Uno dei protagonisti indiscussi della scena economica mondiale degli ultimi decenni è certamente la Repubblica Popolare Cinese (RPC), che con un tasso di crescita del PIL superiore al 7% dal 1991 (Figura 1) ha posto l'Occidente dinanzi a serie sfide.

Nonostante gli indubbi progressi, essa rientra ancora nel novero dei Paesi in via di sviluppo ed è tuttora destinataria di Aiuti Pubblici allo Sviluppo (Figura 2). Questo, tuttavia, non le ha impedito di avviare un'intensa attività di cooperazione allo sviluppo con il continente africano.

Rispetto alle forme di aiuto tradizionale, l'approccio di Pechino si va a concentrare in un settore, quello delle infrastrutture, dal quale si sono progressivamente sottratti i finanziatori occidentali, obbligati a rispondere a stockholders, privati ed opinione pubblica di solito avversi ad investire in contesti politici e sociali critici ed in ambiti non remunerativi nel breve termine. Ciò è reso possibile dall'adozione dei cosiddetti accordi resource-for-infrastructure, i quali prevedono la negoziazione di un prestito per la costruzione di infrastrutture, a sua volta rimborsato in termini di risorse naturali.

E' interessante sottolineare come le somme di denaro non sono consegnate direttamente nelle mani del Paese beneficiario, riducendo notevolmente i rischi legati alla corruzione (Figura 3). L'interlocutore principale è la Ex-Im Bank of China, al quale si affiancano Ministeri e il China-Africa Development Fund nella gestione delle ulteriori forme di aiuto ed investimento cinese in Africa, il tutto sotto lo stretto controllo del Consiglio di Stato (Figura 4).

Grazie a tale meccanismo, da  un lato al continente africano è offerta la possibilità di far fronte alla carenza di infrastrutture, dall'altro si risponde all'esigenza di coprire il crescente fabbisogno energetico della RPC. Non è un caso, infatti, che i maggiori beneficiari dei 14 miliardi di dollari stanziati da Pechino nel periodo 2001-2009 per la collaborazione allo sviluppo nel settore delle infrastrutture in Africa siano Nigeria, Angola e Sudan, tra i principali produttori di greggio della regione sub-sahariana (Figura 5).
Così facendo, la Cina non solo ha tratto vantaggio dall'accesso a risorse naturali, ma ha dato respiro al mercato nazionale del lavoro.
 

E' bene ricordare, infatti, che i termini contrattuali prevedono che non meno del 50% degli appalti in termini di materiali, tecnologia, attrezzature e servizi sia di origine cinese, senza contare che anche la forza lavoro proviene dalla Repubblica Popolare. (Figura 6).

L'interesse di Pechino nei confronti del continente africano è stato in molti casi ben accolto dalle classi politiche locali, le quali apprezzano una politica estera orientata alla non-interferenza nelle questioni interne propugnata da Pechino, nonché la possibilità di veder finalmente ridotto il gap nel settore delle infrastrutture grazie alla realizzazione di opere anche imponenti in tempi assai ridotti. A ciò si aggiunge una percezione di maggior sintonia tra paesi in via di sviluppo, secondo la logica della cooperazione "Sud-Sud" che segna una netta discontinuità rispetto alle ombre neo-coloniali che hanno a lungo caratterizzato le relazioni tra paesi africani ed occidentali.

Nonostante gli indubbi vantaggi derivanti dai progetti di cooperazione, il rafforzamento dell'asse Cina-Africa non ha mancato di sollevare numerose critiche da parte della comunità internazionale: queste vanno dalla limitata trasparenza delle operazioni di sottoscrizione degli accordi all'accusa di perpetrare nuove forme di colonialismo e di indebolire ulteriormente il rispetto dei diritti umani, passando per i rischi legati all'aumento dell'indebitamento e alla possibilità di contagio da "malattia olandese", termine indicante i potenziali effetti negativi che l'abbondanza di risorse naturali può determinare a livello economico e politico. A queste voci, si aggiungono anche i segni di dissenso sempre più frequenti da parte dell'opinione pubblica africana, preoccupata dinanzi alla massiccia importazione di manodopera cinese e alla scarsa qualità e durevolezza delle infrastrutture.

Certamente gli aiuti cinesi costituiscono un'ottima opportunità per il continente, ma al fine di evitare gli errori del passato, sarà necessario rivedere numerosi aspetti di tale forma di cooperazione ed eliminare quelle zone d'ombra che rischiano di minarne gravemente i benefici.

                                                Chiara Gonella

 

 

                                                

                                               

 

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