La crescita è ferma, l'inflazione galoppa. E' questa la notizia che ben pochi al mondo vorrebbero sentirsi comunicare ma che sintetizza abbastanza bene la pericolosa situazione della maggiore economia del pianeta. Al di là dei fuochi d'artificio della crisi finanziaria -  che finora ha largamente risparmiato i patrimoni delle famiglie americane - la vera paura è la stagflazione, quel terribile miscuglio di stagnazione e inflazione che potrebbe instaurarsi negli Stati Uniti. L'ultima volta che si verificò una stagflazione su larga scala, dopo lo shock petrolifero del 1974-75, in tutto il mondo ricco l'inflazione raggiunse le due cifre e ci vollero molti anni a curarla.

La crescita è scesa da due trimestri sotto il livello dell'1 per cento, dopo anni (il 2003-06 più la prima parte del 2007) piuttosto buoni anche se pagati al prezzo di un indebitamento crescente con l'estero (Figura 1). Siccome la popolazione americana, tra tasso naturale di crescita, immigrazione legale e immigrazione illegale, cresce in media dell'1,6-1,8 per cento l'anno, gli Stati Uniti devono correre a quella velocità per restare fermi, ossia per garantire che non peggiori la situazione media dei loro cittadini.

Da almeno due trimestri, la situazione media dei cittadini sta peggiorando; l'industria delle abitazioni, la più duramente colpita dalla crisi dei mutui subprime, ha perso 100-150 mila posti di lavoro tra l'estate 2007 e la primavera 2008 e i prezzi delle case hanno subito un vero e proprio crollo, inusuale per il paese, che non ha precedenti nemmeno nel periodo della "grande depressione" del 1929 (Figura 2). L'industria dell'auto chiude stabilimenti (10 sono le chiusure annunciate da General Motors ai primi di giugno 2008), l'"industria finanziaria" taglia e ristruttura: diverse decine di migliaia di dipendenti sono stati licenziati. Certo non è recessione "nera", ma piuttosto la lenta erosione di un sistema che soffre molto duramente quando la crescita accenna anche solo a rallentare.

In questo quadro si insinua l'inflazione, che viaggia sulle ali degli aumenti del prezzo del petrolio; a maggio i prezzi all'ingrosso sono saliti dell'1,4 per cento, il primo vero scossone da parecchio tempo. E' bene non farsi impressionare da dati singoli, ma l'inflazione del 2007 era già su livelli superiori al 4 per cento (Figura 3) e nemmeno l'ottimista più viscerale riesce a pensare che possa risultare sotto il 5 per cento a fine anno. Certo, l'inflazione abbatte i debiti delle famiglie, ma il loro livello di indebitamento, ormai superiore al reddito disponibile di un anno (Figura 4), rende difficile pensare che le spese per consumi possano crescere ancora; sarà già molto se si manterranno costanti.

 

Su questo stato di cose si insinua il problema del costo del denaro. In Europa è considerato sconveniente ritoccare troppe volte i tassi, negli Stati Uniti non c'è nessuna remora: negli ultimi cinque anni gli Stati Uniti sono stati così sottoposti a una brusca doccia scozzese (Figura 5): tassi in crescita lieve ma continua nel 2005 e in gran parte nel 2006 nella speranza che in questo modo la "bolla edilizia" si riducesse gradualmente senza scoppiare. E' invece scoppiata a causa del problema dei mutui subprime ed ecco la Fed, la banca centrale, invertire rapidamente la marcia e tirare nuovamente giù i tassi con velocità da brivido. Così (forse) si salvano i debitori, ma questa gran quantità di denaro in circolazione contribuisce, accanto all'aumento dei prezzi del petrolio, a far aumentare i prezzi: il pericolo inflazione rispunta da un'altra parte.

Altri tentativi di sostegno sono stati attuati con gli sgravi fiscali, ma anche qui ci sono forti controindicazioni: gli anni del presidente Clinton erano stati anni virtuosi per il fisco (Figura 6), quelli del presidente George W. Bush assai meno, con un deficit in base al quale sarebbe negato agli Stati Uniti l'ingresso nel sistema dell'euro, e con prospettive molto incerte che non escludono una vera e propria voragine fiscale.

Il risultato -e non poteva essere altrimenti - è quello di una debolezza strutturale del dollaro (Figura 7), specie nei confronti dell'euro (che però si è a sua volta indebolito dopo il referendum irlandese che ha detto "no" al Trattato di Lisbona).

Morale di questa difficile storia: la barca americana fa acqua da almeno tre parti: i consumi tendenzialmente bassi, il prezzo del petrolio e l'inflazione tendenzialmente alti, il deficit pubblico anch'esso a livelli molto elevati. Sull'altro piatto della bilancia dobbiamo mettere l'estrema flessibilità sociale ed economica che consente agli Stati Uniti di superare assai meglio di altri situazioni di grande difficoltà. Riusciranno i nostri eroi a tirarsi fuori? Non possiamo non sperare di sì perché un tonfo degli Stati Uniti coinvolgerebbe tutto il mondo; di certo il problema non si risolverà tanto facilmente e sarà il primo sulla scrivania del nuovo Presidente.

                                                  Mario Deaglio

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