Il processo di globalizzazione che ha visto negli ultimi decenni i mercati nazionali aprirsi e integrarsi con quelli di altri Paesi ha avuto importanti effetti sui sistemi economici che conosciamo, e quindi sulle interazioni tra Stato e mercato che caratterizzano le economie moderne.

Lo Stato può intervenire per fornire strumenti di assicurazione sociale in grado di proteggere i cittadini da fluttuazioni del reddito a loro non gradite. Piuttosto che alternare periodi di consumi smodati a periodi in cui non ci si può permettere di consumare nulla, la maggior parte delle persone preferisce livellare il consumo nel tempo, assicurandosi contro il rischio che le cose vadano male, e prendendo a prestito in periodi meno fortunati.

Quando i mercati finanziari non sono in grado di garantire a tutti un accesso al credito adeguato o non consentono, come accade nella realtà, di assicurarsi contro rischi come quello di perdere il posto di lavoro, lo Stato può sostituirsi al mercato utilizzando vari strumenti: politiche redistributive, istituzioni del mercato del lavoro (regimi di protezione dell'impiego e contrattazione collettiva) e altre politiche pubbliche.

La Figura 1 mette in relazione un indicatore dello sviluppo del mercato del credito (la massima percentuale del valore di una casa per cui si può ottenere un prestito) e un indicatore della rigidità dei regimi di protezione dell'impiego (che a valori più alti associa maggiori tutele), utilizzato per rappresentare sinteticamente il grado di intervento dello Stato nell'economia nazionale. I punti in basso a destra rappresentano sistemi economici con alti livelli di protezione dell'impiego e limitato (rispetto agli altri Paesi) accesso al credito; i punti in alto a sinistra, invece, Paesi in cui è facile accedere al credito e in cui è facile licenziare (e assumere). Osservando i dati, nei principali Paesi dell'OCSE si nota una tendenza a fornire maggiore tutela legislativa laddove il mercato del credito è meno sviluppato.

Nel tempo la domanda di assicurazione sociale e i suoi costi sono cambiati.
Da un lato, la maggiore apertura dei mercati al commercio internazionale ha esposto persone e imprese a rischi che arrivano da Paesi anche lontani: il commercio permette di aumentare la media dei redditi, ma può aumentarne anche la volatilità, accrescendo la domanda di strumenti pubblici e privati volti a diversificare il rischio.Dall'altro, il progressivo allentarsi dei confini nazionali ha reso più difficile riscuotere i tributi necessari a finanziare le politiche pubbliche nazionali: in un mondo in cui famiglie e imprese possono sempre più facilmente spostarsi e scegliere il Paese in cui lavorare e produrre, i governi competono per attirare soggetti che andranno a costituire la base imponibile.
 

Il processo di integrazione dei mercati ha quindi in parte eroso il potenziale di intervento delle politiche pubbliche nazionali nel momento stesso in cui aumentava la domanda di assicurazione da parte dei cittadini. La Figura 2 mostra che in media, considerando gli stessi Paesi rappresentati in figura 1, tra il 1990 e il 2007 all'aumentare dell'integrazione commerciale (misurata sull'asse di sinistra dalla somma di import ed export, in percentuale sul PIL) la spesa pubblica (misurata sull'asse di destra in percentuale sul PIL) è diminuita, passando dai 15,5 punti percentuali di PIL del periodo 1990-1994 ai 13,4 punti percentuali del periodo 2005-07.

Come mostra la linea blu in Figura 2, nello stesso periodo lo sviluppo del mercato del credito è aumentato fino al punto che nei primi anni del nuovo millennio era possibile ottenere in media un prestito pari al novanta percento del valore di una casa, con punte del 100% in Paesi quali Belgio, Francia, Olanda, Spagna, Gran Bretagna, e Stati Uniti.
Ed è stato proprio lo sviluppo dei mercati finanziari a risolvere in parte la tensione tra maggiore domanda di assicurazione e minore efficacia delle politiche sociali nazionali, permettendo di sostituire all'assicurazione pubblica (diventata più costosa) forme di assicurazione privata.

La crisi finanziaria del 2008-09 che ha messo in ginocchio i mercati finanziari mondiali, ha riportato in primo piano il ruolo dei governi nazionali. La quota del PIL destinata alla spesa pubblica è aumentata ovunque tra il 2007 e il 2009 (Figura 3), e ha continuato a salire negli anni successivi con l'intensificarsi della crisi economica. Il prezzo è stato alto: l'enorme sforzo richiesto alle finanze pubbliche ha creato squilibri nei conti nazionali che stanno mettendo a dura prova la sostenibilità dei debiti pubblici dei principali Paesi avanzati.

A meno di voler rinunciare all'interazione con altre economie, innalzando barriere protezionistiche che limitino gli scambi di merci e persone e tornando a un mondo di paesi tra loro isolati, è opportuno, senza demonizzare Stato o mercato, riconoscere i costi dell'intervento pubblico e capire che i mercati finanziari hanno l'importante funzione di consentire a imprese e famiglie di diversificare il rischio, ma che per farlo devono essere corretti laddove da soli non riescano a funzionare nel modo migliore dal punto di vista sociale, stabilendo regole che favoriscano la trasparenza e puniscano comportamenti fraudolenti. Un tema su cui si è detto e scritto molto, ma su cui per ora non sono stati fatti molti passi avanti.

                                                 Anna Lo Prete

            

 

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