Nell'attuale fase di crisi dell'Europa, stretta fra la preferenza di alcuni per il rigore di bilancio e le rivendicazioni di altri per rilanciare la crescita, uno dei riferimenti a volte citati è costituito dall'Argentina.

Questa Nazione è infatti sopravvissuta a non poche turbolenze, in cui sembrava destinata al collasso totale, e si propone come l'alternativa antitetica alle scelte dei Paesi scandinavi. Se l'esempio di questi ultimi è imperniato sulla ricerca di una "virtù" interna (conti in ordine ed eccellenza dei servizi pubblici), l'esempio argentino ha sempre puntato a fare "tabula rasa " delle criticità precedenti, scelta che non è però esente da risvolti molto delicati. Al termine di ogni momento di crisi, quando il ciclo economico riparte in un contesto "pulito", la crescita del PIL può risultare anche invidiabile (fra il 5 ed il 10% all'anno), ma tali aumenti sopraggiungono dopo che il PIL si è drasticamente ridotto, con inevitabili ripercussioni sul tenore di vita della popolazione.

Oggi come oggi, l'Argentina presenta una situazione economica che, senza raggiungere i picchi di Cina, India e Brasile, esprime una complessiva positività, che però è subentrata in tempi recenti, mentre in passato si sono registrate crisi molto intense, in particolare nel periodo 1999-2002. Per comprendere l'evoluzione argentina, occorre sintetizzare le vicende degli ultimi decenni. Nel periodo 1976-83, il Paese era guidato da uno dei tanti Governi militari: si accumulò un consistente debito, finalizzato ad obiettivi quali la guerra delle Falkland o l'assorbimento nel debito pubblico di ingenti debiti privati. Questa situazione mise alle corde l'economia, con le piccole imprese in affanno ed una disoccupazione spesso superiore al 20% della popolazione.

Con il ritorno della democrazia (1983), il nuovo Presidente Alfonsin impostò interessanti piani economici, compreso il varo di una nuova moneta, l'austral, ma il continuo accumularsi del debito pubblico evidenziò ben presto l'incapacità di far fronte anche solo al pagamento degli interessi. L'inflazione salì alle stelle, registrando nel 1989 un aumento annuo del 5.000%. La disoccupazione non aumentò significativamente (rispetto ai già elevati livelli), ma solo perchè i salari nominali rimasero inalterati, contraendo drammaticamente il potere d'acquisto della popolazione. La situazione sfociò in violente rivolte popolari, che spinsero Alfonsin alle dimissioni.

Il nuovo Presidente Carlos Menem imbastì una serrata lotta all'inflazione e varò un cambio fisso pari a 10.000 austral per un dollaro USA, codificando ciò addirittura per legge. Per far accettare, anche nella circolazione interna, la nuova moneta (spesso rifiutata a favore del dollaro), la Banca Centrale dovette accumulare riserve auree pari all'importo monetario in circolo, per garantire la costante convertibilità in dollari.
Si instaurò così un periodo relativamente sereno, con prezzi interni sostanzialmente stabili: anche il cambio reggeva e i cittadini potevano viaggiare all'estero, acquistare prodotti d'importazione e ottenere, con una certa facilità, dei prestiti a tassi accettabili.

Però oltre al pesantissimo debito pubblico (che continuava ad aumentare), fu anche la stabilità del cambio a comportare delle conseguenze negative, sottolineate da una vera e propria fuga di capitali all'estero. Inoltre il cambio fisso, rendendo più convenienti le importazioni, danneggiò le imprese interne, per cui l'Argentina entrò in una fase di deindustrializzazione. Le contemporanee crisi finanziarie di alcune Nazioni limitrofe (Brasile e Messico) misero ulteriormente sotto pressione l'Argentina, il cui pesantissimo debito alimentava il costante rischio di mancato rimborso.

Nel 1999 il nuvo Presidente de la Rúa incocciò in nuove tensioni occupazionali, contemporanee al crollo (-4% circa) del PIL. La necessità di comprimere ogni rischio inflattivo, connessa alla scelta di un cambio fisso, sfociò in una politica economica molto restrittiva, che pesò ulteriormente sulla congiuntura. In tale scenario, la capacità inventiva degli argentini si tradusse nella creazione delle cosiddette "quasi valute": si trattava di monete parallele a quella ufficiale e libere di fluttuare. Le varie Province, che compongono l'unità nazionale, sfruttarono appieno la loro libertà di emissione, con titoli denominati nelle valute parallele, di cui il Patacon è risultato il più celebre.

Al seguito di tali sbandamenti, l'Argentina vide crollare la credibilità internazionale. All'interno si diffuse invece il panico, con i cittadini che andavano a ritirare le loro giacenze dei conti correnti bancari.
Per bloccare questo fenomeno venne varato un insieme di misure (chiamate corralito) finalizzate a congelare i depositi presso il sistema bancario. Le annesse dimostrazioni popolari, iniziate come sfilate rumorose con la percussione di pentole e padelle, presto arrivarono a includere anche atti di vandalismo e, addirittura, veri e propri saccheggi. Il Presidente dichiarò lo stato si ermergenza, ma le ripetute dimostrazioni in piazza nel dicembre 2001 (con scontri e vittime) spinsero de la Rúa a dimettersi.

Nell'ultima settimana del 2001 il Governo ad interim, guidato dal Presidente Saá, schiacciato dall'impossibilità di ripagare il debito pari al 165% del PIL (Figura 1), dichiarò il fallimento per una quota di titoli pari a 132 mld di USD. L'Argentina entrò in una fase di ulteriore turbolenza: venne creata una nuova valuta, l'argentino, che poteva circolare esclusivamente in contanti (gli assegni non potevano che essere in pesos o in USD) e veniva parzialmente garantita con terreni amministrati dalla Stato federale, per controbilanciare le tendenze inflazionistiche. Si profilò quella che fu chiamata la "svalutazione controllata": verso l'esterno, il peso, agganciato rigidamente all'USD, aveva il compito di ricostruire la credibilità internazionale; all'interno, la moneta non convertibile consentiva un'elevata flessibilità di manovra, specie per la politica fiscale, ma incamerava la totalità delle fiammate inflattive.

Purtroppo mancò totalmente il supporto politico: il Presidente Saá diede le dimissioni e venne sostituito da Duhalde, il quale, nel gennaio 2002, abbandonò la parità fissa (1 a 1) del peso contro USD.
La moneta perse il 40% nel giro di pochissimi giorni. Nonostante alcune manovre governative, tra quali la pesification (automatica conversione in pesos delle giacenze di c/c denominati in USD), il cambio continuò a perdere vistosamente, arrivando a quota 4 dollari, il che alimentò il balzo dell'inflazione al 25% (Figura 2).
 

Tutto ciò si scaricò in una sensibile contrazione del tenore di vita della popolazione: i salari nominali rimasero immutati, i prodotti d' importazione risultarono presto "incomprabili", i fallimenti si contavano a migliaia ogni giorno. A livello di statistiche ufficiali, il  tasso di disoccupazione salì anch'esso al 25% (Figura 3), mentre il PIL crollò quasi dell'11% (Figura 4).

Studi socioeconomici hanno dimostrato che, nell'apice dela crisi (cioè nel 2002), oltre la metà della popolazione argentina viveva sotto la cosiddetta "soglia di povertà" (il reddito minimo che assicura i bisogni base), mentre circa un quarto viveva addirittura sotto il "livello di povertà estrema" (quando non si riesce a procurarsi pasti regolari). Migliaia di senzatetto si traformarono in cartoneros, cioè raccoglitori di cartoni, consegnadolo alle unità di riciclaggio per incassare qualche spicciolo. Anche il settore agricolo (uno dei punti di forza dell'Argentina) entrò in profonda crisi, perché molti Paesi stranieri posero dei severi controlli alle importazioni agricole argentine, a causa dei rischi per la salute (dei consumatori finali) connessi alle pessime condizioni di lavoro.

Per non aumentare (in un'ottica anti-inflattiva) la quantità di pesos in circolazione, si diede vita ad una pletora di monete complementari, la cui accettazione variava di giorno in giorno, a seconda della volontà dei loro emittenti (in genere Istituzioni pubbliche) a riprenderle indietro oppure no. Vi era addirittura il rischio che tali valute collaterali potessere venire cancellate dalla sera alla mattina, lasciando i detentori con carta straccia in mano.

Nel maggio del 2003 venne però eletto Presidente Nestor Kirchner (Figura 5), che impresse una virata alla poltica economica. Nei mesi successivi emersero i primi segnali positivi: il peso debole iniziò a favorire l'export, contrapponendosi invece all'import.
E' bene sottolineare che, in tale frangente, l'Argentina potè contare sull'insperato sostegno dovuto ai rincari dei prezzi agricoli internazionali, in particolare della soia (di cui il Paese è uno dei maggior produttori mondiali). Il Governo stimolò inoltre la concessione di prestiti alla imprese, elaborò un piano economico per aumentare il gettito fiscale e aumentò la gamma dei servizi sociali. L'accelerata crescita dell'avanzo commerciale si tradusse in un consistente afflusso di USD, a tal punto che si dovette addirittura intervenitre per arginare l'eccessivo recupero del peso (ritornato a quota 3 contro USD).

La Banca Centrale accumulò i dollari a riserva, il cui importo salì fino a consentire, nel gennaio 2006, il pagamento dell'intero debito verso il FMI (circa 10 mld di USD). Nel 2005 venne inoltre ristrutturato il debito: il 76% dei titoli oggetto del default (per complessivi 132 mld di USD) fu sostituito da nuove obbligazioni con valor nominale pari al 25-35% degli originali. Nel 2008 si avanzò l'idea di estendere tale accordo anche al restante 24%  dei vecchi titoli.

Vi era anche un lato negativo nell'accumulo di dollari, connesso al fatto che questi erano acquistati con pesos di nuova emissione, creando le condizioni per nuove tornate inflattive: la Banca Centrale doveva compensare quotidianemente i livelli, vendendo obbligazioni pubbliche, elemento che frenava gli investitori internazionali dal posizionarsi sui titoli in questione.
Un quadro interno comunque più positivo, rispetto alla grave crisi dei primi anni 2000, riuscì alla fine ad attirare i capitali internazionali, favorendo una duratura ripresa congiuturale. A parte il lieve calo del PIL 2009 (anno di recessione mondiale), la ripresa perdura ancora oggi, seppur a ritmi decisamente ridimensionati (circa 2-3%, contro tassi dell'8-10% negli anni immediatemente precedenti).

Occorre però sottolineare ancora una volta che l'Argentina è favorita da una discreta dotazione di materie prime (agricole in primis, ma anche minerarie e un po' di petrolio). Non mancano infine i rovesci della medaglia: la disoccupazione (scesa dai massimi del 25% al 7% circa) non sembra potersi ridurre ulteriormente ed anzi è prevista in lieve rialzo. Anche l'inflazione segue più o meno la stessa evoluzione e le previsioni degli economisti la posizionano nuovamente oltre il 12% nei prossimi due anni.

Il quadro politico non sembra incorporare altre criticità, anche se il recente rallentamento del tasso di crescita economica potrebbe tradursi in una perdita di consenso dell'attuale Presidente, la signora Kirchner Fernandez, eletta nel 2007 e (dopo essere rimasta vedova del marito, Presidente prima di lei), riconfermata nelle elezioni del 2011. La politica del Governo mira ad un progressivo accentramento, specie in termini di decisioni di spesa pubblica, visto che il bilancio statate è recentemente tornato in deficit (Figura 6), al fine di sostenere, attraverso adeguati interventi, sia l'export (che è il principale motore dell'economia) che i consumi e gli investimenti interni.

Ancora una volta, il cane si mangia la coda: proprio l'aumentato interventismo pubblico nell'economia (accompagnato da maggiori controlli sui flussi di capitale e sulle importazioni) frena le iniziative private e i connessi capitali provenienti dall'estero. Inoltre l'aumento della spesa pubblica è sovrappesato alla voce stipendi e pensioni e ciò soffia su uno scenario inflattivo sempre pronto a nuove turbolenze. Lo conferma l'andamento borsistico (Figura 7), capace di registrare marcate controtendenze: dopo un recupero di oltre il 250% dai minimi della crisi mondiale del 2008 fino alla primavera del 2011, l'indice ha successivamente perso quasi il 40% fino alla primavera del 2012, salvo rimbalzare del 65% da allora ai nostri giorni.

A prescindere dall'attuale positività, il quadro argentino è contraddittorio, fumoso e pieno di insidie. Anche se il debito argentino è calato dal picco del 165% al 35% del PIL, non pare proprio che si possa auspicare l'applicazione del modello argentino ai Paesi europei oggi in crisi per il peso del proprio debito.
Infatti l'Argentina, come sistema Paese, si è risollevata dal collasso di dieci anni fa, ma nel frattempo gran parte della popolazione ha sperimentato sulla propria pelle che cosa significhi "vivere in povertà".

                                                 Carlo Crovella

 

                                            

 

                                        

 

                                            

                                          

                              

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