Come trarre qualche vantaggio dal momento negativo

 

È risaputo che le crisi economiche, con il misto di ansia e preoccupazione che generano nei cittadini, possono cambiare anche le abitudini più consolidate.
Di fatto sono proprio questi cambiamenti di abitudini (in particolare la riduzione improvvisa dei consumi da parte dei consumatori e la contrazione degli investimenti da parte delle imprese) che contribuiscono ad alimentare la crisi, amplificandone gli effetti negativi e generando quel circolo vizioso che ne prolunga intensità e durata.

Alcune di queste reazioni sono temporanee, e vengono riassorbite al termine del periodo "di magra".
Si tratta, tipicamente, delle reazioni di tipo quantitativo. I consumatori riducono i consumi a causa della carenza di liquidità o delle aspettative negative sul futuro.
Le imprese, prevedendo tale riduzione dei consumi, riducono a loro volta gli investimenti e rallentano la produzione per evitare un inutile aumento degli stock con conseguente saturazione dei magazzini (Figura 1).

Alcuni cambiamenti sono però di natura più profonda e, anche se meno appariscenti nell'immediato, possono dare origini a modifiche nelle abitudini di consumatori e imprese i cui effetti rimarranno visibili nel tempo.

Le crisi finanziarie generano spesso modifiche nelle regolamentazioni dei mercati, i fallimenti portano a un ripensamento del modello di governance di molte imprese e gli scandali finanziari portano a un aumento della sensibilità verso i temi del controllo interno e della trasparenza (Figura 2).
Tali reazioni generano effetti positivi (aumento della trasparenza dei mercati) o negativi (eccesso di normativa) che persistono anche dopo che è stato superato il periodo di crisi o una volta archiviato lo scandalo finanziario che le aveva generate.

Più nel piccolo, sono le abitudini quotidiane ad essere scalfite.
La carenza di liquidità, ad esempio, con la conseguente impossibilità di sostenere spese elevate nel breve periodo portano alla scoperta di modalità di consumo differente.

Così, come fa notare il Sole 24 Ore (22 Dicembre 2008), persino in uno dei paesi in cui è più elevato il numero di case o di auto di proprietà, si diffonde la pratica del noleggio. Oggetti di uso quotidiano, ma anche prodotti di lusso, non vengono più acquistati ma affittati, per poche ore, o pochi giorni.
E così, facendo di "di necessità virtù", si apre lo spazio per un mercato nuovo, che elimina gran parte dei costi di transazione legati alla vendita classica e che permetterà, se riuscirà a mantenere una sua vitalità anche una volta superata la crisi, di ampliare le possibilità di scelta dei consumatori (Figura 3).
Allo stesso modo, la difficoltà di sostenere spese immediate, unita alla necessità di disporre di auto con basse emissioni, ha  

portato una catena di supermercati francesi a lanciare un'iniziativa che permette ai clienti di affittare un'auto a 5€ al giorno; il costo del carburante e l'inquinamento urbano hanno incentivato la crescita di sistemi di mobilità alternativa quali il car o il bike sharing e la previsione di calo nei consumi ha portato gli operatori del settore turistico a sviluppare offerte su destinazioni a breve e medio raggio e a proporre modalità di organizzazione dei viaggi alternative.

Anche i "saldi all'inglese", a ben vedere, seppur dettati dalla necessità di far fronte a un calo drastico della domanda e a esigenze di liquidità da parte dei commercianti, potrebbero portare a nuove e fruttuose iniziative di marketing, con l'instaurarsi di nuovi rapporti tra acquirenti e compratori. E i tagli ai costi a cui saranno obbligate le imprese nell'anno che verrà potranno determinare una sorta di selezione naturale shumpeteriana.
È forte infatti la domanda di metodi per migliorare le performance aziendali, ed è auspicabile che, anche se molti saranno costretti dalla crisi a cessare o ridurre le attività, chi saprà adeguarsi potrà in futuro continuare ad operare in maniera più efficace e competere, magari, anche con quei mercati che, come la Cina, sembravano ad oggi combattere una battaglia ad armi impari.

Ed è su questo punto che si gioca la vera partita in questa crisi, per il nostro paese.
L'Italia ha un tessuto produttivo caratterizzato da un'elevata proporzione di piccole e medie imprese operanti nel settore manifatturiero (Figura 4), dove è più forte la concorrenza dei paesi emergenti, Cina e India in primis.
È plausibile che la crisi determini ulteriori difficoltà, con un calo della domanda e la conseguente necessità di non perdere ulteriori quote di mercato per sopravvivere. Se veramente le imprese italiane riusciranno a dimostrare di poter fornire prodotti qualitativamente diversi e se riusciranno ad abbassare i propri costi e prezzi allora le probabilità di superare la crisi, e di prosperare quando l'economia si riprenderà, aumenteranno.
Viceversa il consumatore, che in questi mesi è diventato particolarmente attento ai prezzi, difficilmente rimarrà fedele al prodotto solo per amore del "Made in Italy".

E, tornando alle abitudini quotidiane e ad un tema caro agli italiani quale la tavola, gli svariati appelli lanciati in questi ultimi mesi a consumare prodotti "Made in Italy" possono essere utili se funzionali a rilanciare prodotti di qualità e veramente competitivi, ma rischiano di diventare inutili e controproducenti se lanciati al solo scopo di limitare la concorrenza, per di più in un settore, come quello alimentare, dove la sensibilità sui prezzi, in momenti di difficoltà economica per le famiglie, è particolarmente elevata.

                                          Gabriele Guggiola

 

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