"Ma dove siete?", ci ha chiesto qualche tempo fa un lettore. Il mondo scricchiola, le economie si fermano, i cambi ballano. Perché Quadrante Futuro tace?
La risposta, che è stata data privatamente a questo lettore, è che vogliamo essere sicuri di non sbagliare: in questi mesi siamo stati tutti sommersi da un diluvio di parole, spesso inappropriate, azzardate o del tutto sbagliate, e a questo diluvio abbiamo cercato di non aggiungere la nostra goccia.

Adesso, dopo la crisi del debito greco e le cadute, largamente impreviste, delle Borse di maggio e di fine giugno, il quadro inizia a farsi purtroppo un po' più chiaro. Quello che si vede, infatti, non è proprio un bello spettacolo.

Di questo spettacolo la Figura 1 offre un'ampia panoramica, distinguendo i fenomeni di natura finanziaria (in rosso), reale (in nero) e socio-politica (in verde). Si vede chiaramente quanto già analizzato in altre schede, ossia l'infezione originaria dovuta ai mutui subprime, il suo estendersi nella finanza internazionale e il passaggio, nel settembre 2008 all'economia reale.

Questo passaggio rappresenta l'equivalente del virus influenzale che, a un certo punto, salta la barriera delle specie e dagli uccelli o dai suini, dove ha normalmente origine, passa ad attaccare l'uomo. Abbondantemente nutritosi di finanza (si stima che un quinto del capitale finanziario americano sia stato distrutto dalla crisi) il virus finanziario attaccò la produzione e pressoché in tutto il mondo si verificò una caduta secca del prodotto lordo del 4-6 per cento, con un'impressionante contrazione della produzione industriale (-15-25 per cento) e dei commerci mondiali (-15 per cento).

Seguirono le azioni di salvataggio e sostegno, essenzialmente mediante "pompaggio" di liquidità data dai governi e dalle banche centrali all'economia nella speranza che questa ripartisse rapidamente e riprendesse a correre, restituendo quanto ricevuto. Contrariamente a previsioni troppo fiduciose, però, l'atleta colpito dal virus non è guarito troppo bene: riesce a stare in piedi, fa qualche passo ma non corre.

Questa ripresa stentata dell'economia ha due pesanti conseguenze, una di tipo finanziario (le economie che non crescono pagano meno imposte e i conti pubblici peggiorano ovunque, in aggiunta al peggioramento dovuto ai salvataggi) e una di tipo politico-sociale: i governi di molti paesi grandi sono cambiati sotto il vento della crisi, come mostra la Figura 2. In questi e in altri paesi i governi incontrano difficoltà a varare qualsiasi provvedimento incisivo in quanto le loro maggioranze non sono coese ed emergono scandali di ogni genere.

Tutto ciò apre un fronte pericoloso ma difficile da scandagliare con i mezzi degli economisti. Torniamo perciò al nostro atleta che sta in piedi a fatica: la Figura 3 mostra speranze e timori riferiti specificamente alla situazione americana ma facilmente estensibili agli altri paesi. Dal massimo produttivo del II^ trimestre 2008 si scende, prima a velocità accelerata e poi a velocità progressivamente decrescente, al minimo indicato dal punto C che si tocca all'incirca nell'autunno 2009.

 

 

Di qui sono svanite le speranze di una ripresa rapida (Esito 1), del tipo delle precedenti recessioni, proprio perché la crisi ha "bruciato" una parte del capitale che doveva sostenere la domanda aggiuntiva; si sperava almeno in una "ripresa ritardata" (Esito 2) ma i dati americani del 1^ luglio (uniti a quelli europei dei mesi precedenti) mostrano che anche questa soluzione potrebbe essere problematica.

Diventa allora possibile l'Esito 3,  la temutissima "recessione a W" preconizzata dall'economista Roubini, per il quale i timidi segnali di ripresa degli ultimi mesi sarebbero poco più che una falsa partenza, legata alle necessità delle imprese di rifornire i magazzini quasi vuoti dopo quasi un anno di ordini ridotti al minimo a fronte di una domanda molto debole. Potremmo quindi compiere un ulteriore passo all'ingiù.

Quando avremo toccato il fondo, le alternative saranno sostanzialmente quelle della Figura 4, dove gli andamenti del periodo di crisi sono confrontati con il generale aumento di lungo termine (o trend) delle diverse economie. Sono ormai tramontate le speranze che nei paesi ricchi la ripresa scattasse all'insù come un elastico (il cosiddetto "elastico di Friedman" dal nome dell'economista premio Nobel) e raggiungesse rapidamente il trend, cancellando ogni segno della crisi.

Il meglio che oggi si spera è che dal punto di minimo ciascun paese riparta alla stessa velocità di crescita precedente alla crisi, il che lascerebbe una cicatrice permanente, la cui importanza decrescerebbe man mano che la crescita avanza.  Potrebbe però succedere che si ripetesse la triste esperienza giapponese: una crescita più bassa (nel caso giapponese quasi nulla) sintomo di danni strutturali arrecati dalla crisi stessa. 
E' inutile dire che gli andamenti degli ultimi mesi farebbero supporre andamenti differenziati con Cina e altre economie emergenti proiettate in avanti dall'elastico di Friedman, gli Stati Uniti che se la cavano con una cicatrice…e l'Europa che deve andare dal medico per cure profonde.

In ogni caso, se si tien conto anche dell'aumento della popolazione e si guarda quindi al reddito per abitante, i calcoli indicano che nessun paese ricco ritroverà i livelli del secondo trimestre 2008 prima del 2011 e che molti di questi paesi ci arriveranno - se tutto va bene, il che oggi è un grosso "se" - non prima del 2013.

Come ha ripetutamente scritto il premio Nobel Paul Krugman, forse non sarà una "grande recessione" come quella degli Anni Trenta, ma molto probabilmente una "lunga recessione".
Se questo è vero, il cauto ottimismo di maniera della recente riunione del G20 di Montreal risulterà ancora una volta sbagliato. E la crisi caratterizzerà una parte importante della nostra vita.

                                                  Mario Deaglio

Commenti

Comments are now closed for this entry