Uno degli aspetti che caratterizzano ormai da anni il mercato del lavoro italiano è la sua forte segmentazione, o dualità. Dualità che può essere declinata in molte forme e che, nella sua accezione più generale, descrive un mercato del lavoro suddiviso in un gruppo di lavoratori con contratti a tempo indeterminato, elevate coperture e salari relativamente alti e un secondo gruppo di lavoratori con contratti a termine, basse tutele e condizioni di lavoro complessivamente peggiori.
Tutto ciò non è altro che la cornice di un quadro più complesso di diseguaglianze che però intaccano l’efficienza del mercato del lavoro in Italia. Esaminiamo qui gli effetti che la crisi economica ha avuto sulla segmentazione del mercato, individuando specifici gruppi di lavoratori e osservando come la recessione abbia intaccato la posizione di ciascuno.

Disoccupazione pesata per la forza lavoro: il contesto

Un primo dato utile per contestualizzare il problema riguarda la distribuzione della disoccupazione per classi di individui, rapportata al peso che ciascuna classe esprime in termini di forza lavoro. La Figura 1 mostra, per ciascuna classe di età, la percentuale di forza lavoro che il gruppo fornisce al mercato e la percentuale dei disoccupati all’interno della classe stessa. In un mercato efficiente, senza frizioni e uniforme, non dovrebbero comparire forti differenze fra le due percentuali. Se, a titolo di esempio, il 10 per cento della forza lavoro è rappresentata da giovani lavoratori (15-24 anni), è logico aspettarsi che in quella classe di età pesi anche sul totale il 10 per cento circa dei disoccupati. La figura mostra un mercato del lavoro fortemente distorto, con una sovrarappresentazione dei più giovani, simile per la classe 25-34 anni, che si inverte, invece, se guardiamo a tutte le classi di età superiore, decisamente sotto-rappresentate in termini di disoccupati.
Il dato negativo rispetto ai giovani lavoratori può essere tuttavia in parte attenuato se consideriamo che l’ingresso nel mercato del lavoro è spesso accompagnato da cambi di occupazione ravvicinati nel tempo, in attesa dell’impiego più adatto alle proprie esigenze e aspettative. I giovani che entrano nel mercato prima dei 24 anni sono, inoltre, in media meno specializzati, e quindi più esposti al rischio disoccupazione.
Utilizzando la medesima tipologia di dato su altre classi di individui, emerge poi come la stessa distorsione riscontrata a sfavore dei giovani lavoratori si ritrovi anche per le persone di sesso femminile (40% della forza lavoro e 45% di disoccupazione), per coloro che possiedono un titolo di studi inferiore al diploma e, infine, per i lavoratori del meridione (Figura 2). Risultati decisamente positivi si riscontrano invece tra i lavoratori con una laurea – o un titolo di studi superiore – e tra i lavoratori del Nord. Entrambe queste classi rappresentano una percentuale della forza lavoro superiore rispetto alla percentuale di disoccupati che esprimono.

I lavoratori scoraggiati

Se questa è la fotografia del mercato del lavoro italiano nel 2015, è ora opportuno indagare come la crisi abbia inciso sulle diseguaglianze fra quei gruppi di individui sopra citati. Per osservare tali dinamiche, verranno presi in considerazione i dati degli anni 2007, 2011 e 2015, su due indicatori.
Il primo indicatore riguarda un aspetto spesso ritenuto marginale e relativamente poco citato quando si affronta il tema della occupazione: la percentuale di lavoratori scoraggiati, ossia di coloro che non cercano attivamente un lavoro ma sarebbero disposti ad accettarlo nel caso si presentasse l’occasione. I dati mettono in evidenza come la percentuale di lavoratori scoraggiati sul totale della forza lavoro assuma valori molto diversi in relazione alla tipologia di individuo, con differenze che toccano anche il 25 per cento nel caso della ripartizione dei lavoratori in classi d’età.
La Figura 3 mostra come nella fascia di età 15-24 anni la percentuale di lavoratori scoraggiati sia circa tre volte superiore rispetto a quella delle altre categorie di età. La crisi non ha fatto altro che aggravare il divario, innalzando dal 21 al 24 per cento la differenza fra la prima classe di età e l’ultima.
Trend negativi simili si registrano anche prendendo in considerazione la differenza nel titolo di studi  e l’area geografica (Figura 3), con un divario tra Nord e Sud che durante la crisi è aumentato di circa 4 punti percentuali in relazione a tale indicatore: una persona su tre, nel 2015, nel Mezzogiorno, ha smesso di cercare un’occupazione. L’unica eccezione positiva è osservabile nella differenza di genere: il divario tra la percentuale di donne e uomini scoraggiati è infatti diminuito di circa un punto percentuale negli anni della crisi, assestandosi su quota 9,8 per cento lo scorso anno. Quest’ultimo aspetto può essere spiegato da un lato con la forte crisi cha ha attraversato settori a marcata occupazione maschile come l’edilizia e l’automobile; dall’altro, con l’incremento nella richiesta di misure di welfare privato, dove l’offerta di lavoro è spesso rappresentata da donne.

L’occupazione part-time involontaria

Un altro aspetto che lega la segmentazione del mercato del lavoro e la crisi economica è il numero di persone che si ritrovano nella necessità di dover accettare un’occupazione part-time quando, potendo scegliere, preferirebbero un’occupazione a tempo pieno. Questa percentuale, dalla quale sono quindi esclusi tutti coloro che scelgono un orario ridotto per motivi personali, è salita dal 38,3 per cento del 2007 al 63,9 per cento nel 2015. La netta maggioranza di coloro che oggi svolgono un’attività part-time lo fanno quindi non per scelta personale. Il trend (Figura 4) è decisamente sorprendente, anche e soprattutto se letto alla luce del breve arco di tempo nel quale tale incremento si è verificato.
Anche in questo caso, le differenze tra i gruppi di lavoratori prima considerati sono rilevanti. Se quattro lavoratori part-time su cinque, tra i 15 e i 24 anni, sono lavoratori part-time involontari, la stessa proporzione scende ad un lavoratore su due nella classi di lavoratori di età più avanzata. Questa differenza percentuale tra le due categorie (Figura 5) è aumentata di cinque punti percentuali dall’inizio della crisi allo scorso anno. E ancora, a fronte di un incremento nettamente contenuto nella differenza tra lavoratori e lavoratrici part-time involontari, il gap è aumentato significativamente, triplicandosi, fra persone con un titolo di studi elementare, o inferiore, e persone con una laurea, o un titolo di studi superiore. Se nel 2007 tale differenza era del circa il 7 per cento, lo scorso hanno ha sfiorato quota 19 per cento: mentre circa un lavoratore part-time su due con un titolo di laurea è in tale situazione lavorativa non per sua scelta, questa percentuale sale a quota 72 per cento tra i lavoratori meno istruiti.

Unico trend in contro-tendenza, in questo caso, è quello che riguarda il gap fra le classi geografiche (Figura 5). Il divario tra Nord e Sud si è infatti notevolmente ridotto durante gli anni della crisi, passando da quota 33,3 per cento a quota 25,3 per cento. Questa riduzione del gap è però frutto di un aumento dei lavoratori part-time involontari al Nord, decisamente più sostenuto rispetto che al Sud.
Benché non tutte le differenze di performance fra i gruppi di individui debbano essere giudicate in maniera negativa – il fatto, per esempio, che persone più istruite abbiano migliori condizioni lavorative è sicuramente segno di un buon funzionamento del mercato del lavoro –, il quadro che emerge da questa panoramica, parziale, del mercato del lavoro italiano restituisce l’immagine di un Paese fortemente segmentato. E i dati per certi aspetti più preoccupanti sono quelli che riguardano il gap geografico e quello fra fasce di età. In un mercato del lavoro uniforme queste differenze dovrebbero essere decisamente più contenute.

Diversi sono comunque i meccanismi che negli ultimi anni il legislatore ha messo in campo per aggredire tale situazione di forte disparità: dal programma Garanzia Giovani alla riduzione del costo del lavoro con particolari incentivi rivolti al Sud, al contratto unico a tutele crescenti come forma principale di ingresso nel mercato. Quest’ultimo aspetto, in particolare, benché non riguardi direttamente un aumento dell’occupazione – i posti di lavoro non si creano con un nuovo tipo di contratto – sarà dirimente nell’attenuare le forti differenze di trattamento lavorativo, dalle tutele ai sussidi, che oggi caratterizzano il nostro mercato.

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