L'Australia è il paese che sicuramente ha meglio cavalcato l'onda del boom di consumi delle commodities da parte della Cina e la conseguente crescita dei prezzi delle materie prime. Il PIL nominale australiano è salito dai 424 miliardi di dollari USA (in seguito abbreviati USD) del 2001, l'anno di inizio del superciclo delle commodIties, a 1.542 miliardi USD del 2012 (Figura 1).

Ciò si è tradotto in un aumento nominale annuo del 13%, mentre in termini reali, ovvero neutralizzando l'aumento dei prezzi, il PIL è cresciuto ad una media del 3% all'anno. Peraltro in termini reali la crescita annuale dell'economia australiana è in terreno positivo da 21 anni consecutivi (l'ultimo segno meno risale al 1991). Anche durante la crisi finanziaria del  2009, il Paese ha registrato una crescita del 1,5%, un vero e proprio record, secondo solo a quello cinese.
Non a caso il grafico della crescita del PIL dei due paesi segue un trend simile (Figura 2).

In termini di PIL pro capite (Figura 3), secondo il Fondo Monetario Internazionale, l'Australia ha fatto un balzo dal 24° posto nel 2002, un gradino sotto l'Italia, al 5° posto nel 2012. Ovvero in media il cittadino australiano ora guadagna 67.723 USD contro i 21.430 USD di dieci anni fa (+216%, mentre l'Italia si è fermata a +54%).

Nonostante ciò, nello stesso periodo l'inflazione è rimasta contenuta sotto il 3% (Figura 4) e il rapporto debito pubblico sul PIL nel 2012 è attorno al 23%
(Figura 5)
, un livello ampiamente inferiore rispetto all' UE e agli USA che veleggiano al 92% e al 100% rispettivamente. Questo dato è però in aumento dal 10% fatto segnare nel 2007 per via di un cronico deficit delle partite correnti. L'Australia infatti, nonostante il boom dell'export delle materie prime, non dispone di un'industria manufatturiera particolarmente sviluppata e deve perciò importare molti più beni di quanti ne esporti. Inoltre, siccome gli australiani non sono tradizionalmente grandi riparmiatori, numerose aziende e progetti (ad esempio nuove miniere) sono costretti a richiedere fondi e finanziamenti all'estero. Tutto ciò si è tradotto in un deficit di 56 miliardi di dollari USA nel 2012.
Va sottolineato come l'Australia abbia sfruttato al meglio il proprio sottosuolo ricco di risorse naturali e la propria posizione geografica ideale per soddisfare la fame di commodities del gigante asiatico.

Analizzando quali sono le commodities di cui dispone l'Australia e quante ne esporta in termini di tonnellate e in termini monetari, si può notare come la parte del leone sia svolta dai due materiali piu' richiesti dalla Cina per produrre l'acciaio: il minerale di ferro e il carbon coke. Per produrre una tonnellata di acciaio servono 1,6 tonnellate di ferro e 0,6 tonnellate di carbon coke. La Cina produce quasi la metà dell'acciaio mondiale con 716 milioni di tonnellate (1.548 milioni in totale nel mondo - dati 2012), ma riesce solo parzialmente a coprire questo fabbisogno con le risorse interne di ferro e carbone, dovendo far ricorso alle importazioni per il restante ammontare. La maggior parte di queste sono provenienti dal continente oceanico. 

È così che l'Australia nel 2012 ha esportato 495 milioni di tonnellate di minerale di ferro e 143 di carbon coke, con una percentuale sul totale mondiale rispettivamente del 27% e del 46%. Considerando un prezzo medio nel 2012 di USD130 a tonnellata per il ferro e USD150 per il carbon coke, se ne può derivare un ricavato di USD64 miliardi e USD21miliardi. Gran parte delle estrazioni sono fatte nella parte nord occidentale del Paese, in particolare nella regione Pilbara, dove il primo produttore del minerale di ferro, Rio Tinto, ha prodotto nel 2012 ben 240 milioni di tonnellate contro le 160 milioni di tonnellate del secondo produttore, BHP Billiton.

I ricavi legati alla domanda delle acciaierie cinesi superano di gran lunga i ricavi delle altre commodities, che comunque fanno registrare numeri non trascurabili. Nello specifico, l'altro tipo di carbone, quello termico, che viene utilizzato nella generazione elettrica, è la terza commodity per valore di esportazione, circa 13 miliardi USD nel 2012.
In realtà in termini di volumi è la seconda con 160,5 milioni di tonnellate,
ma dato che il prezzo del carbone termico è sceso nel 2012 a circa USD80 a tonnellata, il ricavato dall'export è inferiore rispetto al carbon coke (Figura 6).

Il prezzo del carbone termico sta soffrendo per una serie di fattori: sovracapacità produttiva globale, domanda debole nei paesi sviluppati per via di policy ambientali sempre piu' restrittive (l'energia generata a carbone è la piu' inquinante se non prodotta con costosi sistemi per catturare l'anidride carbonica), e infine l'impatto dell'abbondanza di shale gas prodotto negli USA. In particolare lo shale gas prevalentemente utilizzato nella generazione di elettricità domestica, sta prendendo il sopravvento sul carbone (di cui gli USA abbondano) e sta mettendo in crisi i produttori di carbone locali.

Di conseguenza i "minatori" americani si sono rivolti all'export verso Cina e altri paesi emergenti. Così facendo hanno aumentato la quantitá di carbone disponibile nei commerci internazionali, deprimendone di fatto il prezzo.

Alle spalle del carbone troviamo l'oro, l'Australia ricava infatti all'incirca 10 miliardi USD dall'export del metallo giallo, seguito dall'allumina (derivato dalla bauxite che si usa nella produzione di alluminio) che arriva a 7 miliardi di USD. A seguire vi sono il rame, con 6,5 miliardi USD, il gas (4,4 USD miliardi), ed il nickel (1,8 USD miliardi).

Tale varietá di risorse naturali, unita alla fame di materie prime dell'industria cinese, ha contribuito nella prima decade del 2000, ad un aumento considerevole degli investimenti in Australia, sia da parte delle multinazionali menzionate prima (Rio Tinto e BHP Billiton), che da parte delle aziende medie e piccole coinvolte nell'industria mineraria. Nel 2009, ad esempio, Rio Tinto e BHP Billiton firmano un importante accordo e creano una joint venture a scapito di un'operazione Rio Tinto- Chinalco da oltre 19 mld di USD. Essendo la Chinalco cinese, l'accordo con un'impresa sostenuta da uno stato estero per la gestione di risorse naturali era stato visto con molto sfavore in Australia.

Dal 2013 tuttavia il trend degli investimenti si è invertito e questi sono diminuiti rispetto all'anno precedente per via di vari fattori: innanzitutto i prezzi delle commodities sono generalmente in discesa da quasi due anni in seguito al minore passo di crescita dell'economia cinese (le previsioni sono per una crescita del PIL al 6% per i prossimi 5 anni, rispetto alla doppia cifra del decennio passato); in secondo luogo i costi di sviluppo (sia per quanto riguarda l'apertura di nuove miniere, sia per i costi di gestione di quelle già operative) sono aumentati a livelli superiori all'inflazione.

Quindi i margini di profitto dei produttori di commodities sono compressi da una parte dai prezzi in calo (che vanno ad incidere sui ricavi) e dall'altra dai maggiori costi. Il risultato è facilmente riassumibile con una riduzione degli investimenti e dei posti di lavoro.

Va però ricordato che, per fortuna degli australiani, il tasso di disoccupazione è ancora decisamente basso, intorno al 5% e tali tagli sull'occupazione generalmente non hanno effetti drammatici anche per via del fatto che spesso sono temporanei.
Se dunque l'Australia può vantare una stabilità di crescita economica, anche negli anni dell'ultima crisi mondiale, non altrettanto si può dire della sua situazione politica, che ha riservato qualche sorpresa e cambio anzitempo. Dal 2007 a metà settembre 2013 si sono succeduti ben tre primi ministri laburisti (tra cui la prima donna ad occupare questa posizione, Julia Gillard), e dal 18 settembre di quest'anno sono tornati in carica i liberali con Tony Abbott (Figura 7).

Per il prossimo futuro, anche se in termini percentuali la Cina crescerá ad un ritmo ridotto rispetto al passato, in termini assoluti la quantitá di commodities necessaria per proseguire nel processo di urbanizzazione continuerà ad aumentare da livelli giá siderali.Per fare ciò la Cina avrà ancora bisogno delle miniere australiane per lungo tempo. E infatti Rio Tinto ha da pochi giorni annunciato risultati trimestrali in crescita di produzione per il rame da miniera, i minerali ferrosi e il carbone termico.

                                                  Luca Ravasio

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