Dalla sua istituzione nel 1999, l’euro ha incrociato la parità con il dollaro due volte (Figura 1): la prima, in discesa, nel 2000, quando la moneta europea stava perdendo vistosamente terreno sotto la pressione di un’economia americana che appariva robustissima e attirava capitali da tutto il mondo: era il momento del soft power americano, ossia del primato basato sulla persuasione e sull’eccellenza dei mercati finanziari di oltre Oceano.

La caduta dell’euro si arrestò nell’ottobre di quell’anno, grazie a un deciso intervento della Banca Centrale Europea, d’intesa con la Banca Centrale americana ( la Fed) e la Banca del Giappone, con lo scopo specifico di frenare una discesa divenuta scomoda per tutti: in Europa creava inflazione e, per quanto possa sembrare strano oggi, nel resto del mondo creava preoccupazione per l’invadenza delle merci europee. Poco dopo, la moneta americana cominciò a perdere fortemente terreno sotto i colpi congiunti della fine del lungo boom degli Stati Uniti, degli attacchi terroristici delle Due Torri e degli scandali finanziari.

Il 1^ gennaio 2002, quando prese una forma fisica con l’introduzione delle nuove banconote l’euro si trovava così già abbastanza sensibilmente sopra ai minimi. Gli Stati Uniti si proclamarono indifferenti al cambio del dollaro, il che non ne aiutò certo la quotazione. Nel giugno 2002, l’euro raggiunse brevemente la parità con la moneta americana, ossia una quotazione di 100 centesimi di dollaro e la superò stabilmente verso la fine dell’anno. Il 23 maggio 2003 l’euro superò la quotazione iniziale di 117 centesimi di dollaro.

L’avventura irachena e la sua manifesta mancanza di successo peggiorarono ancora la situazione ma furono soprattutto l’aumento del prezzo del petrolio e i dubbi crescenti derivanti dal deficit commerciale americano a modificare la situazione.
Sul finire del 2004 venne raggiunto il massimo storico di 136 centesimi di dollaro, creando preoccupazioni non piccole in Europa. 

Le merci europee non erano certo più a buon mercato e anzi l’Europa veniva inondata di prodotti provenienti dalla Cina e da altri paesi orientali le cui monete erano ancorate al dollaro. L’azione delle banche centrali e soprattutto una crescita più decisa negli Stati Uniti determinarono una situazione di relativa stabilità nel 2005-2006, ma alla fine di quell’anno il “biglietto verde” dava nuovi segni di debolezza.

Se si vuole però collocare in un corretto quadro storico queste fluttuazioni, occorre ricordare che nell’agosto 1992, grazie all’incertezza della congiuntura e della situazione politica mondiale dopo la guerra del Golfo, l’ECU – ossia il precursore dell’euro - superò il cambio di 141 centesimi di dollaro. Il “biglietto verde” era al suo minimo storico con le monete europee. Le fluttuazioni tra le due aree monetarie sono quindi sempre state molto ampie e non ci può non meravigliare di come l’economia mondiale abbia retto abbastanza bene a questi colpi, che hanno peraltro rallentato considerevolmente l’Europa negli ultimi anni. Forse una spiegazione sta nel fatto che, se ha perduto molto terreno contro l’euro, il dollaro è rimasto abbastanza stabile contro lo yen giapponese e pressoché invariato contro lo yuan cinese; pesata per uso commerciale, la sua svalutazione è risultata molto minore.

Le novità del XXI secolo sono altre: riguardano soprattutto il minor uso della moneta americana nelle transazioni internazionali (Figura 2). Se si dovesse materializzare una nuova moneta di riserva asiatica, ci si collocherebbe in un quadro totalmente diverso, in cui anche “re dollaro” diventerebbe una moneta regionale.

                                                 Mario Deaglio

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