Nonostante il recente rasserenamento nel clima dei bilanci europei, il quadro macroeconomico mondiale presenta ancora non pochi motivi di apprensione. Anzi, si può dire che il tono generale non offra elementi di positività, ma una combinazioni di sfumature più o meno critiche.

Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente rivisto al ribasso le stime del PIL mondiale (Figura 1): dopo un paio di anni di crescita "soddisfacente" (5% annuo nel 2010 e 3,8% nel 2011), secondo l'FMI l'anno in corso dovrebbe chiudere con una crescita mondiale pari al 3,3% e il 2013, pur in miglioramento, non dovrebbe andare oltre al 3,8%.

La partita è in fase di stanca, perché un po' tutti i "giocatori" si rivelano affaticati: l'Europa, nonostante il varo dell'ESM (il fondo salvastati), non ha assolutamente risolto le criticità sul debito dei paesi in difficoltà (Grecia, Spagna e, nei mesi scorsi, anche Italia); gli USA iniziano a percepire di trovarsi in prossimità del cosiddetto fiscal cliff (baratro fiscale), la combinazione fra il venir meno degli sgravi fiscali e l'automatica estinzione di voci di spesa pubblica; i Paesi emergenti, di cui i BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) costituiscono la punta di diamante, stanno già registrando un notevole rallentamento nella crescita, in conseguenza dei minori consumi del mondo occidentale, che non alimenta più in modo adeguato l'export asiatico e sudamericano.

Limitandoci al solo mondo "occidentale", un momento di riflessione viene innescato dalla diffusione della tradizionale survey elaborata dal periodico britannico The Economist con i criteri già illustrati nelle nostre precedenti schede.

Delle variabili oggetto dell'indagine, la più rilevante (specie ai fini di pronosticare l'evoluzione economica) è quella costituita dal PIL, di cui si elaborano stime sia per l'anno in corso che per il successivo (nel nostro caso, 2012 e 2013).
Con riferimento al PIL 2012, nella recentissima indagine di inizio ottobre, l'agglomerato degli intervistati (Figura 2) ha sostanzailmente confermato la visione già emersa addirittura sul finire del 2011: quadro recessivo per l'Eurozona (-0,5% YoY, che significa Year on Year, ovvero tasso di crescita annuale) e crescita "dignitosa" per gli USA (2,1% YoY).
Nel grafico è stato immesso anche il dato sul PIL italiano (al momento atteso a -2,4% YoY), al fine di consentire la verifica a colpo d'occhio della divergenza fra la nostra economia e il quadro generale.

Estendendo l'analisi alle previsioni relative ai PIL del 2013 (Figura 3), non emergono eclatanti differenze o peculiarità: il PIL dell'Eurozona è stimato tornare in aumento, ma ad un tasso tale (0,1% YoY) che non comporterà un'effettiva crescita; il ritmo USA è atteso anche per il prossimo anno a cavallo del 2% YoY; infine l'Italia è ancora vista in recessione (PIL 2013: -0,7% YoY).

Se ci si concentra sulle due macro aree (Eurolandia ed USA), è possibile scomporre ulteriormente i dati delle previsioni, con l'obiettivo di focalizzare maggiormente il momento di peggior criticità del quadro economico.
In parole povere (Figura 4), è possibile elaborare un'ipotesi di andamenti trimestrali che sposino i dati storici (che, a oggi, giungono per gli USA fino al terzo trimestre 2012, mentre per l'UE si è fermi al secondo trimestre) con le previsioni YoY dell'Economist. E' superfluo sottolineare che, sul piano matematico, sono molteplici le combinazioni numeriche che rispettano le condizioni del modello, ma quelle proposte cercano di apparire "ragionevoli" sul piano delle valutazioni del quadro economico generale.

 

 

Osservando la tabella in questione ed il relativo grafico (Figura 5), si evince che l'economia europea dovrebbe registrare un dato "critico" nel terzo trimestre '12
(-0,3% o forse anche -0,4% QoQ, cioè Quarter on Quarter, ovvero variazione percentuale del trimestre rispetto al trimestre precedente), cui corrisponderebbe addirittura un -1% YoY (raffronto percentuale rispetto allo stesso trimestre dell'anno prima). In seguito, pur riuscendo a registrare tassi trimestrali "non negativi", il ritmo YoY potrebbe denotare ancora un carattere recessivo fino a tutto il secondo trimestre '13.
La modestissima risalita nella restante parte del 2013, confluirebbe appunto in un risultato finale annuo dello 0,1%.

Per quantio riguarda gli USA, il cui recente dato sul PIL del 3 trimestre '12 (+0,5% QoQ) ha sorpreso in positivo gli analisti, la tabella segnala un andamento complessivamente sereno: per registrare effettivamente i risultati annui stimati dalla survey dell'Economist, la congiuntura a stelle e strisce deve sostanzialmente viaggiare a cavallo dello 0,5% QoQ sino al termine del prossimo anno.

Ma sulla situazione statunitense pesa una "Spada di Damocle" non da poco, il succitato baratro fiscale. Da gennaio 2013 in poi, a prescindere dal "colore" dell'Amministrazione uscita dalle imminenti Elezioni presidenziali di novembre, la congiuntura USA dovrà fronteggiare il venir meno di sgravi fiscali, in alcuni casi risalenti all'era Bush, e contemporaneamente l'interruzione delle spese pubbliche varate da Obama durante le crisi degli anni scorsi.

Non è ancora ben chiaro quale possa essere l'effettivo impatto di tale evento sull'andamento del PIL: si legge qua e là che, sommando l'effetto diretto con quello indiretto su consumi ed investimenti, il condizionamento potrebbe arrivare anche al 4% del PIL. Ciò significa che l'economia USA, che senza tale criticità viaggerebbe al ritmo del 2% annuo, calerebbe immediatamente a -2%, ovvero entrerebbe in recessione anch'essa.

Un'ipotesi meno drastica, cioè di mitigazione/rinvio dell'efficacia temporale delle misure che compongono il fiscal cliff, potrebbe limitare i danni ad un condizionamento pari a -2% del PIL: in questo caso l'economia USA, che è appunto attesa ad una crescita del 2% nel 2013, registrerebbe invece un anno di stagnazione. Il tema merita un'indiscussa attenzione da parte anche degli altri Paesi.
Infatti, l'Europa (nel migliore dei casi) stenterà a "difendere" la crescita zero nel 2013 e il blocco dei Paesi emergenti, come ha dimostrato l'andamento 2012, è sensibilmente condizionato da ciò che accade nell'economia occidentale (per i riflessi sul suo export).

Se a questo punto anche l'America dovesse cadere in recessione a seguito del fiscal cliff, il prossimo anno rischierebbe di prospettarsi decisamente critico per tutti.

Certamente l'Amministrazione USA troverà, magari di concerto con la FED, delle soluzioni per arginarne le conseguenze del sull'economia, ma finchè tali soluzioni non saranno note, la Spada di Damocle americana peserà non poco sull'intera economia mondiale.

                                                 Carlo Crovella

                                             

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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