L’Est è il punto cardinale dove nasce il sole, da dove quindi provengono luce e calore dopo una notte oscura e fredda. Il vento dell’Est dovrebbe essere quindi premonitore di fattori “piacevoli”, ma se tale vento cambia leggermente direzione e spira da Nord Est, diventa gelido e spietato. Ne sanno qualcosa i triestini, che si sono dovuti abituare a convivere con la Bora.

Come il lungo mare di Trieste nelle giornate di Bora, l’attuale fase dell’Euro è sottoposta infatti al vento gelido che proviene dalla monete dell’Europa Orientale. Si tratta di Paesi dell’ex blocco sovietico, che sono in lista d’attesa per entrare nell’Unione Monetaria Europea: la crisi economico-finanziaria li ha messi in ginocchio, amplificando i già consistenti debiti esteri e scaricandosi sulle rispettive monete.

Il problema è accentuato dall’altissima percentuale di capitale di banche in mano a investitori stranieri (Figura 1):  si va da un “minimo” del 75% della Polonia fino a sfiorare il 100% per Estonia e Slovacchia. Il bubbone è esploso nelle ultime settimane, ma in realtà covava da tempo sotto le ceneri ed era chiaro già dall’ottobre-novembre scorso quando il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha erogato, in fretta e furia, il primo prestito di sostegno all’Ungheria.

Giusto per capire, prendiamo tre monete rappresentative di Stati (Ungheria, Rep. Ceca, Polonia), che,  per ragioni storiche, geografiche o economiche, possono essere considerati fra i  più “occidentali” nel mondo della Nuova Europa.
Dall’inizio del ’09 (Figura 2), il Fiorino ungherese (Sigla: HUF) si è svalutato contro Euro dell’11% circa, la Corona ceca (CZK) del 5% e lo Zloty polacco (PLN) del 12%.
Ma se ampliamo l’arco temporale, è ben più grave la dimensione del problema. Dall’inizio del ’07, assunto come un momento temporale indiscutibilmente ante “crisi internazionale”, (Figura 3) il Fiorino ungherese ha perso il 16%, la Corona Ceca si è svalutata del 2,5% e lo Zloty polacco di quasi il 20%. Il grafico della Figura 3 evidenzia inoltre che dai rispettivi massimi (posizionati all’incirca ad inizio estate ’08) l’HUF e la CZK hanno ceduto il 20% abbondante, mentre il PLN è letteralmente piombato giù di quasi il 40%.

Ma fin qui, le cose sono ancora contenute, poiché l’Euro, che prospetticamente incamererà tali valute (a meno di sorprese), doveva già deprezzarsi  proprio per colpa della debolezza dei “nuovi passeggeri” della barca comune.
Ben diverso, allora, è il responso numerico di queste valute contro Dollaro: dall’inizio del ’07 (Figura 4), il Fiorino ungherese ha perso il 20% contro il biglietto verde, la Corona ceca il 7% e lo Zloty polacco il 23%.

Se poi riduciamo l’analisi dei trend al primo scorcio del 2009 scopriamo cose ancor più interessanti, anche perchè da inizio anno, il Dollaro, zitto zitto, ha recuperato circa il 10% contro Euro (Figura 5). Infatti HUF e PLN hanno ceduto alla divisa USA il 20%, mentre la CZK (che abbiamo visto, in precedenza, sapersi difendere egregiamente contro Euro) ha incamerato un –13% in questi due mesi del ’09 (Figura 6).  Ecco spiegato come mai l’USD, che dovrebbe patire i venti di recessione statunitense, ha invece approfittato di un Euro, appesantito sia dal tema PIGS che dai refoli del Vento dell’Est.

L’attuale crisi dei cambi dell’Est Europa presenta non poche analogie con la crisi che, originatasi anche allora sul fronte valutario, investì i Paesi dell’Estremo oriente asiatico nel ’97. Come successe allora sulle sponde del Pacifico, anche adesso la crisi deriva dal fatto che, negli anni scorsi, i Paesi dell’Est Europa si sono sensibilmente indebitati in valuta estera.
Il clima di recessione ha poi bloccato la propensione mondiale agli investimenti, innescando anzi un meccanismo di rimpatrio di capitali “forti”, mettendo sotto pressione le valute dei Paesi “deboli”.
A causa della svalutazione dei rispettivi cambi, diventa sempre più difficoltoso, e forse addirittura impossibile, il rimborso dei debiti verso l’estero. 

 

Gli Stati sono sull’orlo della bancarotta, per qualcuno si dice anche oltre….…
Pare sia il caso dell’Ungheria e, soprattutto, delle Repubbliche Baltiche (Estonia in particolare) e dell’Ucraina (ancorchè quest’ultima non faccia ufficialmente parte dei “pretendenti all’Euro”): si tratta di Paesi il cui andamento congiunturale è sensibilmente condizionato dal rispettivo export, a sua volta in nettissima flessione per la recessione internazionale.

Sono invece in una situazione meno pesante la Repubblica Ceca e, soprattutto, la Slovacchia (quest’ultima già coinvolta nell’area Euro, anche se non ha ancora adottato la moneta comune): in questi Paesi la domanda interna si rivela più robusta ed è in grado di fronteggiare il calo dell’export.

La peculiarità di questa crisi è che una consistente fetta dei debiti “orientali” è incamerata da Banche che (direttamente o indirettamente) appartengono all’Europa occidentale. Questo fenomeno da un lato frena i deflussi dalle valute orientali (rispetto a quanto accadde nella crisi asiatica del ’97), ma dall’altro porta automaticamente i germi della crisi nella pancia dell’EMU e, quindi, dell’Euro.

In pratica ci siamo improvvisamente accorti di avere, dentro casa nostra, dei crediti “tossici”, a tal punto che i mass media, nella loro incorreggibile tendenza all’esagerazione, hanno coniato slogan del tipo “i subprime europei”, “l’Argentina del Danubio”, etc.
In realtà i Paesi occidentali che si rivelano esposti sulla voce “debiti verso l’Est” sono relativamente pochi (Figura 1): il principale è l’Austria, anche per questioni geografiche, seguita da Belgio e Svezia. Le banche italiane (Unicredit e, in misura marginale, Intesa-SanPaolo) sono coinvolte unicamente attraverso le loro controllate austriache o polacche.
Le esposizioni degli altri sistemi bancari non paiono così critiche e si ritiene che potrebbero assorbire eventuali default dell’Est.

Tuttavia è bene non abbassare la guardia, visto il momento non certo brillante sotto il profilo economico e finanziario. Occorre evitare anche un solo default (fallimento) di uno Stato sovrano, perché ciò aprirebbe un “effetto domino” dalle conseguenze incontrollabili sotto il profilo emotivo.
Nel vertice di Berlino di fine febbraio, i Governi occidentali si sono mostrati consapevoli del rischio, mentre si registra una certa “vischiosità” in seno alla BCE, dove non è accettato da tutti i responsabili il concetto che si attui una politica di finanziamenti con l’obiettivo di evitare la bancarotta di uno Stato (effettivo o prospettico) dell’area Euro.

Un esponente tedesco della BCE ha ricordato la clausola del trattato di Maastricht, in base alla quale non è consentito il trasferimento dei debiti di uno Stato all’EMU o ad altri Stati dell’EMU stessa. Tuttavia nessuna regola impedisce di erogare finanziamenti per controbattere il rischio di fallimento di uno Stato.

Ecco che il problema diventa politico: non è pensabile che l’area Euro abbandoni a se stesso uno Stato, seppur satellite e prospettico. Di conseguenza la barca comune “imbarcherà” anche i debiti di Stati oggi falliti o quasi, annacquandoli nei conti continentali. Il Primo Ministro ungherese Gyurcsnay ha già ufficialmente chiesto, al Presidente della Commissione Europea Barroso, di accelerare la tempistica dell’entrata nell’Euro per le monete orientali.

Imbarcando i Paesi della “nuova Europa” si potrà forse evitare l‘ufficializzazione di qualche fallimento. Tuttavia chi pagherà pegno sarà ancora una volta l’Euro, che, dopo i PIGS, dovrà digerire anche le conseguenze del gelido Vento dell’Est.

                                                 Carlo Crovella

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