Probabilmente al BEA, (Bureau of Economic Analysis, l’ente governativo americano che si occupa delle statistiche nazionali) sono rossi dalla vergogna. La loro prima proiezione della crescita americana nell’ultimo trimestre del 2006, rilasciata il 31 di gennaio, reca la stima di un incremento del prodotto interno lordo (pil) del 3,5 per cento sullo stesso trimestre del 2005. La Borsa ci crede e sale allegramente. Passa un mese e a fine febbraio arriva la seconda stima: scusate, ci siamo sbagliati. La crescita è solo del 2,4 per cento, un errore del 25 per cento, già “bacchettato” da Ben Bernanke, il capo della Fed, la Banca centrale americana. Il che si aggiunge agli altri malumori, contribuisce al forte calo della settimana a cavallo tra gennaio e febbraio e fa correre i brividi lungo schiena di tutte del Borse del mondo.

Sono ormai quasi tre anni che la Fed sta cercando di pilotare l’economia verso un “atterraggio morbido”, ossia un rallentamento senza scossoni; l’operazione sembrava riuscire, ma ci sono stati almeno due scossoni in febbraio che hanno innescato nuovi dubbi. II primo scossone deriva dalla caduta più rapida del previsto di tutti gli indicatori legati all’edilizia, il settore che aveva tenuto su l’economia.
Come si vede dalla Figura 1, dal 2000 al 2005 l’attività edilizia è cresciuta. Nel 2006 è iniziata una discesa piuttosto rapida; gli ultimi dati (che non compaiono ancora nel grafico) mostrano che il numero di nuove abitazioni è ai livelli più bassi da un decennio; vi anche segnali di cedimento dei prezzi e di aumento dei mutui “in sofferenza”, ossia con rate non pagate.

Un secondo scossone è rappresentato dal deficit corrente con l’estero (Figura 2), che si è aggravato fortemente (un aumento del 150 per cento) negli ultimi sei anni. L’elemento base del deficit corrente è il deficit della bilancia commerciale
(Figura 3) che negli ultimi due anni non ha mostrato segni di ridimensionamento, nonostante il dollaro abbia subito un consistente deprezzamento. Il motivo? Gli Stati Uniti si stanno “deindustrializzando” e per conseguenza non hanno molto da esportare che non esportino già (alta tecnologia, armi, chimica e farmaceutica, grano).

Tutto ciò non è grave finché il resto del mondo reinveste negli Stati Uniti i saldi positivi che accumula, ma, ora che l’euro è un’alternativa credibile, la cosa non è affatto certa. E intanto si profila un affievolimento della domanda interna tradottosi in gennaio in una forte caduta degli ordini di beni durevoli (Figura 4) che fa pensare a una domanda debole da parte dei consumatori.

Come andrà a finire? Proviamo a immaginarlo nella Figura 5 che contiene lo schema essenziale di un “modellino” che il Centro Einaudi usa per cercare di capire la congiuntura americana. Esso delinea una concatenazione di eventi basata sull’importanza primaria del petrolio nell’economia americana (gli americani non hanno mai voluto farne economia, a differenza degli europei). Un prezzo del petrolio in salita si riflette quasi subito negativamente sul valore del dollaro; se il dollaro scende, i prezzi dei (moltissimi) beni importati salgono; questa salita ha importanti conseguenze sull’inflazione e la banca centrale deve intervenire alzando il costo del denaro per “freddare” l’economia. Il processo di “raffreddamento”, però, significa recessione, per non usare la temutissima parola “crisi” .

Tutto il contrario, naturalmente, se il prezzo del petrolio scende come si è visto dalla salita delle Borse e dall’ottimismo dei consumatori nella seconda metà del 2006. Ma che cos’è che fa muovere il prezzo del petrolio? Intervengono qui soprattutto fattori non economici legati a vicende internazionali come quelle irachene e iraniane. Il lettore troverà nella figura  i parametri entro i quali collochiamo le nostre previsioni ottimistiche e pessimistiche. Soprattutto, però, proponiamo un meccanismo per capire quali fattori possono influenzare l’economia americana. Nel frattempo, teniamo il fiato sospeso dal momento che la salute dell’economia americana è importante per tutti; e allacciamo le cinture.

                                                Mario Deaglio

Commenti

Comments are now closed for this entry