Con l’attenzione dell’intero mondo mediatico concentrata sulla crisi caucasica e sui suoi risvolti in termini di nuova versione della guerra fredda, è passata a lungo sotto silenzio la crisi che infine è esplosa in Bolivia (Figura 1). I fatti di cronaca di metà settembre, con scontri armati fra le forze dell’ordine e i rivoltosi e fra questi ultimi e altre frange della popolazione (specie contadini), hanno registrato le prime vittime ed il problema boliviano ha prepotentemente conquistato le prime pagine, proponendosi in tutta la sua criticità.

Il conflitto interno alla Bolivia, con il rischio di vedere il Paese sull’orlo della guerra civile, è in realtà un intreccio fra contrapposizioni etniche e rivendicazioni socio-economiche. Il tutto si combina con il trend dei prezzi energetici e petroliferi in particolare, visto che la “ricchezza”, oggi come oggi, è legata a filo doppio con l’oro nero.

La Bolivia non è certo uno dei principali produttori mondiali di petrolio, tuttavia dispone di un pacchetto non indifferente di risorse naturali definite “energetiche” (idrocarburi, gas, etc). Ma la criticità della crisi boliviana poggia anche sulla sua vicinanza ad un altro Paese sudamericano, il Venezuela, che invece “galleggia” letteralmente sul petrolio. Non a caso, si è consolidato un comune fronte anti-americano fra i Presidenti dei due Paesi: il boliviano Morales ed il più noto Chavez del Venezuela. Entrambi hanno recentemente espulso gli ambasciatori USA.

Morales è stato eletto a fine 2005, quando il suo movimento (MAS: Movimiento al Socialismo) ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Tuttavia, a causa dei meccanismo della legge elettorale boliviana, il MAS ha la maggioranza alla Camera, ma non al Senato. Nel maggio 2006 Morales ha proceduto alla nazionalizzazione (la terza nella storia boliviana) degli idrocarburi e, poco dopo, ha annunciato una grande riforma agraria con l’obiettivo di re-distribuire la terra ai contadini.

Queste due mosse hanno acuito il contrasto fra la popolazione india (di cui Morales si è fatto portavoce) e la componente bianca, ricca e latifondista. Questa parte della popolazione si trova in prevalenza nelle province orientali, mentre nella zona occidentale abitano in maggioranza gli indigeni. La contrapposizione socio-economica diventa anche di tipo geografico, introducendo l’ipotesi di secessione o quanto meno di forte autonomia di queste ultime rispetto a La Paz.

Sotto il profilo amministrativo, la Bolivia è divisa in nove dipartimenti (Figura 2), i quali sono poi divisi in province (attualmente in numero totale di 112). La parte orientale del Paese è composta da bassopiani tropicali, tributari del Rio delle Amazzoni e del Rio de la Plata. La parte occidentale, invece, è costituita dalla zona andina, con numerose cime che superano i 6.000 metri. Questa differenza geografica delimita anche delle differenze etniche e, di conseguenza, economiche.

Secondo il censimento del 2001, la popolazione india pesa per circa il 50% del totale, ma tale percentuale oltrepassa abbondantemente il 70% nelle zone rurali. Secondo fonti non istituzionali, la popolazione che, oggi come oggi, si considera indigena, raggiunge il 62% del totale (Figura 3), con i principali ceppi costituiti da Quechua, Aymarà e Guaranì. I Bianchi sono “confinati” al 38% della popolazione.
La composizione etnica è all’origine delle differenze di ricchezza. Fermo restando che il PIL pro-capite boliviano (inferiore ai 1.000 USD annui) è uno dei più bassi al mondo, l’agricoltura concorre solo per il 20% del PIL, pur impiegando la metà della popolazione attiva. Inoltre le zone coltivate non eccedono il 5% della superficie totale.

L’industria manifatturiera è in una fase decisamente pionieristica, a tal punto che quasi la totalità dei prodotti finiti sono importati, mentre le esportazioni coinvolgono praticamente solo le risorse naturali, che sono in mano evidentemente ad una cerchia ristretta di cittadini: zinco, piombo, tungsteno, stagno, cui si sono aggiunti recentemente petrolio e gas naturali (acquisiti soprattutto dai “grandi” vicini Brasile ed Argentina, grazie alla costruzione di importanti gasdotti).

Con tali presupposti socio–economici, l’azione del Presidente Morales (socialista di etnia Aymarà) ha cercato di contrastare gli squilibri, civettando anche con la politica del venezuelano Chavez. L’attività di entrambi non è certo gradita agli Stati Uniti che, oltre a considerare da sempre l’America latina come il “cortile della Casa Bianca”, tengono sotto stretto monitoraggio i fornitori di petrolio alternativi al mondo asiatico (in particolare dopo l’esplodere della crisi caucasica con il rischio di interruzione del funzionamento degli oleodotti di quella regione). Il Venezuela è il terzo fornitore di petrolio degli USA, dopo Messico ed Arabia Saudita, anche se l’entità dei barili annui è inferiore alla punta storica del 1998 (Figura 4). Più in generale, gli USA sono importatori netti dai Paesi del Sud America e, poiché questi ultimi dispongono quasi esclusivamente di risorse naturali, quasi tutto l’import USA si incentra su tali elementi (Figura 5).

Ma l’azione di Morales ha chiaramente pestato i piedi ai cittadini bianchi. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la recente decisione presidenziale di utilizzare la tassa su petrolio e idrocarburi (IDH: Impuesto Directo de Hidrocarburos) per costituire il Fondo Pensioni “Reddito Dignità”, destinato ai cittadini meno abbienti.  Finora il 40% di tale prelievo restava alle province produttrici, appunto quelle orientali. In queste ultime (che sono 5: Pando, Beni, Santa Cruz, Tarija, Chuquisaca, consorziate nella cosiddetta “Mezza Luna”) si concentra circa il 50% della ricchezza totale della Bolivia.

A parte la querelle sulla IDH, il contrasto istituzionale fra Morales e la Mezza Luna verte, da tempo, sulla nuova Carta Costituzionale che il Presidente vorrebbe approvare a dicembre e che prevede poteri innovativi per le due principali popolazioni indigene (Quechua e Aymarà). Tale virata socialista non piace assolutamente ai politici della Mezza Luna, che capeggiati, dai Governatore di Santa Cruz e di Pando, parlano apertamente di secessione o quanto meno di forte autonomia da La Paz.

Abbiamo visto che le province ribelli sono a maggioranza bianca e sono le principali produttrici di idrocarburi. Per il gioco della parti, gli Stati Uniti fisiologicamente si allineano con la Mezza Luna. Tuttavia l’agire dell’ambascatore americano in Bolivia è decisamente uscito dalle righe, visto che egli ha recentemente incontrato i prefetti delle province ribelli, innescando così la sua espulsione ufficiale.

Gli altri Paesi sudamericani si stanno affiancando alla posizione di Morales. Chavez, come detto, ha già provveduto ad espellere l’Ambasciatore USA. Più moderatamente, Brasile ed Argentina si sono limitati ad esprimere, con decisione, il loro appoggio, ma è chiaro che l’intero continente sudamericano sta prendendo una complessiva posizione contro gli Stati Uniti.

Da un lato tutto ciò pare inserirsi in una generale bagarre mondiale collegata alle prossime elezioni presidenziali statunitensi, che comporteranno in ogni caso la sostituzione dell’Amministrazione: in tale contesto, un po’ tutti i Paesi del Mondo gonfiano i muscoli per guadagnare terreno nei rapporti con il prossimo Presidente americano

Tuttavia il fenomeno sudamericano non va sottostimato, perchè potrebbe incattivirsi ed estendersi oltre al tempistica delle elezioni statunitensi. In altri termini tutto l’occidente industrializzato deve iniziare a ragionare tenendo presente che, oltre al G7, esiste nel mondo un altro centro di potere mondiale, il BRIC: Brasile, Russia, India e Cina.

Gli oleodotti caucasici, sui cui si sta giocando un’importante partita della nuova guerra fredda, potrebbero presto intrecciarsi con i gasdotti del Sud America.

                                                 Carlo Crovella

 

 

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