Nel burrascoso contesto finanziario e macroeconomico di questi ultimi anni l'oro aveva stabilmente rappresentato uno dei pochi porti sicuri per molti investitori.

Il metallo giallo era andato via via apprezzandosi, emergendo sempre più come "bene rifugio per eccellenza" in tutti i momenti di crisi del primo decennio degli anni Duemila.
Le quotazioni erano salite costantemente, sia dopo la bolla della e-economy ad inizio millennio, così come nella fase del post 11 settembre 2001 e nei mesi successivi alla crisi dei "mutui subprime", passando dai 250 $/oncia
di inizio anni duemila, ai 650 del pre-crisi 2007, fino a toccare i massimi storici a 1.900 $/oncia nella movimentata estate del 2011 (Figura 1).

La discesa dei prezzi di questi ultimi mesi (Figura 2), seguita dal crollo avvenuto fra il 12 e il 15 aprile scorso (Figura 3), ha presumibilmente segnato la fine di un'era. In sole due sedute (venerdì 12 aprile e lunedì 15) i prezzi del metallo giallo sono letteralmente crollati da 1.550 a 1.350 dollari l'oncia, toccando un minimo intraday a 1.321 $.

Il crollo delle quotazioni ha colto impreparati molti operatori ed alcuni fondi, basti pensare a John Paulson, cinquantasettenne miliardario americano, spesso menzionato fra i "re degli hedge fund", a cui il crollo dell'oro è costato una perdita di quasi un miliardo di dollari (poi in parte recuperata nelle settimane seguenti).

Trader, analisti e gestori di portafogli si sono a lungo interrogati per trovare la motivazione chiara alla base di un crollo così poderoso e repentino. Tuttavia, da un'analisi più attenta, emerge come non vi sia una causa unica in grado di spiegare questo tracollo dei prezzi, e che forse, non vi sia proprio una spiegazione razionale per un simile calo.

Questa discesa delle quotazioni pare dunque, almeno in parte, manipolata ed ampliata dalla speculazione, grazie anche ai moderni meccanismi della leva finanziaria, che permettono agli operatori di muovere cifre ampiamente maggiori dei capitali realmente disponibili.
Una conferma in tal senso si può avere dal recupero delle quotazioni avvenuto nei giorni seguenti al crollo, con l'oro che a fine aprile 2013 era scambiato a 1.470 - 1.480 dollari/oncia, in altre parole aveva recuperato circa 150 dollari dai minimi del 15 Aprile (il 60% delle perdite del mese di aprile).

Le cause di questo "sell off" sono dunque molteplici. Innanzitutto si è diffuso fra gli operatori il timore che altri paesi dopo Cipro possano essere costretti a vendere le proprie riserve auree, con una domanda che difficilmente riuscirebbe a far fronte ad una simile offerta (Figura 4).
Inoltre pare aver inciso sul deprezzamento dell'oro anche la possibilità dell'introduzione di un'ulteriore tassa sull'importazione di oro in India, nonché il rallentamento della Cina, i due paesi da cui proviene la maggiore domanda a livello mondiale (Figura 5).

 

In ultima battuta sul crollo delle quotazioni auree possono aver pesato i timori per un rafforzamento del dollaro statunitense, che vanta solitamente una correlazione inversa con l'andamento dei prezzi di oro e petrolio. Secondo alcuni operatori il biglietto verde potrebbe infatti apprezzarsi in seguito al rallentamento della spinta monetaria della Federal Reserve, la quale appare sempre più convinta di una robusta ripresa dell'economia americana.

Gli operatori vedono quindi il sistema economico internazionale in lenta uscita dalla fase di crisi di questi ultimi anni (e l'oro, bene rifugio, meno richiesto in un momento di maggiore propensione al rischio).

Analizzando poi la situazione da un punto di vista tecnico, va considerata l'importante rottura ribassista del supporto (area che si oppone alla discesa dei prezzi) posizionato a quota 1.530-1.565 $, area che in questi ultimi 30 mesi aveva sempre sospinto al rialzo le quotazioni.

La rottura di tali valori, su cui le quotazioni erano rimbalzate per ben 11 volte negli ultimi 24 mesi, ha senz'altro spaventato molti operatori, spingendoli ad una chiusura di molte posizioni long (cioè rialziste), anche di lunga durata.
 
Il metallo giallo è quindi uscito dalla lunga fase laterale (cioe' senza una chiara direzionalita') che durava dal 2011, identificabile fra 1.550 e 1.790 $, seguendo l'andamento generale delle materie prime, il cui supertrend rialzista in corso da anni pare finito.
 
Quali sono le prospettive per l'oro in questo nuovo scenario (Figura 6)?

Senz'altro il quadro generale è decisamente articolato, tuttavia il trend di fondo a questo punto appare negativo ed il recupero avvenuto nella seconda metà di aprile è comunque ancora inscrivibile all'interno di un "poderoso rimbalzo tecnico" e non ancora come identificabile come una vera e propria inversione di tendenza.
Tecnicamente il primo importante supporto, area che si oppone alla discesa dei prezzi, è ora posizionato in area 1.350 $, dove le quotazioni hanno trovato un freno alla loro discesa ribassista, mentre il successivo obiettivo ribassista  sarebbe l'area 1.320-1.325 $, sui minimi toccati dalle quotazioni nella seconda settimana di aprile.

L'area 1.530 - 1.560 $ viene invece vista dagli operatori come una solida barriera, difficilmente oltrepassabile al rialzo nel giro di pochi mesi dopo il crollo di aprile. Soltanto il superamento di questi valori aprirebbe nuovamente spazio per puntare nuovamente all'area 1.630 prima e a quota 1.700 $ poi.
Va ricordato che l'oro da sempre ci ha abituato ad elevati picchi di volatilità e a movimenti difficilmente spiegabili sia con l'analisi tecnica che con quella fondamentale, spesso in grado di sorprendere anche i più esperti commodity trader.

                                 Carlo Alberto De Casa

                                               

 

 

 

 

 

                                               

                                     

                                            

 

                                    

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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