Cerchiamo di non farci abbacinare dalla rapidissima corsa dei paesi asiatici e guardiamo alla congiuntura di casa nostra: una crescita meno spettacolare, ma per molti aspetti più importante, perché riguarda quantità di prodotto generalmente maggiori, più determinanti per la congiuntura mondiale.

Come indicatore tipico della congiuntura abbiamo scelto le variazioni del prodotto interno lordo di un trimestre rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente. Confrontando tra loro paesi non troppo dissimili, come sono appunto i pesi ricchi, si compiono meno errori di quelli che derivano dalla comparazione tra paesi ricchi e paesi emergenti e si ottiene quindi una visione non troppo distorta; abbiamo scelto un arco di quasi nove anni che consente di cogliere la parte terminale del lungo boom americano e le turbolenze successive.

La Figura 1 mette in risalto come le tre grandi realtà che costituiscono l’essenza delle economie ricche - ossia Stati Uniti, Zona Euro e Giappone – attraversino chiaramente tre fasi: la prima è, come si diceva sopra, l’ultima fiammata del boom americano che termina con il primo trimestre del 2000 (osservate l’impennata finale degli Stati Uniti!); poi ha inizio la crisi di Borsa dei titoli della new economy che fa rallentare fin quasi a zero la crescita e, nel 2001 il terrorismo, la crisi argentina e le crisi aziendali americane con la scandalo Enron. Il periodo 2000-2004 può quindi essere definito “caduta e rimbalzo”, una caduta che tocca particolarmente il Giappone, il meno dinamico dei tre “grandi”; e un rimbalzo che non riporta la velocità di crescita ai livelli precedenti ma che vede proprio in Giappone le sue punte più importanti. 

Che cosa succede dopo il 2004?  L’andamento è incerto, anche perché l’economia degli Stati Uniti è ora trainata dal “boom edilizio” che rischia di trasformarsi in “bolla finanziaria”.

La crescita americana, pur vigorosa, mostra una certa tendenza a indebolirsi, accentuata in tempi recenti precisamente per le notizie di difficoltà collegate ai mutui sulla casa; nel frattempo, la crescita della Zona Euro, risultata nettamente inferiore a quella americana in tutto il periodo precedente, comincia a dar segni di maggiore dinamismo e, a fine 2006, raggiunge i livelli degli Stati Uniti. All’inizio del 2007, Stati Uniti, Zona Euro e Giappone si trovano tutti con tassi di crescita molto vicini,compresi tra il 2,5 e il 3 per cento. E con molta incertezza sul futuro.

Dentro alla Zona Euro, come mostrano  Figura 2 e Figura 3, i cinque maggiori paesi hanno andamenti molto difformi. La Spagna ha una crescita costantemente superiore alla media, l’Italia costantemente inferiore. Germania e Gran Bretagna risultano, in qualche misura, speculari. Dal 2000 a 2005, la crescita tedesca è nettamente inferiore alla media e quella britannica nettamente superiore; da allora, le parti cominciano a invertirsi e  all’inizio del 2007 la velocità di crescita tedesca torna a superare, dopo molto tempo, quella di Londra.

I piccoli paesi, come mostra la Figura 4, hanno talora andamenti anomali. Qui si riporta solo il caso svedese, ma l’intera area nordica fa decisamente meglio della media della Zona Euro; paesi più vicini al centro di questa zona, come Austria e Paesi Bassi, non vi si discostano troppo. La crescita, insomma, è tutt’altro che uniforme e non illudiamoci che i cieli siano sereni: le economie del mondo ricco sono differenziate, dinamiche e incerte. Vi è una sorta di nervosismo che caratterizza una situazione in cui ben pochi si azzardano a previsioni che vadano al di là di pochi mesi.

                                                   Mario Deaglio

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