Con la strategia "Europa 2020" l'Unione Europea cerca di allungare lo sguardo oltre la crisi per gettare le basi di un percorso di più ampio respiro. Non è la prima volta che l'Europa fissa degli obiettivi di lungo periodo, cercando così di delineare i desiderata degli anni a venire e di spingere gli interventi di policy dei diversi paesi verso direzioni comuni.

La "Strategia di Lisbona" (Figura1), elaborata un decennio fa, si proponeva di trasformare l'Europa in un'economia prospera e basata su innovazione e conoscenza. Poggiandosi su tre pilastri (economico, sociale ed ambientale) la strategia di Lisbona prevedeva il raggiungimento di una serie di target riguardanti il mercato del lavoro, la R&S e l'innovazione, la crescita e la competitività.  Gli obiettivi erano ambiziosi, ma sono stati in gran parte disattesi. Proprio il rapporto Europa 2020 attribuisce una parte della colpa di questo fallimento alla recente crisi finanziaria. Ma anche se avessimo scattato una "diapositiva" dell'avanzamento nel 2007 (ultimo anno pre-crisi) avremmo visto che molti degli obiettivi prefissati (Figura 2) erano ancora lontani.

La strategia "Europa 2020" è strutturata su 3 priorità, 5 macro-obiettivi e 7 iniziative faro (Figura 3). Le priorità sono simili a quelle già individuate dalla strategia di Lisbona (economia basata sulla conoscenza e inclusiva) con una maggior enfasi sui temi ambientali e della crescita sostenibile. Gli obiettivi, pochi ma ben identificati, rappresentano un target quantitativo di riferimento. Le iniziative faro, ad oggi delineate solo ad alto livello, consentiranno di guidare i governi al raggiungimento degli obiettivi e di monitorare gli avanzamenti delle varie politiche.

Molti dettagli rimangono ancora da definire e si misurerà sul campo se e quanto l'Unione Europea sarà in grado di raggiungere i traguardi che ad oggi si è prefissata. Ma ora, a che punto stanno del cammino i paesi europei? Quanto rimane ancora da percorrere e quali potranno essere le strade da seguire verso la meta finale? Scorriamo brevemente gli obiettivi di natura economica (tralasciando quelli di natura ambientale, la cui definizione precisa dipenderà anche da futuri accordi internazionali) per capire quali potrebbero essere le prossime evoluzioni.

Raggiungere un tasso di occupazione pari al 75% rappresenta un obiettivo ambizioso: 3 persone su quattro al lavoro rappresentano una percentuale notevole. Ad oggi il tasso di occupazione a livello dell'Unione Europea è pari al 69,1%, non drammaticamente lontano dall'obiettivo prefissato. Dietro alla media del 69,1% si celano però diverse asimmetrie, ed è su queste che i paesi membri dovranno fare leva per "rosicchiare" i 6 punti percentuali che mancano al target.
Esistono, innanzitutto, forti differenze nazionali: a fronte di valori del tasso di occupazione prossimi all'80% nei paesi nordici (Danimarca, Paesi Bassi e Svezia), osserviamo valori di poco superiori al 60% in altri paesi (in Italia, ad esempio, il tasso di occupazione era pari al 61,7% nel 2009). È difficile prevedere ulteriori aumenti nei primi, e saranno quindi i secondi a dover migliorare le proprie performance.
Esistono poi pesanti differenze di genere.

A fronte di un tasso di occupazione pari al 75,8% nella popolazione maschile, in Europa complessivamente solo il 62,5% delle donne nella fascia di età tra i 20 e i 64 anni lavora

 

 

Questa differenza è particolarmente accentuata nei paesi mediterranei (Grecia, Italia, Malta). Occorrerà affrontare le cause di tale disparità, se si vorranno, anche su questo fronte, conquistare alcuni punti percentuali di occupati in più (Figura 4).

Per quanto riguarda gli investimenti in ricerca e sviluppo, il traguardo appare più ambizioso ancora. Ad oggi i paesi europei investono in R&S l'1,87% del PIL. Arrivare al 3% implicherebbe un raddoppio degli sforzi, e sarebbe necessario un maggiore impegno da parte del settore privato, che ad oggi investe l'1,2% in R&S (contro l'1,8% del settore privato statunitense).
Ad oggi il 14,4% dei cittadini europei vengono definiti "early school-leavers" (persone tra i 18 e i 24 anni che non studiano e non sono andati oltre un livello di istruzione corrispondente alla scuola media inferiore); l'obiettivo è di ridurre ad un massimo di 10% tale percentuale. Fare un paragone sulle persone a rischio di povertà è più complicato: per calcolare la soglia di povertà a livello nazionale si fa riferimento a misure relative (si considerano al di sotto deglia soglia coloro che hanno un reddito inferiore al 60% del reddito medio disponibile) e pertanto la percentuale di persone sotto tale soglia dipenderà sia dalla crescita del PIL sia dalla distribuzione della ricchezza che si verrà a determinare.

Al di là degli obiettivi specifici (in questa fase comunque piuttosto generici) l'aspetto importante del rapporto "Europa 2020" è la presa d'atto della necessità di un cambiamento di rotta per quanto riguarda molti aspetti strutturali dell'economia europea. La crisi ha messo in evidenza alcune debolezze che, in realtà, i paesi dell'Unione si portano dietro da diversi anni. Un tasso di crescita inferiore a quello dei principali partner commerciali, una crescita del divario di produttività rispetto a molte nazioni extra-U.E., l'invecchiamento della popolazione (e la necessità di gestire i pesanti sistemi pensionistici esistenti) sono tra i principali aspetti evidenziati.

I tre scenari delineati dal rapporto (Figura 5) spaziano da uno scenario ottimista che vede l'Europa uscire dalla crisi con un'accresciuta competitività a uno scenario pessimista che vede, invece, una perdita permanente di ricchezza, con una crescita di lungo periodo inferiore a quella (già non eccessivamente sostenuta) degli anni pre-crisi. Solo adottando una governance più efficace e creando un ambiente favorevole allo sviluppo imprenditoriale e alla crescita della produttività, si potrà mantenere il passo con il resto del mondo, e soprattutto con i paesi emergenti.

E non è un caso che, a fianco degli obiettivi quantificabili appena descritti, il rapporto faccia diversi riferimenti alla necessità di assicurare stabilità finanziaria (attraverso un sistema di vigilanza comune), di risanare i bilanci pubblici per evitare che minaccino la crescita di lungo periodo, e di pensare politiche per l'occupazione che vadano al di là delle iniziative di sostegno al reddito predisposte per far fronte alla crisi.

Nei prossimi mesi sapremo dire quante delle proposte delineate per rimettere le economie europee sul binario della crescita si saranno tramutate in realtà.
E nei prossimi anni sapremo se gli obiettivi di lungo periodo delineati oggi diventeranno realtà o rimarranno ambiziosi traguardi difficilmente raggiungibili.

                                          Gabriele Guggiola

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