“L’oro non è tutto. C’è anche il platino” recitava uno dei celebri aforismi di Paperon de Paperoni, l’eroe della Walt Disney celebre per la sua avarizia, ma anche per l’incredibile fiuto per gli affari. Proprio il platino era uno dei pochi metalli più costosi anche dell'oro. Negli ultimi anni, però, sui mercati finanziari è via via scemato l'interesse verso questo metallo raro, facendo sì che il suo prezzo venisse superato dapprima da quello dell’oro e, recentemente, anche da quello del palladio, che negli anni scorsi valeva anche 5 volte di meno. Di seguito ripercorriamo l'andamento del prezzo di questi metalli e le ragioni di carattere fondamentale (fra cui un eccesso di offerta per il platino ed un deficit per il palladio) che hanno generato lo scenario attuale.

Oro e platino
Tradizionalmente, dalla metà degli anni Ottanta fino al 2011, le quotazioni del platino si sono costantemente mantenute al di sopra di quelle del metallo giallo (Figura 1).
La differenza di prezzo fra i due metalli preziosi è arrivata ad essere particolarmente significativa soprattutto nel primo decennio degli anni Duemila, quando, in alcune fasi, un’oncia di platino valeva anche più del doppio rispetto allo stesso quantitativo di oro. Questo dato potrebbe stupire il lettore, perché proprio in quegli anni il metallo giallo mise a segno un poderoso rally, salendo da poco più di 200 dollari l’oncia, ad inizio Millennio, fino al record dell’estate 2011 a 1.920$. Questo fu tuttavia possibile in quanto il platino fu protagonista di una salita ancora più massiccia, che ebbe avvio in leggero anticipo rispetto a quella dell’oro (e partendo da minimi superiori, circa 350$ contro i 250$ dell’oro). Dopo un primo balzo, sul finire del 1999, le quotazioni del platino fecero registrare una vera e propria impennata a partire dall’autunno 2001, salendo da 400$ fino a dei massimi oltre quota 2.000$ nel primo semestre 2008 (tre anni prima rispetto ai massimi dell’oro dunque - Figura 2).
La seconda parte di quell'anno fu invece drammatica per il platino, che perse oltre il 50% del suo valore, crollando in poco più di tre mesi del 50%, da 2.000 $ l’oncia a 765$, anche in seguito alla crisi automobilistica. Una parte significativa della domanda di questo metallo proveniva – e tuttora proviene - dalla componentistica per la produzione delle marmitte delle vetture diesel. La discesa fu tuttavia temporanea, in quanto il prezzo risalì nel corso del 2009, riportandosi in area 1.500/1.600$. Nel 2010 le quotazioni proseguirono la ripresa, sulle attese per un possibile maggiore impiego del metallo per la creazione di autovetture meno inquinanti ed il platino raggiunse dei massimi relativi in area 1.800 l’anno seguente (Figura 3). Proprio in questo periodo, nel pieno della “corsa all’oro del 2011”, si verificò un primo sorpasso – di breve durata - da parte del metallo giallo. Dopo oltre 20 anni un’oncia d’oro tornava a valere più di un’oncia di platino.


Per entrambi i preziosi, però, stava per iniziare un percorso discendente, con le quotazioni destinate ad una lunga fase calante, che si sarebbe acuita dal 2014 in poi in seguito al rafforzamento del dollaro. In un primo momento (fino al settembre 2014) la caduta dell’oro fu proporzionalmente maggiore, mentre nel triennio successivo (da ottobre 2014 sino al 2017) il platino ha generato un rendimento decisamente peggiore.
A testimonianza di ciò, sul finire del 2014 il prezzo dell’oro ha nuovamente superato quello del platino (Figura 4). A differenza del 2011, quando il sorpasso dell’oro fu momentaneo, questa volta la tendenza è proseguita, portando la forbice fra i due preziosi ad ingrandirsi in favore dell’oro, fino a raggiungere il 20% a fine 2016 e superare il 35% nell’estate 2017.
Sul platino hanno senz’altro pesato le attese, troppo ottimistiche, per la domanda in arrivo dal settore automobilistico ed il surplus dell'offerta che analizzeremo in seguito. L’oro, dal canto suo, dal 2014 in poi ha scontato le crescenti aspettative per una politica monetaria più restrittiva da parte della Federal Reserve. I progressivi ritocchi al costo del denaro, attuati da fine 2015 in poi da Janet Yellen hanno reso, agli occhi degli investitori, relativamente più costosa la detenzione del metallo giallo, che non paga dividendo né cedola.

Lo storico sorpasso del palladio
C’è però un’altra “ratio” molto interessante nell’analisi dei metalli preziosi. Si tratta del rapporto fra platino e palladio, recentemente tornato alla ribalta, in quanto per la prima volta dal 2001 il palladio ha superato il platino, storicamente il più forte fra i due. Basti pensare che sul finire degli anni ’80 la ratio fra i due metalli si muoveva fra 4 e 5 (era necessario vendere 4/5 once di palladio per acquistare un’oncia di platino). Questo valore era crollato sino alla parità ad inizio anni Duemila, quando il palladio arrivò temporaneamente a superare il platino, in seguito ad un veloce quanto poco duraturo rally. Le quotazioni del palladio, infatti, erano schizzate dai 120$/oncia del 1997 sino a dei massimi oltre quota 1.000$ ad inizio 2001, per scendere nuovamente a 330$ sul finire dello stesso anno. La ratio fra i due metalli rientrò dunque sui valori visti in precedenza nel periodo 2002-2010, attestandosi fra 3 e 5. Ma dopo un novo massimo, nel 2009, quando con un’oncia di platino si acquistavano 5,5 once di palladio, il trend lentamente intraprese una direzione differente, favorevole al palladio (Figura 5). Il metallo, infatti, era destinato a trovare un uso crescente nel settore automobilistico, con le sue quotazioni che dai minimi del 2008 in area 200$ salirono a 500$ nel 2010, per arrivare ad un massimo di 900 dollari nel 2014. La correzione del 2015 spinse il prezzo fino a quota 500, area da cui le quotazioni ripresero progressivamente vigore, chiudendo il 2016 sopra quota 700 e proseguendo al rialzo anche nel 2017, fino a sfiorare i 1.000 dollari.
Tutto ciò avveniva mentre il platino continuava il suo percorso di indebolimento, perdendo quota 1.400 dollari nell’autunno 2014, per sfondare i 1.000 dollari nell’estate seguente. Ad inizio 2016 le quotazioni rimbalzavano dall’area 830 (dopo aver sfiorato i minimi del 2008), risalendo verso i 1.000$, senza però trovare la forza per tornare sui valori visti prima del 2014. Nell’autunno 2015 sullo sfondo di questa analisi si è inserito lo scandalo del dieselgate, che ha travolto il mercato automobilistico. Il palladio infatti è un elemento chiave per le marmitte catalitiche dei motori a benzina, mentre il platino viene largamente impiegato nei catalizzatori dei motori a gasolio, al centro dello scandalo tedesco. Lo scenario che ne è derivato è facile da immaginare ed ha premiato il palladio che nell’autunno 2017, dopo tre lustri, è tornato a valere più del platino (Figura 6).

Dal punto di vista fondamentale va sottolineata la situazione opposta che si è verificata sui due metalli a livello di domanda e offerta. Il mercato del platino mostra infatti un crescente surplus dell’offerta, pari 50.000 once nel 2016 e stimato da Metal Focus in crescita a 400.000 once nel 2017 e 450.000 nel 2018. Il palladio versa invece da diversi anni in uno scenario di deficit, con l’offerta che ormai stabilmente non copre la domanda. Il deficit nel 2016 ha raggiunto quota 1.200.000 once, ma pare destinato a salire a 1,5-1,6 milioni di once nel 2017/2018, a fronte di una produzione da miniera in leggero calo, nonostante la crescita del prezzo (Figura 7). Questo calo viene compensato soltanto in parte dalla crescita dello “scrap”, cioè dal palladio di recupero, quello precedentemente già immesso nel mercato, sia tramite gioielleria che dai catalizzatori dei veicoli. Come facilmente immaginabile, questa componente risulta maggiormente elastica al prezzo. In altre parole può variare più rapidamente in funzione del prezzo di mercato la quantità di metallo prezioso che viene riciclato. Questo non vale invece per la produzione mineraria. Il ciclo estrattivo dei metalli preziosi dura infatti anche 10-20 anni e le aziende minerarie difficilmente sono in grado di adeguare la loro produzione ad un rapido cambiamento dei prezzi di mercato. Ciò spiega la ragione per cui, nonostante la salita del prezzo a pronti del palladio (nella dicitura inglese la quotazione "spot”) le aziende minerarie non siano state in grado di aumentare la loro produzione in un arco temporale breve, determinando un aggravarsi del deficit fra domanda ed offerta di palladio.

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