Come spesso accade, anche l’estate che ci lasciamo alle spalle ha visto il tema dell’immigrazione al centro del dibattito politico. Con l’avvicinarsi delle elezioni nazionali, questo è poi destinato a rimanere ancora per diverso tempo fertile terreno di scontro.
Benché la percentuale di immigrati presenti nel nostro Paese sia pressoché irrisoria se paragonata a quella di altri partner europei (Figura 1 e Figura 2), ciò che colpisce è la crescita di questo dato, negli ultimi anni: tra il 2000 e il 2010, la percentuale di persone straniere presenti sul nostro territorio è più che raddoppiata; in Spagna, dove il trend è simile a quello italiano, l’aumento è stato ancor più vertiginoso.
Le problematiche e le opportunità connesse all’immigrazione vanno oltre la complessa gestione della sicurezza e di quella che è ormai conosciuta come l’emergenza sbarchi e, in un’ottica di lungo periodo, riguardano soprattutto aspetti legati al mondo del lavoro, alla discriminazione che si potrebbe riscontrare al suo interno e alle politiche di welfare. Nel seguito affronteremo alcuni di questi aspetti attraverso i dati forniti dal Ministero del Lavoro.

I macro-dati occupazionali
Partendo dal tasso di occupazione, tra il 2007 e il 2016 (Figura 3) questo si è rivelato costantemente maggiore per le persone straniere, benché con un trend decrescente più marcato rispetto a quello che ha caratterizzato gli occupati italiani. I dati sono però fortemente influenzati da componenti demografiche (Figura 4). Osservando gli andamenti della popolazione in età lavorativa e del numero assoluto di occupati, si nota infatti come il tasso di occupazione italiano abbia retto soprattutto grazie alla bassa crescita della popolazione; il tasso di occupazione straniero è invece sceso, nonostante un aumento assoluto degli occupati, a causa del forte incremento del numero di persone in età lavorativa. In termini assoluti, nel periodo considerato, gli occupati italiani sono diminuiti di circa un milione, a fronte di una crescita dell’occupazione straniera pari a 953mila unità.


Il dato sull’occupazione diventa particolarmente interessante se comparato con quelli dei nostri principali partner europei, quali Francia, Germania, Regno Unito e Spagna: dal 2009 in poi, in nessuno di questi paesi il tasso di occupazione degli stranieri (Extra UE) è stato più alto di quello dei cittadini nazionali, con differenziali che in Francia e Germania si attestano sui 20 punti percentuali. E questo nonostante l’Italia sia l’unico fra i Paesi considerati in cui la crescita della popolazione straniera risulti maggiore rispetto alla crescita del numero di occupati stranieri – e quindi, come detto, il tasso di occupazione conosce per questo trend decrescenti.
Di rilievo sono poi i dati occupazionali femminili, i quali sono caratterizzati da una marcata dispersione in relazione al paese di provenienza. Al contrario che per gli uomini, caratterizzati da percentuali occupazionali simili, per le donne possiamo infatti distinguere paesi dai quali queste emigrano individualmente per cercare lavoro (quali le Filippine o il Perù) e altri dai quali emigrano in primo luogo per il ricongiungimento familiare (quali l’Egitto, la Tunisia o il Pakistan). Così, mentre i tassi di occupazione femminile per le donne provenienti dal primo gruppo di paesi sfiorano l’80 per cento, per le donne del secondo gruppo questi non raggiungono neanche il 5 per cento.
Per ciò che concerne infine la ripartizione geografica degli occupati stranieri, nel 2016 il 60 per cento era occupato in attività produttive nel Nord Italia, e solo il 15 per cento lavorava nel Mezzogiorno – i dati non tengono ovviamente conto del lavoro sommerso.

Settori, impiego e titolo di studio
Dopo aver delineato alcuni dei principali macro-dati, è opportuno scendere più nel dettaglio per proporre un’analisi occupazionale per settori di impiego, mansione svolta e titolo di studio.
Il periodo considerato (2007-2016) risente fortemente della crisi economica e, come è quindi lecito aspettarsi, il numero di occupati, sia italiani che stranieri, è sceso nel settore delle costruzioni e aumentato nel settore dei servizi. Mentre però nel primo caso circa 500mila italiani hanno perso il posto di lavoro nel settore delle costruzioni e circa 400mila lo hanno trovato nel settore dei servizi, gli stessi numeri per gli stranieri sono di sole 2mila unità in meno nel primo settore e di circa 700mila unità in più nel secondo. In tutti gli altri settori (agricoltura, industria e commercio) i trend sono invece opposti: un incremento dell’occupazione straniera e una flessione dell’occupazione italiana. Benché in termini assoluti i numeri siano importanti, in termini relativi gli occupati stranieri superano di poco la soglia del 10 per cento del totale degli occupati, con picchi vicino al 17 per cento nel settore dell’agricoltura e delle costruzioni (Figura 5).
Considerando invece il grado di inquadramento professionale (Figura 6), spiccano le differenze soprattutto all’interno della categoria di operai – dove è occupato il 76,6 per cento degli stranieri, a fronte del 30 per cento degli italiani – e degli impiegati – dove sono invece occupati l’8,6 per cento degli stranieri e il 35,9 per cento degli italiani. Un dato importante è poi rappresentato dal circa 12 per cento di persone straniere occupate con un lavoro autonomo, benché solo il 3 per cento sia inquadrabile come imprenditore. In ogni caso, all’interno di questa piccola percentuale imprenditoriale, un quarto dei lavoratori stranieri è donna – contro una percentuale più bassa, vicina al 20 per cento, per gli italiani – e ben il 10 per cento di essa è rappresentata da giovani fra i 15 e i 29 anni – lo stesso dato a livello italiano è fermo al 2,8 per cento e su di esso pesa una forte componente di over60.

Considerando da ultimo il titolo di studio – e tutte le difficoltà connesse al riconoscimento dello stesso in un paese estero, benché la percentuale di stranieri con una laurea sia circa la metà della percentuale dei laureati italiani (l’11,3 contro il 22,5 per cento), occorre notare come, in molte mansioni, la percentuale di stranieri laureati superi quella degli italiani con uno stesso titolo di studi: fra gli imprenditori e gli impiegati, questo differenziale raggiunge anche il 10 per cento; fra gli operai si attesta invece a 5 punti percentuali.
Un aspetto rilevante quando si affronta il tema dell’immigrazione e del mercato del lavoro è infine quello delle retribuzioni e dei possibili fenomeni discriminatori ad esse associati. Data l’ampiezza e la delicatezza dell’argomento, questo sarà oggetto di una scheda dedicata.

 

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