Per molti lettori, le prime immagini che vengono in mente a proposito di Brasile sono il Carnevale di Rio, la samba, il gioco del calcio, il caffé; si immagina, insomma, un popolo festaiolo e vacanziero. La realtà è assai diversa: siamo di fronte a un paese la cui popolazione è all'incirca pari a quella di Francia, Italia e Gran Bretagna messe assieme, che produce più acciaio dell'Italia; a una delle potenze industriali del pianeta, con un'industria aeronautica consolidata, una forte produzione di automobili, ambizioni spaziali e in altri settori avanzati, elettronica compresa (Figura 1).

Il Brasile è il colosso dell'America Latina, con un'evoluzione tormentata in un continente tormentato. Nel 2001- 03 fu occupato a uscire dalla crisi iniziata in Asia nel 1997 che l'aveva portato a una forte svalutazione del real e a una minacciosa puntata inflazionistica. I salari reali si contrassero e la crescita economica si ridusse. Il paese, però, superò bene quest'emergenza grazie alle politiche economiche dell'allora presidente Cardoso e del suo successore Lula da Silva, un esponente della sinistra moderata che gode di un vasto sostegno popolare e ha saputo mantenere la fiducia delle istituzioni internazionali creditrici del paese e, al tempo stesso, fare qualche passo a favore della massa di brasiliani poveri.

Le sue politiche economiche internazionali si possono riassumere in tre obiettivi portanti: tasso di cambio flessibile, costante attenzione all'inflazione, politica fiscale severa con programmi di liberalizzazione concordati con il Fondo Monetario. Su questa base, e anche grazie alla ripresa mondiale che ha ravvivato la domanda e scaldato i prezzi di molte delle materie prime che il paese produce, le esportazioni hanno ripreso a crescere fortemente grazie anche ad aumenti di produttività sensibili, a cominciare dall'agricoltura. Il clima manageriale del paese è giovane, dinamico ed efficiente.

Il sole splende, allora? Non del tutto. Rimangono due punti critici da non sottovalutare: da un lato le esigenze di austerità finanziaria con un  debito pubblico, ristrutturato e ora espresso essenzialmente in real e non in dollari, di entità eccessiva, dall'altro le istanze di redistribuzione del reddito a favore delle classi sociali più povere. La risposta più ragionevole sembra essere quella di uno sviluppo sostenuto, ma questo tarda ad arrivare (Figura 2). Superata la crisi, la produzione industriale si espande a tassi del 2-3 per cento all'anno, troppo bassi per costituire una vera garanzia (Figura 3).

 

L'inflazione sembra domata, essendo scesa a tassi europei, ma permane qualche incertezza su quanto questo equilibrio possa essere conservato (Figura 4).
Il Brasile, in ogni caso, sembra essere in condizioni di farcela, anche grazie alle sue gigantesche risorse naturali che gli permettono, tra l'altro, di produrre energia elettrica a buon mercato dalle sue grandi dighe e tornare ad avere un surplus commerciale strutturalmente buono (Figura 5).

Per certi versi, la sua struttura produttiva (Figura 6) assomiglia a quella del Sudafrica, con una base agricolo-industriale costruita sull'abbondanza delle materie prime e poi sviluppatasi in maniera abbastanza diversificata. A differenza del Sudafrica, il Brasile non sembra avere una grande coscienza ecologica (lo sfruttamento delle risorse naturali dell'Amazzonia avviene in maniera distruttiva e disordinata, mentre i sudafricani usano molte cautele e hanno una migliore cultura dell'ambiente). La sua zona industriale costiera è in ogni caso una delle più dinamiche del pianeta.

Sulla bandiera brasiliana c'è scritto "Ordine e progresso". A mettere ordine, in qualche modo, il paese c'è arrivato sul piano finanziario (ma non ancora su quello sociale, come testimonia la terribile microcriminalità, che fa di San Paolo e Rio due delle città più violente del mondo); in quanto al progresso, si spera ardentemente che si rafforzi. In caso contrario, il progetto politico brasiliano, e il sottostante patto sociale, sarebbe destinato al fallimento.

                                                  Mario Deaglio

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