E' andata. Ora toccherà a Barack Obama: "It's time" affermava l'ultima copertina "pre elettorale" dell'Economist, riportando una dinamica immagine di Barack in movimento verso il futuro.
Dal 20 gennaio 2009, Obama sarà il 44.esimo Presidente degli Stati Uniti d'America: "Grandi Speranze" sottolinea  la prima copertina post election day dell'Economist (Figura 1).

Bella rogna, per lui. Prende in eredità una superpotenza, che al momento è più che altro una nobile decaduta. Difficile che prima del suo insediamento alla Casa Bianca, Obama assuma posizioni ufficiali da Presidente. La Costituzione americana dice che si governa uno per volta e fino ad allora il Presidente è George W. Bush. Tuttavia gli occhi dell'intero pianeta sono già indirizzati a scrutare le scelte di Obama, cercando di "guardare oltre" il 20 gennaio. Muovendosi fra le dichiarazioni pre elettorali e le analisi del voto USA, si può cercare di delineare alcuni possibili scenari.

Tre sono i grandi problemi sul tavolo di Obama. Il meno importante in valore assoluto, ma delicato in termini di consenso interno, è costituito dalla diffusione geografica del voto presidenziale. Gli stati "blu" democratici si posizionano sulle due coste, mentre all'interno c'è una pressoché ininterrotta roccaforte di Stati "rossi" repubblicani. Obama ha vinto sull'onda di un misto fra ideologia "progressive", rivalsa e tutela delle minoranze e un nuovo modo di porsi sullo scenario internazionale.
E' una visione "aperta" che ha attecchito a New York come a San Francisco, ma che si scontra con l'impostazione più conservatrice dell'interno, quella degli Stati agricoli e tradizionalisti.
Ora, però, Obama deve "conquistarsi" anche questi Stati, se non vuole erodere il consenso in poche settimane.
L'economia è sicuramente il campo sul quale Obama si misurerà con i cittadini statunitensi che hanno votato per McCain.

Il secondo problema riguarda la politica estera, dove Obama è atteso a concretizzare una netta sterzata rispetto alla linea dell'Amministrazione Bush. La cartina di tornasole di tutto ciò si incentrerà sulla gestione della situazione in Irak, ma non solo: devono essere ridefiniti i rapporti con tutti gli interlocutori internazionali, dai cosiddetti alleati (Paesi membri dell'UE, Regno Unito, Israele) agli "avversari storici" (Russia, Cina) ai nuovi nemici (Iran).

Il terzo tema che Obama dovrà affrontare con particolare urgenza è costituito dalla situazione economica post crisi dei mercati finanziari.  Come è ormai comprovato, la crisi, originatasi proprio negli USA con l'esplosione della bolla dei mutui subprime nell'estate '07, affonda le sue radici nella crescita esponenziale dell'indebitamento statunitense.

Che le economie anglosassoni siano economie "a credito" (o "a debito", a seconda da che prospettiva si guardi la faccenda) è cosa risaputa. Mentre noi formichine continentali (italiani in particolare) siamo stati educati al concetto che "prima si mette da parte il risparmio e poi si realizza l'acquisto", in Gran Bretagna e ancor più negli USA vale il meccanismo opposto "prima si usufruisce del bene e poi si pensa a pagarlo" Questo meccanismo (che ha invaso anche la mentalità europea da una quindicina d'anni in qua) ha anticipato la tempistica degli acquisti (amplificando la domanda e quindi accelerando la crescita economica), ma ha esasperato il tasso di indebitamento del sistema, finendo per rivelarsi il vero focolaio della crisi.

Anche perché, nel corso del tempo, è cambiato l'ordine gerarchico fra indebitamento delle famiglie USA e indebitamento del settore finanziario. Il grafico della Figura 2 è eloquente: in proporzione al PIL, l'indebitamento della famiglie è aumentato dal 50% del 1980 al 71% del 2000, per attestarsi infine al 101% del 2007 (in pratica questa variabile è aumentata del 102%).
Negli stessi anni, l'indebitamento del settore finanziario è passato dal 23% del PIL (1980) all'80% (2000), per culminare con il 116% del PIL nel '2007, ovvero quando il sistema non ha più retto, confluendo nella crisi dei subprime.
La variazione 1980-2007 del rapporto indebitamento settore finanziario/PIL è dell'404%, cioè quattro volte aumento dell'indebitamento delle famiglie.

Giusto per avere un confronto spannometrico, i corrispondenti indicatori italiani sono cresciuti anch'essi dal 1980 ad oggi, ma non valicano la parità con il nostro PIL.
Tornando agli USA: le carte di credito, gli acquisti a rate, i finanziamenti al consumo (non solo più su beni fisici, come televisori o automobili, ma anche su servizi immateriali, come vacanze o iscrizioni ad agenzie matrimoniali……) hanno alimentato negli ultimi 25-30 anni una crescita economica evidentemente "drogata". I nodi sono venuti al pettine, la frenata (prima finanziaria, poi congiunturale) sarà violenta ed ora investirà i consumi, già calati nella rilevazione preliminare del PIL USA del terzo trimestre '08.

Non a caso l'indice di fiducia dei consumatori USA (Figura 3) è crollato sotto quota 60, avvicinandosi ai minimi sia degli anni '70 che di inizio anni '80.
Con questi dati del problema, come sarà la probabile politica economica di Obama? Sicuramente non sarà quella di Ronald Reagan degli anni '80, la famosa "Reaganomics", sintetizzata allora nel motto "giù le tasse, su i tassi". La Reaganomics cercò, coerentemente con una visione da "destra economica", di alimentare la ripresa (iniziando dai consumi) attraverso l'abbattimento dell'imposizione fiscale diretta, accettando invece il rialzo dei tassi anche in visione anti-inflattiva, elemento che costituì il propellente per la successiva irresistibile ascesa del Dollaro.

Da Obama, coerentemente con la sua visione da partito "democratico", cioè di "sinistra moderata", è lecito aspettarsi una politica economica di ispirazione keynesiana. Ovvero: aumento della spesa pubblica, con l'intenzione di farle svolgere il ruolo di volano della ripesa economica. A ciò dovrebbero aggiungersi gli aiuti alle imprese (anche in termini di sgravi fiscali, ma finalizzati al rilancio di specifiche attività economiche) ed una politica monetaria decisamente accomodante.

Tentiamo di sintetizzare: "bassi tassi, alte tasse", intendendo, per queste ultime, le tasse sulle persone fisiche, necessarie per contenere l’aumento del deficit pubblico.
Fin qui, tutto fila liscio. Il problema è metterlo in pratica e soprattutto, riuscire a farlo in tempi brevi, visto che il parco consumatori statunitense è emotivamente teso, anche perchè ha visto dimezzarsi la ricchezza patrimoniale in un anno e mezzo, in seguito ai rovesci di Borsa.

Il sentiero, tanto bello sul piano ideologico, si scontra immediatamente con una realtà che non facilita il compito di Obama. L’eredità dell’Amministrazione repubblicana è quella di un deficit già in aumento e Obama da lì parte, non da una lavagna bianca dove può scrivere dall’inizio la sua opera.

Il Tesoro statunitense si è già accollato perdite dirette o indirette del settore finanziario americano, in più ha nazionalizzato nel settembre scorso le due agenzie di erogazione dei mutui (Fannie Mae e Freddie Mac). Inoltre, pur lasciando andare al suo destino Lehman Brothers, ha deciso di intervenire nel capitale di molti altri Istituti di credito, o comunque ne ha impedito il fallimento, altrimenti inevitabile. Non è ancora ben chiaro l’intero impegno del Tesoro: basterà il piano da 700 miliardi di dollari varato da Bush?

Il debito pubblico americano va quindi considerato decisamente superiore all’attuale entità pari al 35% del PIL, perché un altro 30% se l’è portato via la nazionalizzazione delle due agenzie di mutui e un altro 30% pare che sia costituito dal debito di altre istituzioni pubbliche, quali le future passività del sistema pensionistico dei dipendenti pubblici. Non è realistico ipotizzare che Obama possa dare istruzioni affinché si stampino, nottetempo, nuovi T-Bills e T-Bonds (cioè i BOT ed i BTP americani).

Obama può naturalmente agire sulla cosiddetta leva fiscale, ovvero aumentare il deficit federale. Ma anche qui il sentiero è stretto. Secondo le stime pre-crisi, il deficit USA 2009 avrebbe dovuto attestarsi a cavallo del 3,5% del PIL, ma gli ultimi interventi straordinari dell’Amministrazione Bush lasceranno un’eredità anche sul deficit ’09, che potrebbe salire al 6,5%-7%, questo al netto di interventi “keynesiani” eventualmente ispirati da Obama. Il margine sul deficit non è quindi molto ampio, considerato che se gli USA partecipassero all’Unione Europea sarebbero ben fuori dai limiti del trattato di Maastricht (Deficit/PIL: 3%).

Quanto agli aiuti alle imprese, sono utili, ma rischiano di diventare un
“Pozzo di San Patrizio”. Infatti, è notizia proprio di questi giorni che l’American Express (una delle più rinomate società che emettono carte di credito) avrebbe intenzione di chiedere l’autorizzazione a trasformarsi in “banca”: non individuando nessun’altra motivazione ragionevole, l’impressione è che tale istituzione voglia sedersi al tavolo della spartizione degli aiuti pubblici al settore bancario. Inoltre, dopo aver salvato le banche, non sarà possibile lasciar andare in crisi le grandi industrie americane, che già riversano le loro eccedenze di manodopera nel quadro della disoccupazione.

Infatti ad ottobre, il tasso di disoccupazione (Figura 4) è balzato al 6,5%, superando il massimo del precedente ciclo recessivo (metà 2003). Ancor più preoccupante è il trend dei nuovi occupati non agricoli (Figura 5), dove, inanellando sistematicamente dati mensili negativi, da inizio ’08 il sistema produttivo si è mangiato quasi 1.300.000 posti di lavoro.

Resterebbe, come estrema ratio, la politica monetaria. Ma anche qui, gli spazi appaiono molto limitati, visto che i FED Fund sono stati recentemente portati all’1% e, di conseguenza, dispongono solo più di un potenziale calo dell’1%. Oltre a questa considerazione provocatoria, la Figura 6 ci mostra che, sul piano della politica monetaria, la precedente crisi recessiva (2003), sintetizzata dal picco della disoccupazione, fu gestita con più acume e con meno apprensioni. Infatti i FED fund vennero fatti scendere velocemente dal 6,5% all’1,75%, ma la FED si tenne nella manica ancora un paio di mosse (culminando con minimi dell’1%), che concretizzò quando la disoccupazione stava virando dai suoi massimi. Insomma la FED diede ossigeno all’economia che era in convalescenza.

Ora, invece, lo tsunami finanziario ha costretto la FED a giocarsi in fretta e furia quasi tutte le carte a disposizione ed i FED fund sono già scesi all’1%, ma non sappiamo se il dato di ottobre corrisponderà davvero al massimo della disoccupazione.
In sintesi: l’eventuale successo della presumibile politica economica di Obama dovrebbe facilitare un progressivo recupero della Borsa e, invece, un tendenziale indebolimento del Dollaro.

Ma il punto è un altro. Vista la gravità della situazione è legittimo che sulle possibili mosse di Obama si concentri l’attenzione di tutti gli osservatori internazionali, anche di noi cittadini europei. La cartina di tornasole dell’efficacia degli interventi governativi sarà espressa dall’andamento percentuale dei consumi americani, letteralmente crollati
(
Figura 7) negli ultimi mesi, specie in ottobre (-2,8% su settembre): quando vedremo girare verso l’altro il trend rappresentato in quel grafico, inizieremo a percepire l’uscita dal tunnel della recessione.

Pertanto dall’efficacia o meno delle decisioni economiche dell’Amministrazione Obama, deriveranno tempi più o meno lunghi della ripresa USA, a cui sono collegati i tempi e l’intensità dei trend economici di tutto il mondo e dei nostri consumi.

In bocca la lupo, Obama!

                                                 Carlo Crovella

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