Una inattesa "guerra delle valute" rivela una geografia economica ancorata ad una crisi globale, fronteggiata dai leader mondiali attraverso ricette di austerità già adottate quattro anni fa, all'inizio della bolla speculativa.

Si tratta di ricette molto discusse e non sempre condivise, quale la manovra del quantitative easing, ovvero alleggerimento quantitativo. I paesi emergenti hanno per primi additato tale politica come "egoista", in quanto riduce favorevolmente il valore del dollaro a discapito delle valute dei loro mercati, colpendone le esportazioni.

Quattro anni fa la Federal Reserve (Fed), ha introdotto una politica monetaria volta a stimolare l'economia statunitense e risollevare il paese dal rischio di una seconda recessione (double dip). Tale operazione consiste, quindi, nel processo di stampare moneta da parte della Fed, inondando il sistema economico-finanziario di "denaro facile", per fornire liquidità al mercato, aumentare i prestiti bancari e incoraggiare i consumi. Inoltre, attraverso questo meccanismo, molti colossi bancari americani sono stati salvati dal tracollo finanziario.

La manovra del quantitative easing (QE) non è utilizzata soltanto dalla Fed ma, con modalità simili, anche dalla BCE, dalla Banca del Giappone e dalla Banca d'Inghilterra (Figura 1). Dall'inizio della crisi i leader mondiali hanno cercato di attuare politiche monetarie in grado di stimolare le rispettive economie. Gli Stati Uniti, tuttavia, si distinguono per il cospicuo ammontare dei vari QE.
L'ultimo stimolo sostanzioso di 4 miliardi di dollari risaliva al periodo del New Deal.

Nel suo compito di stabilire la politica monetaria nazionale, la Fed influenza la quantità di moneta in circolazione nel tentativo di mantenere una certa stabilità dei prezzi e restituire fiducia al mercato. Nel raggiungere tale obiettivo la Banca di Washington ha adottato strumenti convenzionali, quale il controllo dei tassi di interesse sui fondi federali (riserve obbligatorie e altre liquidità che le banche americane detengono presso la Fed), già fissati, alla fine del 2008, a livelli prossimi allo zero. Tuttavia, in un momento di generale sfiducia del sistema economico e con un mercato del lavoro preoccupante, la Fed ha messo in campo degli strumenti alternativi più aggressivi.

Il 18 Marzo del 2009 la Fed ha introdotto il primo intervento monetario. Il QE1 prevedeva l'immissione di liquidità attraverso l'acquisto complessivo di assets per circa 1.750 miliardi di dollari. Il duplice obiettivo era: diminuire i tassi d'interesse e ridurre i principali spread. Dopo circa un anno e mezzo, nell'agosto del 2010, la Fed comunicò l'intenzione di acquistare altri 600 miliardi di dollari di titoli di stato a lungo termine entro giugno 2011, mediante interventi su base mensile di entità pari a 75 miliardi di dollari. Secondo Ben Bernanke, questi 600 miliardi avrebbero diminuito i tassi sui prestiti di lungo termine relativi a beni durevoli.

Questa nuova manovra, QE2, si è resa necessaria a causa dell'aumento vertiginoso della disoccupazione e dei timori di deflazione. L'obiettivo, in questo caso, era quello di ridurre i tassi reali a lungo termine, per favorire una ripresa più robusta e una conseguente espansione economica.
Come si nota dal Consumer Price Index (CIP), i risultati delle due manovre non hanno generato gli obiettivi attesi, con una crescita economica segnata da intervalli irregolari e una ripresa assai lenta e insufficiente per far ripartire l'economia statunitense (Figura 2).
Inoltre, trattandosi delle prime manovre effettuate dalla banca di Washington - in anni recenti - non esiste una controprova con un ipotetico piano B.

Dopo il deludente mese di maggio 2011, conclusosi con un bilancio magro per le principali Borse mondiali, anche giugno non è partito secondo le attese. I deboli riscontri dal mercato del lavoro statunitense hanno gettato nuovi dubbi sulle prospettive di un rialzo dei tassi e su un possibile QE3.  

 

La disoccupazione, nel maggio 2011, a fine QE2, ha toccato quota 9.1%, registrando il più basso ritmo di creazione di posti di lavoro da settembre 2010. Esattamente un anno dopo, nel maggio 2012, la disoccupazione si è attestata a quota 8.2%, evidenziando un andamento incerto e altalenante.

La difficoltà della ripresa economica del Paese è evidente, nonostante le manovre attuate (Figura 3). La Fed ha comunque replicato con una terza iniezione di liquidità, e questa volta attraverso un meccanismo "open-ended", ovvero senza alcun limite di importo e scadenze.
La Fed può quindi acquistare un ammontare illimitato di mutui, buoni del tesoro e altri titoli finanziari. A settembre 2012, è stato avviato il QE3, che prevede l'acquisto di 40 miliardi di dollari al mese da parte della Fed e il mantenimento di tassi d'interesse a zero fino alla metà del 2015.

Immediate le reazioni di alcuni paesi emergenti di fronte a questo terzo tentativo di rimettere in vita il malato. Per placare gli animi dei BRICS la Fed ha cercato di allineare il più possibile i tassi di interesse a quelli cinesi, al fine di evitare una "guerra delle valute" con il secondo leader economico mondiale e i membri del gruppo degli emergenti, generando piuttosto un boom delle esportazioni asiatiche. Tuttavia, il rischio che questa operazione monetaria possa condurre a ulteriori bolle finanziarie e instabilità nei mercati emergenti permane un'ipotesi non troppo remota.

Quello del Brasile è il caso più discusso, un Paese in cui le continue fluttuazioni monetarie sono più che evidenti, ma anche Russia e India presentano elevati squilibri monetari a partire dalla fine del 2011 (Figura 4).

Nel momento in cui la Fed, la Banca del Giappone, la Banca d'Inghilterra e la BCE decidono di stampare nuova moneta, le monete di questi paesi subiscono un deprezzamento favorevole, mentre le monete dei paesi che non hanno adottato tale politica subiranno un aumento di valore. Dal punto di vista economico, quindi, le merci statunitensi, giapponesi, europee e inglesi saranno più competitive sui mercati esteri rispetto a quelle degli altri paesi che, diversamente, diventeranno più costose.

Accanto a tale rischio, un ulteriore effetto generato dal QE è legato a un possibile aumento dell'inflazione sia nei paesi avanzati sia nei mercati emergenti. Tra i due effetti, l'inflazione risulta quello più facilmente controllabile, in quanto la Fed può sempre decidere di comprare o vendere titoli finanziari.

Tuttavia, se aumentare i prestiti bancari e il credito  - sommergendo il sistema di denaro - significa anche ritornare ad un modello economico malato, in cui gli istituti di credito e di investimento hanno spesso effettuato decisioni carenti, l'economia non sarà mai in grado di ripartire a pieno ritmo senza aver bisogno di trasfusioni periodiche, per riassorbire continui shock finanziari. Quello del QE è quindi uno strumento politico-finanziario tampone, in grado di curare solo i sintomi di una malattia ben più grave. Inoltre, le decisioni dei grandi tendono ad influire sulla restante geografia emergente - un'area strategica per il futuro dell'economia mondiale, pronta ad affrontare le sfide economiche e sociali e a esprimere chiaramente la sua voglia di crescita e indipendenza.

Di fronte ad un mercato sempre più globale, l'interdipendenza economica tra le diverse economie mondiali spiega la ragione per cui il QE è diventato la causa e l'effetto di ulteriori  manovre di austerità. Ciononostante, mercato e politiche economiche non hanno ancora avviato un percorso d'integrazione rigoroso e sostenibile.

                                         Angela De Martiis 

 

                                    

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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