Con piacere ho letto che il Dott. Deaglio ha citato le nostre corrispondenze nel suo ultimo articolo del 6 luglio [...]
Ho una richiesta e sollecitazione personale.
Modestamente credo che da questa crisi si esca solo col ripristinare barriere doganali. Immagino il brivido che passa nella schiena del lettore perché mi rendo conto che è un argomento considerato aberrante e impraticabile da molti economisti e politici e vorrei semplicemente capire il perché...
Ritengo che, aldilà delle difficoltà pratiche, dobbiamo perseguire la strada dei dazi doganali verso i paesi scorretti, che ci fanno concorrenza sleale contro il libero mercato. Vorrei capire perché se in Cina o paesi simili basta la cosiddetta tazza di riso e un dipendente viene sostituito e scartato come una carta da gioco, non possiamo praticare un dazio almeno sulla componente di mano d'opera che è viziata dal loro stato sociale medioevale.
Immagino che ci siano già letterature diffuse sull'argomento, ma a me piace chiederlo a Voi, per professionalità, simpatia e pacatezza nelle analisi.
Grazie per l'attenzione, Vi saluto con stima
Massimo Zocchi
Il ripristino di barriere doganali (o meglio, di limiti quantitativi all'importazione) è una via d'uscita possibile. Perchè funzioni ci vogliono tre requisiti:
a) le barriere non devono essere generalizzate, ma riguardare prodotti specifici;
b) le barriere devono essere legate a piani di risanamento che consentano di recuperare produttività nei settori minacciati e neppure devono essere eterne, ma vanno fissate per 3-5 anni;
c) se possibile, le barriere devono essere stabilite con la collaborazione dei paesi esportatori e non con la loro ostilità. Per loro, la barriera può rappresentare un "male minore". E non bisogna dimenticare che Cina e Corea del Sud, paesi d'origine di molti prodotti in competizione con i nostri, sono anche tra i principali sottoscrittori del nostro debito pubblico. Se smettessero di farlo per ritorsione, potremmo essere in gravi difficoltà.
la Redazione di Quadrante Futuro