Solo quando Achille raggiungerà la tartaruga...

Nella sola settimana fra il 5 ed il 10 ottobre 2008, le Borse mondiali hanno complessivamente perso il 20%: si tratta dell’onda lunga innescata dalla ormai famigerata crisi dei mutui subprime scatenatasi nell’estate 2007.

Il problema è che questo –20% non rappresenta il primo storno dai massimi degli indici, ma la quarta ondata della crisi. Nella Figura 1 vengono anticipati i dati riassuntivi dei listini borsistici raggruppati per area, successivamente analizzati in modo più approfondito. La prima indicazione che possiamo segnalare è che le variazioni percentuali rispetto a “metà ‘07” (ovvero poco prima che esplodesse la crisi dei subprime) possono essere valutate come le perdite finora accumulate dai listini rispetto ai loro massimi storici.

Balzano subito all’occhio TRE dati di importanza prioritaria. Innanzi tutto che, rispetto ai massimi, le Borse si sono quasi dimezzate (-40% in 15 mesi). Secondariamente che le perdite più rilevanti vengono registrate dagli indici europei (-46,5% circa) ed in particolare dai listini dell’Europa dell’Est (-49,3%). Infine, che a noi italiani brucia particolarmente il –53% registrato dalla nostra Borsa.
Possiamo aggiungere (a parziale consolazione?) che perdite successive del 50% implicano cadute sempre più piccole in valore assoluto. Ad esempio, una caduta del 50% dal livello 100 implica una riduzione di 50 punti; dal livello 50 di 25 punti; dal livello 25 di 12,5 punti e così via di seguito.

Dalle Alpi a Marina di Ragusa, un solo interrogativo sta scuotendo lo stato emotivo dei risparmiatori italiani: la Borsa è destinata a scendere fino a zero?
Oltre duemila e cinquecento anni fa, il filosofo ellenico Zenone elaborò un paradosso che potremmo oggi applicare alla crisi finanziaria in corso.
Il paradosso è noto come quello “di Achille e della tartaruga”. Lo si può sintetizzare così: in una gara di corsa fra Achille piè veloce e la tartaruga, Achille parte con un ampio distacco a lui sfavorevole. In ogni unità di tempo, Achille dimezza la distanza che lo separa dalla tartaruga e la tartaruga dimezza la distanza che la separa dal traguardo.
Il paradosso è che Achille non raggiungerà mai la tartaruga e la tartaruga non arriverà mai al traguardo. Infatti ci sarà sempre un intervallo di spazio divisibile a metà, per quanto infinitamente piccolo. In altri termini, finchè fra due numeri è possibile “inserire” un numero che corrisponde alla metà della loro differenza, si può proseguire all’infinito.

Naturalmente questo è un paradosso e non esclude a priori che le Borse possano raggiungere il pavimento di quota zero. Tuttavia una versione “ragionevole” del paradosso applicato ai mercati è questa: vi sono dei prezzi al cui raggiungimento le azioni appariranno delle “interessanti” opportunità di acquisto.

In effetti è incomprensibile che, nella settimana in questione, il titolo Assicurazioni Generali abbia perso il 12% (brillando comunque rispetto al resto del listino), considerato che il patrimonio immobiliare di tale compagnia assicurativa è il secondo in Italia dopo quello di proprietà della Chiesa complessivamente valutata. Non sono giunte notizie, nella settimana nera di ottobre, per le quali le Generali abbiano visto bruciare i propri palazzi, né pare che abbiano avuto danni ai tetti o alle finestre...

Quel patrimonio immobiliare ha quindi un “valore” oggettivo, che prima o poi verrà visto in una luce diversa dagli operatori, facendolo apparire interessante.
In effetti uno dei detti della Borsa ante circuiti telematici (circa anni ’80) era che “i migliori affari si fanno nelle giornate di lettera”, laddove questo termine corrispondeva all’anglosassone “ask”, sottolineando la prevalenza dell’offerta sugli acquisti.
Il punto è che per comperare sulla “lettera” occorre il “denaro”, inteso oggi non come il prezzo “bid”, ma proprio come denaro in senso stretto, ovvero disponibilità finanziaria per coprire gli acquisti. L’attuale crisi di Borsa è infatti la punta dell’iceberg della crisi del credito. Non ci si fida più a finanziare nessun progetto, anzi non ci si fida più a finanziare nessuno. Le stesse banche, storicamente viste come la cassaforte dei risparmi dei cittadini, sono gravate dal sospetto di insolvenza. Nomi altisonanti, che hanno fatto la storia dei mercati finanziari, sono letteralmente “saltati” (Lehman Brothers) o sono a rischio di fallimento (Morgan Stanley).

Il tutto si inserisce in un quadro congiunturale già in recessione per conto suo: piove sempre sul bagnato. Ma  rovesci di Borsa così eclatanti non dipendono dalla crisi di aspettative sull’evoluzione economica, quanto dalla crisi di liquidità.
Come uscirne? I Potenti, cioè i più importanti Capi di Stato e di Governo, stanno distribuendo messaggi di fiducia, ma ciò ricorda molto il “panem et circenses” che gli imperatori romani usavano per ingraziarsi il popolo. Più incisivi appaiono i piani concertati di interventi operativi. Anche questi, però, hanno il loro prezzo “sociale”: il varo del pacchetto britannico di intervento nel capitale delle Banche presuppone un impiego di risorse pari al 5-6% del PIL. In altri termini, per salvare i risparmi, i cittadini indirettamente rinunceranno a tali disponibilità, distogliendole dai loro consumi.

 

E’ però evidente che il varo di piani governativi dovrebbe ridare fiducia rispetto al problema di solvibilità dei sistemi bancari: in effetti le Borse hanno aperto la settimana del 13 ottobre con vistosi rialzi che sfiorano il 10%.

Fermandoci alla settimana nera terminata con il 10 ottobre, quali altre considerazioni possiamo trarre dal comportamento dei mercati? Per abbozzare qualche conclusione si utilizzano degli indici costruiti ed aggiornati in modo un po’ empirico, ma molto efficace. In pratica si costruiscono delle medie (complessive e per aree geografiche)  che sintetizzano l’andamento dei mercati.
I lettori attenti e raffinati obietteranno che tali medie semplici non tengono conto del diverso “peso” di ciascun mercato: in effetti una variazione dell’1% di New York ha un peso specifico, in termini di capitalizzazione, decisamente differente dalla stessa variazione dell’1% di un mercato come Kuala Lumpur o Santiago del Cile.

Inoltre i mercati elaborano omai diversi indici e spesso le variazioni di uno di questi indici (vedi il Dow Jones per New York), magari infarcito di blue chips, risultano differenti da quello di un altro indice (Nasdaq per la Borsa USA), che incorpora titoli tecnologici e della new economy.
Si tratta quindi di elaborazioni caratterizzate da un elevato tasso di “soggettività” e forse di approssimazione. Premesso ciò, i grafici che seguono sono molto interessanti. Innanzi tutto (Figura 2) la media riassuntiva di tutti gli indici evidenzia come l’ondata della crisi di fine 2007 sia stata, almeno graficamente, quasi più tumultuosa di quella delle scorse settimane. E’ stata geograficamente più ristretta e per questo ha conquistato meno spazio sulle prime pagine dei giornali.

Questo fenomeno non pare ascrivibile alla media europea complessiva (Figura 3), e neppure agli indici dell’Europa occidentale (Figura 4). Questi ultimi, per la citata soggettività analitica, comprendono non solo i Paesi dell’Area Euro, ma anche altri Paesi di prospettico coinvolgimento nell’Area Euro (UK, Danimarca) o “tipicamente occidentali” (Svizzera). Questa media, calata del 43,4% dai massimi di metà ’07, era già scesa (-15% circa) nell’ultimo scorcio del ’07.

Analogo nella direzione, ma decisamente più intenso nell’entità è il trend dei mercati dell’Europa orientale (Figura 5), comprendenti sia Paesi sulla via di avvicinamento all’Euro (Polonia, Rep. Ceca), sia altri Paesi  “non occidentali” (Russia). Tali indici sono scesi complessivamente del 49,5% dai livelli ante crisi subprime. Tutti i mercati emergenti hanno patito il deflusso di capitali (tornati nelle valute di origine): tuttavia pare proprio, numeri alla mano, che quelli dell’Est Europa abbiano patito in misura maggiore rispetto agli altri emergenti (Sud America, Asia).

Il crollo degli indici del Nord America (Figura 6), sostanzialmente USA e Canada, si concentra invece tutto nell’ultimissima fase e risulta pari al 35% dai massimi di metà ’07. Anche il trend dei mercati dell’America Latina (Figura 7), Sud America più Messico, ricorda di più quello del Nord America (-34%).

Viceversa l’andamento (Figura 8) degli indici asiatici (Giappone compreso) ricorda maggiormente quelli europei, con prime avvisaglie di debolezza già nel corso dell’estate-autunno ‘07.
Anche gli indici dell’Emisfero australe (Figura 9), cioè Australia, Nuova Zelanda e Sud Africa, hanno ceduto (-28% dai massimi), ma sostanzialmente quasi solo nell’ultimissimo scorcio: in precedenza hanno resistito maggiormente ai venti di crisi, grazie al significativo rialzo delle materie prime, oro in particolare, di cui questi Paesi (specie Australia e Sud Africa) dispongono in gran quantità.

E l’Italia? Il caro vecchio Indice COMIT (Figura 10) ha registrato un crollo del 53% abbondante da metà ’07, seguendo prima le perdite degli indici europei e poi la turbolenza mondiale generale.

A questo punto, possiamo dire che davvero i mercati hanno “dato” tutto? Più che la determinazione dei Governanti, un ruolo chiave potrebbe essere giocato dalla Banche Centrali. Non tanto nell’abbassare i tassi: la reazione dei mercati alla discesa concertata di 0,50% nei tassi ufficiali delle più importanti Banche Centrali (BCE, FED, UK, Canada, Svezia, Svizzera) si è manifestata proprio nella settimana nera del 5-10 ottobre.

Il ruolo delle Banche Centrali può invece essere quello di rifinanziare adeguatamente le Banche operative, in modo tale che, nel mercato interbancario, si assorba il più in fretta possibile il rischio insolvenza della controparte.
Probabilmente le Banche Centrali, per effettuare questa loro “opera buona”, spunteranno, di volta in volta, tassi relativamente più elevati di quelli ufficialmente in essere in quel momento, accumulando, via via, degli interessanti extra-profitti operativi.

Provocatoriamente possiamo concludere affermando che se le Banche Centrali fossero quotate in Borsa, le loro azioni probabilmente sarebbero i migliori acquisti da suggerire, ora come ora, ad investitori e risparmiatori.

                                                 Carlo Crovella

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