Fidarsi è bene, non fidarsi è (forse) meglio

Ai primi di aprile la Commissione dell’Unione Europea ha tagliato fortemente le previsione dei tassi di crescita di alcuni Paesi membri.
E’ l’ennesimo, brusco cambiamento di orizzonte. La sorpresa con cui la crisi globale ha colto gli statistici e gli economisti che si occupano di previsioni ha messo in luce la difficoltà, probabilmente crescente a causa della maggiore complessità dell’economia, di fornire previsioni economiche attendibili.

Tra gli enti maggiormente chiamati in causa non poteva mancare il Fondo monetario internazionale (FMI), che pubblica le proprie previsioni, sulla situazione economica mondiale, nel rapporto semestrale World Economic Outlook (WEO).

Il processo di determinazione delle principali grandezze macroeconomiche è lungo e complesso. Il WEO presenta due previsioni (di regola in aprile e novembre) l’anno precedente e due mentre l’anno oggetto di previsione è in corso.
Una volta terminato, seguono le stime del risultato: due nell’anno successivo e due in quello ancora seguente. Il WEO avanza, quindi, per ogni anno, 8 valutazioni riguardanti il PIL e altri indicatori macroeconomici come il commercio mondiale. Solo l’ultima cifra è quella “vera”. La Figura 1 mostra, relativamente al prodotto lordo mondiale del 2007, ultimo anno pre-crisi, oscillazioni nei due sensi che, per i paesi emergenti, si collocano nell’ordine del 20 per cento.

Durante gli anni della crisi, come si può sommariamente notare dalla Figura 2, si riscontra una differenza ancora più ampia tra le previsioni iniziali e la stima conclusiva. Prendendo come riferimento il PIL mondiale, per l’anno 2008, le prime valutazioni sono molto ottimistiche rispetto alle ultime. La crescita è stata modificata da 4,9% a 2,8 %, una correzione di circa il 40 per cento. Per il 2009, l’anno nero della crisi, la correzione al ribasso è ancora più brusca, tale da rendere inservibile la previsione iniziale: si passa dal 3,8 per cento della prima valutazione al -1,1 per cento dell’ultima. Questa correzione è a sua volta rivista all’insù di circa il 50 per cento in quanto la stima finale dell’anno è “solo” -0,7 per cento.

I previsori sono stati beffati anche nel 2010 quando l’economia si è ripresa, purtroppo solo temporaneamente. Inizialmente si aspettavano solo un lieve miglioramento (1,9%), ma la realtà li ha sorpresi positivamente con una crescita quasi tripla (in base all’ultimo dato disponibile che è quasi definitivo). La stessa figura, mette in evidenza che l’attendibilità è scarsissima per le prime due valutazioni (le vere e proprie previsioni) e migliora poi con le stime successive.

 

L’affidabilità (o la sua assenza) non è uniforme ma varia a seconda dei Paesi (Figura 3): Germania, Italia, Giappone e Brasile presentano valori meno corretti; più aderenti alla realtà i risultati per Francia, Canada, Cina e Asean.
Gli Stati Uniti si posizionano a livello intermedio.

Gli studiosi sono stati traditi dall’idea che le previsioni effettuate dagli stati europei fossero relativamente poco variabili perché il sistema economico è consolidato e la crescita dell’economia contenuta; consideravano quelle degli Stati Uniti più mutevoli, poiché le previsioni iniziali vengono costruite con meno dati a disposizione e per la presenza di molti settori nuovi e poco prevedibili. Novità e imprevedibilità  ancora più forti per i Paesi emergenti e in via di sviluppo. I dati, come anticipato, hanno mostrato una realtà diversa.

Alle previsioni numeriche occorre associare i testi che le accompagnano.
Le parole utilizzate legano i dati ipotizzati al messaggio che si vuole trasmettere. Dall’analisi dei documenti, si evince la tensione tra la volontà di far trasparire gli aspetti che potrebbero essere fonte di rischi e il desiderio di indurre il lettore ad aver fiducia nel mercato. Si vuole creare allarme, non allarmismo.

Tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, periodo di crollo di tutti gli indicatori, i titoli delle pubblicazioni del FMI (Figura 4), tendono all’ottimismo. La parola “crisi” è accompagnata dal termine “ripresa”, facendo ben sperare.

Se si passa all’interno dei testi, come si può osservare dalla Figura 5, la parola più ripetuta è “crisi”, insieme a “recessione”. La voce “ripresa” appare per la prima volta alla fine del 2009 ed è riproposta più frequentemente della parola “crisi”.  Il messaggio sembra indicare che la ripresa è possibile, gli Stati sono sulla buona strada, anzi per molti è già iniziata. Nel 2010, aumentano le reiterazioni di “ripresa” e di “crescita”.  Il messaggio resta rassicurante (Figura 5).

Conclusioni? Ampliare gli orizzonti e non accettare la prima previsione come oro colato ma solo come un’indicazione di massima e guardare il tutto con un briciolo di sano scetticismo.
Come quando si è in prossimità di un parapetto che non si conosce: meglio non appoggiarsi con tutto il proprio peso.

                                                Sara Guastella

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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