E' più grande di Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito messi assieme, ma la sua popolazione (31 milioni) starebbe tutta nell'Italia Centro-Settentrionale, Lazio escluso. Solo il 3 per cento della sua immensa superficie è coltivato e i terreni irrigati hanno un'area inferiore a quella della provincia di Trento (Figura 1).

Agricoltura povera, quindi, ma deserti ricchi. Petrolio sotto la sabbia, com'è noto. E dopo il colpo di Stato del gennaio 1992 - che ha posto fine alle attitudini democratiche della lunga guerra di liberazione dalla Francia, terminata con la dichiarazione di indipendenza del 1962, e ha impedito a un partito moderatamente islamico di prendere il potere -  la ricchezza è amministrata (e in buona parte usufruita) da un'élite politico-militare dichiaratamente laica. Che deve vedersela con un'opposizione islamica che, con alti e bassi, opera da anni con un'accanita e brutale guerriglia.   

Una caratteristica dell'economia algerina è il ruolo preponderante dello Stato, risultato della lunga lotta di liberazione, che ha portato all'indipendenza, i cui leader si ispiravano al socialismo reale: il 90% delle banche del Paese è di proprietà statale e la spesa pubblica rappresenta i due terzi del Pil di origine non petrolifera. Il Paese ha superato relativamente bene la crisi internazionale grazie anche alla gestione "prudente" degli ultimi dieci anni che ha permesso di accumulare riserve stimate alla fine di settembre 2010 a 157 miliardi di dollari, contro 149 miliardi a fine 2009.

Tuttavia la protesta che ora  infiamma l'Algeria è una variante importante della protesta che scuote il mondo arabo.
Le scene di guerriglia urbana che hanno scosso la capitale e l'intero Paese sono da collegarsi all'accresciuto divario sociale e alla crescente difficoltà della parte più povera della popolazione (quasi un quarto vive sotto la soglia della povertà) ad arrivare alla fine della settimana, per non parlare della fine del mese.
Non a caso i disordini sono stati definiti  "rivolta del couscous".
Nei paesi avanzati si ha una scarsa percezione dell'importanza di questi aumenti che invece devastano il livello di vita dei poveri del mondo.

Il Food Price Index della FAO mostra chiaramente l'impennata mondiale dei prezzi alimentari (Figura 2) in atto da mesi che a gennaio ha toccato un nuovo record a quota 231 punti, il 3,4% in più rispetto a dicembre 2010, più di quanto non fosse salito nell'intero 2008 quando si verificarono proteste simili a quelle che si vedono nel Nord Africa e Medio Oriente.
Si sono contati più di cento focolai di protesta in tutto il Paese, alcuni morti e centinaia di feriti negli scontri che hanno coinvolto da un lato manifestanti armati di pietre, bottiglie e fumogeni e dall'altro le forze armate. A questi ha fatto seguito da qualche settimana una meno pubblicizzata ondata di scioperi che tuttavia sta riducendo fino alla paralisi la produzione del paese.

La causa prossima della protesta è l'impennata dei prodotti alimentari (in particolare zucchero e olio). Le principali cause economiche remote sono però l'erosione del potere d'acquisto della parte più povera popolazione algerina.
Il reddito per abitante è prossimo alla media mondiale (non raggiunge i 7.000 dollari annui) ma la sua caduta dopo il 2007 (Figura 3) è stata pagata quasi per intero dalle categorie più povere, anche se i dati sulla disoccupazione sono in calo tendenziale, pur rimanendo su livelli piuttosto elevati.

Per fronteggiare l'aumento dei prezzi dei prodotti di base le autorità sono intervenute per tamponare il problema diminuendo i dazi doganali e l'imposta sul valore aggiunto sui prodotti alimentari ma queste misure non hanno frenato la protesta.

 

Il rallentamento dei principali mercati di sbocco (Figura 4) dell'economia nazionale e l'incremento delle importazioni causato - anche - dal rincaro delle derrate alimentari hanno provocato la diminuzione del surplus commerciale.
E ancora, a febbraio giovani islamici hanno manifestato durante la cosiddetta "giornata della collera" contro il regime del Presidente Bouteflika oggi contestato duramente, ma che solo nell'aprile del 2009 ha ottenuto il 90% dei voti, conquistandosi il mandato presidenziale fino al 2014. E' significativo l'arresto di uno dei leader del disciolto Fronte islamico per la salvezza algerino (Fis), Ali Benhadj, che negli scontri di gennaio avrebbe trascinato la folla alla lotta armata.

Finora il regime ha retto, sostenuto dal petrolio. Il settore degli idrocarburi rappresenta infatti circa il 40-45% del totale del Pil.    
L'Algeria (Figura 5) ha fatto registrare negli ultimi anni un incremento del Pil stabilmente superiore al 2% e con massimi nei primi anni del 2000 vicini al 7% (2003). Nel 2010 il valore si è assestato a quota 3,8% e la proiezione per il 2011 è del 4%… agitazioni permettendo.

In carica dal 1999, il Presidente ha assicurato fino ad oggi una certa stabilità politica. Lo sviluppo algerino nei prossimi anni dovrebbe essere trainato dal programma di investimenti pubblici, necessario per far fronte all'arretratezza delle infrastrutture pubbliche e allo sviluppo del settore non oil. Tale programma causerà un peggioramento della posizione fiscale: il deficit  è risultato pari a -4,4% nel 2009 e le proiezioni indicano che nel 2012 il valore sarà di -5,7%.

Per quanto riguarda il commercio internazionale (Figura 6), l'Algeria riveste un ruolo importante nei confronti di Europa e USA in termini di approvvigionamento energetico: è infatti la fonte del 25% delle importazioni di gas nell'Unione Europea. Nei prossimi anni la ripresa a livello internazionale e una sostanziale stabilità dal lato importazioni favorirebbero un sostanziale miglioramento del surplus commerciale, senza però raggiungere nel breve periodo i valori record del 2008.

Tra i principali "clienti" dell'Algeria è l'Italia, che si conferma al secondo posto dopo gli USA assorbendo il 17% delle esportazioni e davanti alla Spagna, Francia e Olanda. L'Italia (Figura 7) si conferma anche come tra i principali fornitori del Paese (la quota delle importazioni è pari al 10%) subito dietro alla Cina che incrementa le proprie quote di mercato a discapito dei Paesi europei, e alla Francia.

La strada da seguire appare abbastanza chiara e se ne trova ampia traccia nei programmi dello stesso governo: l'economia dovrebbe diventare più competitiva e diversificata e un maggiore benessere sociale può essere sostenuto da una sempre maggiore apertura al commercio internazionale. L'Algeria è chiamata a stimolare il proprio settore primario e favorire la concorrenza scoraggiando spinte monopolistiche nella distribuzione degli stessi prodotti. Tutto ciò implica però un profondo rinnovamento nella stessa élite dirigente. Ed è qui che si collocano i maggiori interrogativi.

Sotto le ceneri della rivolta del pane può celarsi  infatti lo spettro del fondamentalismo islamico, più presente e agguerrito in Algeria che in altri paesi dell'Africa Settentrionale.  

                                             Rocco Paradiso 


 

 

 

 

                              

Commenti

Comments are now closed for this entry