Ci mancavano soltanto i cicloni Gustav, Ike e Hanna, arrivati sulle coste americane nel momento in cui la campagna elettorale si accendeva davvero e l'aumento dei consumi si spegneva. Il tutto non fa che rendere più incerta l'analisi di questo grande motore in panne dell'economia mondiale.

Diciamo subito che segnali positivi si sono manifestati nel periodo luglio-agosto anche se debbono essere interpretato con moltissima cautela. Chiunque è interessato ai "numeri" dell'economia degli Stati Uniti deve infatti tener conto che le statistiche americane non coincidono con le nostre. In Europa, quando si dice che il prodotto interno lordo (pil) aumenta del tre per cento, si fa riferimento al valore di un anno prima; in America l'aumento del tre per cento è un dato trimestrale annualizzato ossia indica la velocità alla quale sta andando l'economia: se continuasse allo stesso modo, in un anno aumenterebbe del tre per cento. Gli americani, poi, rivedono spesso i loro dati nazionali, in prevalenza verso il basso.

Questa nota di cautela è indispensabile per "leggere" la Figura 1. Dopo la ripresa del 2004-06, finanziata con denaro a basso costo, si può osservare una maggiore discontinuità nella crescita, ma l'ultimo dato appare decisamente incoraggiante: la "velocità di crociera" è tornata sopra il 3 per cento. Incoraggiante, ma anche sospetto, perché poche settimane prima l'ente statistico americano ha rivisto al ribasso il dato dell'ultimo trimestre 2007, facendolo passare da positivo a negativo…Chi pensa che le statistiche non siano fatti ma opinioni può essere soddisfatto.

La crescita, in ogni caso, ha cambiato pelle. L'espansione dell'economia americana - se c'è davvero - non deriva più dalla domanda interna: i consumi mostrano un andamento tendenziale negativo (Figura 2) , dopo essere stati sostenuti dai rimborsi fiscali sotto forma di assegni inviati direttamente a casa dei contribuenti.
Il calo è stato di notevole entità (dato l'aumento della popolazione, perché i consumi per abitante rimangano costanti è necessario che il totale aumenti dell'1,5-1,8 per cento all'anno) e conferma le notizie che provengono da numerosi settori produttivi, a cominciare dai tagli dell'industria dell'auto.

Non fa meraviglia, quindi, di vedere (Figura 3) che le famiglie americane hanno ripreso a risparmiare dopo la sbornia dei "consumi a ogni costo", finanziati dall'aumento dei valori delle case e dei valori di Borsa. Per conseguenza gli investimenti, anche fuori dall'edilizia residenziale, hanno smesso di crescere (Figura 4) e i profitti delle imprese cominciano a mostrare qualche riduzione (Figura 5) e se ne attendono di maggiori nei prossimi trimestri.

Da dove viene allora la ripresa americana, dove si trovano le speranze di miglioramento? La parola magica è esportazioni. La caduta del dollaro ha reso più competitivi i prodotti americani, anche se nella loro grande maggioranza sono poco esportabili.

Gli Stati Uniti, però, stanno registrando un forte aumento del turismo straniero (a prezzi che agli italiani appaiono regalati), delle vendite di libri e riviste americane, film americani e persino articoli di moda.
Per conseguenza, la bilancia commerciale (Figura 6) è riuscita a metabolizzare il fortissimo aumento dei prezzi del petrolio con un forte aumento delle quantità esportate: il saldo del giugno 2008 è di -57 miliardi di dollari (sempre una cifra astronomica) contro i quasi -70 miliardi del giugno 2006 e i -62 miliardi del giugno 2007.

Possiamo allora trarre il tanto desiderato sospiro di sollievo? Purtroppo no.
I prezzi del petrolio fanno salire l'inflazione (Figura 7)  - e qui dai cicloni potrebbe derivare un danno inatteso - proprio mentre la crisi dei mutui subprime si è generalizzata e sta provocando una riduzione del prezzo di tutte le case
(Figura 8), con prevedibili pesanti conseguenze sui bilanci delle banche che hanno queste case in garanzia. E finché i prezzi delle case non si stabilizzeranno gli Stati Uniti non saranno fuori dal tunnel.

Per ora, quindi, sulla bilancia i fattori negativi continuano a pesare più di quelli positivi: lo dimostra l'andamento della disoccupazione (Figura 9), robustamente all'insù negli ultimi mesi. E maggiore disoccupazione significa minori consumi e la possibilità di un altro giro infernale nella giostra del ciclo economico.

Su tutto questo l'innesto dei cicloni non serve a chiarire la situazione. Mentre questa scheda viene "chiusa" non è ancora possibile fare  valutazioni precise dei danni arrecati e soprattutto degli effetti sull'importazione di idrocarburi (concentrata nei porti sul Golfo del Messico) e sulla loro raffinazione (i maggiori impianti sono nelle regioni meridionali). Un primo bilancio molto provvisorio parla di otto persone morte e danni "non quantificabili per milioni di dollari", in apparenza meno di quanto si temeva dopo la devastazione causata dal precedente Katrina.

Le perdite materiali conseguenti a questa serie eccezionale di perturbazioni potrebbero essere più che compensate da uno "scossone patriottico", opportunamente sostenuto da un ennesimo aumento della spesa pubblica (meglio per la Louisiana e il Texas che per la guerra in Iraq). L'amministrazione Bush farà di tutto per sostenere il candidato repubblicano e quindi dar l'impressione che l'uscita dal tunnel sia vicina; in molti casi l'impressione, se sufficientemente radicata, rappresenta un fattore importante.

In ogni caso, che il prossimo presidente si chiami Obama o McCain, nel suo primo giorno di lavoro alla Casa Bianca, l'incartamento "economia" sarà uno dei più voluminosi e dei più spinosi. 

                                                Mario Deaglio

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