Da una parte i liberisti, la prima via, dall'altra gli statalisti, la seconda via, e in mezzo i fautori dell'economia mista, la terza via. Sono gli schieramenti classici, e tutti sentono il profumo delle cose dette e ridette.

Gli effetti dei tre sistemi sono quelli che la tradizione ci ha consegnato. Il liberismo favorisce le innovazioni, e piace soprattutto ai ricchi, lo statalismo l'eguaglianza, e piace soprattutto ai poveri, l'economia mista genera non troppe innovazioni e non troppa ineguaglianza, e quindi piace a chi ha la testa sulle spalle.
Sembra tutto chiaro, ma ...


La crisi è scoppiata perché i massimi dirigenti delle finanziarie non capivano che cosa combinavano i sottoposti che impacchettavano i mutui. Questi ultimi, avendo un bonus fatto in modo che, se le cose andavano bene diventavano ricchi, se andavano male al massimo perdevano il posto di lavoro, erano incentivati a prendere rischi. I "cattivi" sono i sottoposti. I massimi dirigenti di loro mettevano il desiderio di dirigere banche poco capitalizzate. Il profitto che si produce con una leva finanziaria alta è, infatti, maggiore di quello che si produce con una leva bassa, ma è anche molto più rischioso.
Di nuovo, producendo dei redditi cospicui grazie alla leva, il profitto diventava massimo, le azioni salivano e quindi le opzioni diventavano grasse.
I "cattivi" diventano i sottoposti ed anche i capi.

Chi doveva per ruolo essere prudente, e quindi controllare il rischio della leva, chi doveva ragionare sul lungo termine e non sul "malloppo subito", non riusciva ad esserlo: i milioni di azionisti dispersi non avevano alcun controllo sulle imprese che, almeno sulla carta, erano loro.
Gli azionisti non controllavano i capi che non controllavano i sottoposti.
Nessuno controllava nessuno, ed il sistema aveva solo degli incentivi di breve termine.  In conclusione, tutti erano "cattivi" (Figura 1).

La crisi ha quindi a che fare non con l'economia di mercato per sé, ma con le strutture proprietarie e con quelle di controllo. Una soluzione è di instaurare dei meccanismi di controllo, che sostituiscano gli azionisti imbelli. Il controllo, lungo la catena di comando, passa con i regolamenti e non più solo con la partecipazione, che abbiamo visto essere evanescente, della proprietà.

Quella in corso è quindi una "crisi organizzativa" del capitalismo.

 

Attenzione a non confondere il capitalismo per sé con le strutture proprietarie delle grandi imprese. Le grandi imprese se non incorporano le innovazioni sono delle palle al piede.
Se si fanno i conti sulle imprese statunitensi dal 1970 al 2000, si vede che quelle che non hanno incorporato l'informatica non sono cresciute.
La capitalizzazione di borsa delle grandi imprese non innovative è stata circa pari alla crescita del reddito nazionale.
Sono cresciute abbastanza più del reddito nazionale le grandi imprese che hanno incorporato le innovazioni.
Sono cresciute moltissimo quelle che hanno portato avanti le innovazioni, dalla metà degli anni settanta fino al picco del 2000.

Abbiamo avuto venti anni di crescita di borsa, e soprattutto di crescita dell'economia reale, trainati dalle imprese innovative, che erano dei microbi che hanno infettato tutto (Figura 2).

Quindi la crescita è dovuta alle nuove imprese, quelle che promuovono la "distruzione creatrice". Purtroppo non possiamo sapere in partenza chi vince e chi perde, né fra le grandi imprese, né fra le piccole imprese. Chi ha fatto bene i conti non ha trovato una relazione significativa fra il "prima" ed il "dopo", che dipenda da variabili obiettive, come la crescita del fatturato, il profitto e via elencando.

Dunque abbiamo a che fare con un processo dinamico in buona parte non prevedibile che scompagina il mondo, ma alla fine lo migliora. Senza innovazioni vivremmo peggio, chi oggi andrebbe al cinema senza avere a portata di mano il telefonino che chiama la baby sitter a casa con i pupi? Il telefonino, come il personal computer, è stato inventato per caso e finanziato con gran rischio. Immaginare che uno avrebbe convinto un funzionario del Gosplan a finanziare un qualcosa ancora di immaginato come il telefonino è la "prova al contrario" dell'efficacia del sistema anarchico (l'aggettivo va preso alla lettera: "senza un padrone") dei liberi mercati.
Gli imprenditori ed i "capitalisti di ventura" sono l'anima del capitalismo.
Il "socialismo" delle grandi imprese con il ciclo vitale che termina spesso nel salvataggio pubblico è un'altra cosa.

Le grandi imprese siano, dopo la bufera, regolate, ma senza i virus delle piccole e dei mercati che le finanziano, avremmo un'economia meno dinamica e quindi alla fine una vita meno varia.
Nota finale, anche una minor libertà.

                                               Giorgio Arfaras

Commenti

Comments are now closed for this entry