Mosul, la capitale irachena dello Stato Islamico (IS), è stata liberata. A Raqqa – la capitale del gruppo jihadista in Siria – le Forze Democratiche Siriane (SDF) conquistano un quartiere dopo l’altro. L’autoproclamatosi califfo Abu Bakr al-Baghdadi è morto, stando a quanto riporta la TV irachena, e i miliziani dell’IS si combattono tra di loro. La meteora Stato Islamico sembra destinata a disintegrarsi. Con quali ripercussioni in ambito strategico si vedrà. Intanto, un nemico assai più temibile e resistente sta riemergendo in tutta la sua drammaticità: la carenza d’acqua. La capitale siriana Damasco lo scorso gennaio 2017 è rimasta senza acqua per due settimane. Ma nel resto del paese è peggio.

Siccità, crisi idrica e innalzamento delle temperature attanagliano la Siria, già provata da 6 anni di guerra. Ma la relazione tra acqua e conflitto è più complessa di quel che si può immaginare. È più complessa anche della lettura geopolitica di Papa Francesco, che mise in guardia dal rischio di una terza guerra mondiale per l’acqua. Difficilmente l’acqua da sola è fonte di conflitti bellici. D’altra parte, l’acqua è elemento centrale di ogni economia, poiché è la principale risorsa che permette la vita. Il suo ruolo nei conflitti non va dunque limitato al solo possesso in superficie. Piuttosto investe tutto il ciclo economico ed ecologico, con conseguenze sulla demografia e la stabilità sociale. La Siria ne è un esempio.
Per quanto siano molti i fattori che hanno contribuito allo scoppio della guerra nel paese arabo, si può individuare una radice della crisi nello stress idrico di cui la Siria ha avuto esperienza negli anni precedenti la guerra. Uno studio guidato dal professor James Famiglietti, del Center for Hydrologic Modeling dell’Università della California, ha evidenziato come la regione mediorientale abbia subito una siccità prolungata dal 2003 al 2009 (Figura 1

                                                            

Utilizzando satelliti della NASA, gli scienziati del gruppo di studio hanno rilevato che in quell’arco di tempo la regione ha perso 144 km cubici di acqua, equivalenti alle dimensioni del Mar Morto. Circa il 60% del totale era dovuto alla riduzione della falda acquifera, una delle più critiche al mondo (Figura 2). Particolare significativo, come si vedrà più avanti.
Come sottolineato da diversi studi, la siccità che ha investito la Siria dal 2006 al 2011 ha interessato fino al 60% della popolazione, causando in alcune zone un crollo totale del raccolto agricolo e una perdita anche dell’85% del bestiame (Figura 3). Come risultato della siccità, nel 2009 circa 800.000 siriani avevano perso completamente i propri mezzi di sostentamento. Nel 2011, quasi un milione di persone versava in condizioni di estrema insicurezza alimentare (Figura 4). Le conseguenti migrazioni interne, dalla campagna alle città hanno esasperato le condizioni delle realtà urbane. Francesco Femia e Caitlin Werrell, del Center for Climate and Security, hanno messo in evidenza la correlazione tra cambiamento climatico, siccità e disordini sociali che hanno scosso la Siria nel 2011. Una tesi sposata anche dalla ricercatrice Suzanne Saleeby, che ha indicato la scintilla delle rivolte nel fallimento del regime di al-Asad nell’offrire una soluzione economica alla crisi idrica.

L’evoluzione dei disordini in conflitto bellico ha poi peggiorato la situazione. Dighe, centrali idroelettriche, canali di irrigazione, pozzi e stazioni di pompaggio sono diventati target militari o leve di propaganda. Dal 2011 ad oggi, il Pacific Institute ha contato 12 eventi, di diversa natura, in cui l’acqua è stata coinvolta nel conflitto. La frammentazione del paese e lo stato di guerra hanno inoltre peggiorato il già scarso livello di gestione delle acque. La popolazione si è ritrovata sola a fronteggiare una situazione catastrofica, aggravata anche dalla progressiva riduzione delle acque dei fiumi Tigri ed Eufrate per via dell’immenso sistema di dighe turche a nord (Figura 5) . Non si possono conoscere i numeri esatti, ma si stima che siano stati scavati circa un milione di pozzi privati, che vanno così a peggiorare la critica condizione delle falde, aggiungendo un nuovo tassello nella complessa relazione tra acqua e conflitto.

Tutto ciò porta la Siria al rischio di affrontare il temibile orizzonte del peak water, ovvero il punto oltre il quale la capacità di rinnovo delle acque è inferiore al suo utilizzo (o dissipazione). Nel 2010, Peter Gleick e Meena Palaniappan, del Pacific Institute, teorizzavano tre possibili tipi di peak water. Il peak renewable water riguarda la possibilità di utilizzare più acqua di quanta annualmente si rinnovi. Il peak non-renewable water è pressapoco identico al concetto di peak oil: si riferisce all’acqua di falda, ovvero ai “pozzi”. I tempi di rinnovo dell’acqua sotterranea sono di migliaia di anni, così, quando i tassi di pompaggio superano i tassi di rinnovo, il pozzo è destinato ad esaurirsi. Infine, il peak ecological water (Figura 6) riguarda il punto massimo di utilizzo dell’acqua nel suo complesso, ovvero nella sua capacità di sostenere la vita economica, sociale e naturale di uomini, animali e piante. Superare il peak ecological water significa desertificare l’ambiente, rendendolo inabitabile.

La Siria, così come altre zone del Medio Oriente, rischia di trasformarsi in una devastazione ecologica e un punto di non ritorno. I numeri della mancanza d’acqua in Siria sono spaventosi. Ma la Siria è anche un avvertimento per tutti. L’acqua è un bene irrinunciabile, che è alla base della vita. Per fare fronte all’emergenza idrica e climatica sono necessarie due condizioni, entrambe scarse al mondo d’oggi: stabilità politica e un’economia orientata al sostegno dell’ecologia e non del profitto.

 

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