Un articolo apparso recentemente sull'Economist ("This time is serious", 18 Febbraio 2012) discute il problema della competitività degli Stati Uniti.
In particolare, la domanda che ci si pone è se gli Stati Uniti stiano diventando un posto meno attrattivo per fare business.

La perdita di quote di mercato per quanto riguarda le esportazioni in alcuni settori industriali chiave, la minore capacità di attirare posti di lavoro ad alto valore aggiunto, il dirottamento di fondi dedicati alla ricerca e sviluppo da parte delle multinazionali americane verso le filiali estere sembrano essere alcuni campanelli di allarme di un possibile declino relativo. Inoltre, la presenza di una classe politica divisa e incapace di affrontare i problemi sorti negli ultimi anni non rende ottimisti per il prossimo futuro.

In effetti, se in occasione di precedenti crisi economiche gli occhi erano rivolti unanimemente verso gli Stati Uniti per cogliere qualche segnale di miglioramento, perchè da lì poteva arrivare la spinta per una ripresa globale, in occasione dell'ultima crisi le speranze dell'economia mondiale sembrano riposte in altri paesi e altre aree geo-politiche.

Siamo quindi, davvero, di fronte a un declino dell'importanza dell'America, almeno in termini relativi?
Occorre essere molto cauti prima di esprimere un giudizio di questo tipo. In realtà, è il quadro complessivo ad essere cambiato, e alcuni fenomeni possono contribuire a spiegare il momento di difficoltà che stanno affrontando gli Stati Uniti.

Il contributo alla ripresa che possono apportare i paesi emergenti in questi mesi è sicuramente maggiore rispetto a quanto avvenuto in passato, in occasioni di precedenti crisi. La Cina ha, oggi, un PIL pari al 70% del PIL americano (ma a livelli pro-capite le distanze restano abissali) e un tasso di crescita notevole: insieme, questi due fattori ne fanno un attore importante almeno quanto gli Stati Uniti per la ripresa globale (Figura 1).
E se nel 1989, primo anno di esistenza della Federazione Russa, il PIL combinato dei BRIC (Brasile, RussiaIndia e Cina) era pari al 67% del PIL americano, oggi tale peso è quasi raddopiato, raggiungendo un valore pari al 129%.

Ovvio che gli occhi degli osservatori si focalizzino, sempre più, anche su questi paesi. Ma parlare di declino dell'importanza degli U.S.A. nell'economia mondiale è quanto meno prematuro. Nel corso dell'ultimo decennio il valore del PIL e delle esportazioni statunitensi rispetto al totale a livello mondiale è diminuito; ma tali valori rimangono superiori a quelli di inizio anni ottanta (Figura 2).
È probabile che il trend osservato nell'ultimo decennio continui nei prossimi anni, proprio per gli elevati tassi di crescita dei paesi emergenti che un'economia matura quale quella americana non può sostenere. Occorrerà osservare però la magnitudine della diminuzione della quota di PIL e esportazioni americane per capire se si tratti di un fenomeno fisiologico o di qualcosa di più.

La capacità di mantenere un peso rilevante a livello mondiale dipenderà in modo cruciale dalla capacità che gli Stati Uniti avranno di mantenere la propria competitività e di affrontare alcuni potenziali problemi. Problemi che sono, almeno in parte, figli della recente crisi globale.

 

Da un lato, la crisi finanziaria ha avuto la sua origine proprio negli U.S.A., determinando pressioni affinchè venissero approvate regolamentazioni più stringenti in grado di prevenire, in futuro, il formarsi di condizioni simili a quelle che hanno originato gli attuali problemi. In particolare, il Dodd-Frank Act si pone l'obiettivo di normare a fondo il funzionamento dei mercati finanziari, introducendo nuovi meccanismi (e autorità) di controllo e disciplinando le attività ammesse per le diverse tipologie di investitori.

Un po' come successo per la Sarbanes-Oxley Act (introdotta nel 2002 per evitare scandali societari stile Enron), anche il Dodd-Frank act rischia però di determinare costi molto onerosi per gli operatori del settore, portando ad una perdita di competitività. Perdità di competitività che potrebbe essere cruciale in un settore, quale quello finanziario, caratterizzato da un'elevata mobilità dei capitali.

Dall'altro lato, gli interventi di rilancio dell'economia e il tentativo del presidente Obama di introdurre elementi di welfare più consistenti hanno determinato un deteriorarsi dei conti pubblici (Figura 3). Gli Stati Uniti sono ben lontani dallo sperimentare crisi del debito quali quelle che stanno colpendo diversi paesi europei, ma dovranno rientrare in futuro lungo un percorso più virtuoso, con minori spese o (anche a seconda di chi vincerà la prossima corsa presidenziale) maggiori tasse. Tutto ciò potrebbe contribuire a rendere meno attrattiva l'economia americana.

Tuttavia, altri segnali ci dicono che è presto per parlare di perdita di competitività degli Stati Uniti. La crescita negli investimenti del settore privato previsti per i prossimi due anni è maggiore sia rispetto alla crescita prevista nei paesi europei sia rispetto alla crescita prevista nei paesi OECD. Anche il tasso di crescita del PIL previsto per il prossimo biennio è superiore rispetto alla media prevista nei Paesi OECD (Figura 4).

E, secondo la classifica sulla competitività dei diversi paesi stilata dal World Economic Forum (The Global Competitiveness Report 2010-2011), gli Stati Uniti rimangono alla quarta posizione. Erano secondi, è vero, fino al biennio 2009-2010, ma si tratta di una posizione comunque invidiabile. E anche l'indice Doing Business stilato dalla World Bank continua a vedere gli U.S.A. al quarto posto.

Nel prossimo futuro, alcune questioni saranno comunque cruciali per determinare il corso dell'economia americana. La definitiva uscita dalla crisi, con il riassesto delle finanze pubbliche e una più vigorosa crescita economica, in primis. Ma anche il saper trovare un bilanciamento tra le spinte ad instaurare un sistema di welfare più completo (per quel che riguarda la sanità in particolare) e le spinte verso il ripristino di una maggiore austerità fiscale.
Non è un caso che queste tematiche siano al centro delle primarie repubblicane e, c'è da esserne certi, saranno determinanti nelle future elezioni presidenziali.

                                          Gabriele Guggiola

                                                

            

 

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