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Il gioco a somma zero
Crescita, recessione o stagnazione?

venerdì 2 dicembre 2011

Franco Tadiotto

 

Il quadro di Marx sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo si puo' paragonare ad un gioco "a somma zero", cioè alla situazione in cui il guadagno o la perdita di un partecipante è perfettamente bilanciato da una perdita o un guadagno di un altro partecipante come nei giochi d'azzardo.

Il plusvalore in questa situazione rappresenta la vincita. Il plusvalore è per Marx il profitto e corrisponde alla "posta" del gioco.

"Nei giochi "a somma diversa da zero", non esiste un rapporto diretto tra vincite e perdite, o meglio non esistono sconfitti in senso stretto.
Un esempio tipico di gioco a somma diversa da zero è il bingo, dove al termine di una partita ci sarà chi vince molto, chi poco e chi non vince; però nessuno lascerà il gioco con la percezione di aver perso: non essendo un confronto diretto, non c'è sconfitta." (da Wikipedia)

Questo giro di parole non cambia la sostanza del gioco, che e' sempre e comunque a somma zero, con una variante: ai partecipanti si aggiunge il "banco", il Ministero delle Finanze, che vince sempre. Possiamo a questo punto sostenere che il salariato perde sempre e comunque anche se gli oppositori delle teorie marxiane tentano di presentare lo sfruttamento, l'appropriazione del plusvalore, come una piccola perdita, necessaria per il progresso della società.

Non si possono disconoscere i progressi tecnologici e scientifici, ma non è lecito attribuirli all'imprenditore, relegando la manodopera al semplice ruolo di esecutore, di facchinaggio; gli stessi sostenitori della libera iniziativa, per il successo imprenditoriale, assegnano all'esperienza delle maestranze, la buona qualità del prodotto finale.

I progressi della tecnologia e della scienza sono quindi da attribuire all'intelligenza del genere umano. Ecco quindi che l'imprenditore non ha il diritto di chiudere la fabbrica, di interrompere la produzione. Lui è solo il gestore e, quando il suo progetto commerciale fallisce, ha il dovere di lasciare la gestione ad altri, senza reclamare indennità.

Non dobbiamo dimenticare a questo punto il terzo elemento, lo Stato.

Lo Stato si aggiunge legittimamente, all'imprenditore e preleva una parte del reddito al lavoratore dipendente con le tasse. Legittimamente in quanto lo Stato ha il compito di organizzare la societa' civile. Con le tasse prelevate, finanzia anche gli imprenditori, che dovrebbero allora rinunciare ai profitti.

Per fare un esempio: la FIAT, che ha ricevuto per anni finanziamenti e contributi e fruito di infrastrutture, non doveva chiudere la fabbrica di Termini Imerese. Per miglior comprensione racconto un'esperienza diretta: 50 anni fa, 1960, studente liceale, d'estate seguivo mio padre trasportatore. Da Padova venivo a Genova, all'Italsider, a caricare rotoli di lamiera da recapitare alle varie industrie del nordovest e del nordest (per le Fonderie Venete di Bassano del Grappa, che stampavano vasche da bagno, simbolo della nuovo corso, del new deal). I rotoli di lamiera per la FIAT di Torino, erano pero' ceduti sottoprezzo, per permettere costi contenuti alla produzione di "500" e "600", simbolo della motorizzazione privata promossa da Valletta e dalla DC. Il costo dei trasporti era dimezzato: il nolo dell'automezzo a mio padre, per trasportare i rotoli a Torino, era rimborsato con 20 mila lire, invece di 40 mila, tariffa dei sindacati trasportatori. Anche le Ferrovie contribuivano per la loro parte: da Genova partivano interi convogli carichi di rotoli di lamiera e chissa' se avranno mai incassato per il servizio reso, mentre, contemporaneamente, si gridava allo scandalo del passivo delle Ferrovie e dell'Italsider.

Dal 1960 al 1990 la classe operaia in Italia e' "andata" in paradiso, ha vissuto il benessere sognato dai nonni, dalle generazioni precedenti: ha ricevuto un "contentino", mentre la classe dirigente si mangiava la polpa. Ancora oggi Guarguaglini, responsabile di Finmeccanica, si dimette con una liquidazione di 5 milioni e De Robertis, presidente dell'INPS nel 1960, esponente del Movimento Sociale Italiano, ha ricevuto alla fine del mandato, 150 milioni di allora (il mio stipendio era di 30 mila lire).

Franco Tadiotto 

PS: a mio giudizio la crisi e' cominciata nel 1991, con la prima guerra del Golfo, a testimonianza che le guerre non sono fonte di rinnovamento e ricchezza, ma solo di lutti per i proletari, siano essi fanti o top gun.

 
 
 
 
 
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