media era stata del 7-8%. Questo successo era stato favorito da una politica economica duttile culminata con l'introduzione della flat tax, che ha attirato gli investimenti stranieri su industria e servizi.

I rapporti con l'Ungheria sono invece stati tesi sin dalla (ri)nascita dello Stato slavo- danubiano, a causa dello scontro di due opposti nazionalismi. Nei magiari perdura la frustrazione dovuta alla perdita dei territori appartenenti per secoli alla Corona di Santo Stefano, soprattutto Transilvania e Slovacchia, rispettivamente il meridione ed il settentrione dell'antico regno, terre ove risiedono a tutt'oggi folte minoranze ungheresi,  più di due milioni di persone che rappresentano poco meno di un sesto dell'intera magiarofonia.
Dal crollo del comunismo, Budapest ha fatto spesso partire bordate revanscistiche verso Romania e Slovacchia, più forti con la presenza al governo di FIDESZ, cui sono puntualmente seguite reazioni indispettite e puerili  ripicche dei governi di Bucarest e Bratislava nei confronti di cittadini ungheresi o delle minoranze. L'ultimo caso è stata la dichiarazione elettoralistica del premier Orbán sull'estensione della cittadinanza ai magiarofoni dei Paesi confinanti, un punto da cui il leader di FIDESZ non pare voler deflettere. A stretto giro di posta, l'ex premier Fico, non nuovo a politiche assimilative nei confronti delle minoranze, ha reagito minacciando i cittadini della minoranza ungherese di privarli del passaporto slovacco ove mai questi avessero richiesto la cittadinanza magiara.

Un miglioramento delle relazioni bilaterali, obiettivo della premier Radičová, potrebbe essere agevolato dai buoni offici dell'alleato Most-Híd, più ecumenico dell'MKP, sempre che Budapest sia disposta al dialogo. Del resto, una distensione dei rapporti andrebbe a tutto vantaggio dei reciproci interessi economici (Figura 5) e i due Paesi danubiani trarrebbero giovamento dal potenziamento delle industrie transfrontaliere nell'est slovacco, il cui centro principale è Kosice, ed nel nordest ungherese, avente in Miskolc il capoluogo ufficioso.

Le premesse per una fruttuosa collaborazione sembrano propiziate dal cambio di maggioranza a Bratislava e dal fatto che Bruxelles si accinge a varare ulteriori, ingenti fondi alle aree sottosviluppate dell'Unione Europea, specie in una zona come quella slovacco- ungherese attorno a cui gravitano complessivamente quattro stati membri, essendo gli altri due Polonia e Romania. Sul versante orientale l'area confina con l'Ucraina, vasto e problematico stato- ancorché ricchissimo di risorse- che Bruxelles farebbe bene ad attrarre nella propria orbita quanto prima. Resta da vedere se Orbán smetterà di cavalcare la tigre del nazionalismo, utile in tempi di crisi a sviare dai problemi strutturali, e troverà il coraggio di inaugurare una coraggiosa politica di collaborazione con il vicino slovacco. Il nuovo governo di Bratislava ha dimostrato la sua disponibilità; saprà o potrà essere paziente ancora per molto?

                                          Alessandro Milani

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