Ci sembra proprio il caso di stappare lo spumante per celebrare i dieci anni dell'euro, felicemente compiuti ai primi del maggio 2008. Nel maggio 1998, infatti, il Consiglio Europeo prese la decisione irrevocabile dell'adozione, a partire dal 1^ gennaio 1999, della nuova moneta, governata da un'unica banca centrale, la BCE. in sostituzione delle vecchie monete nazionali, Da allora la "famiglia" dell'euro è cresciuta: la Grecia l'ha adottato nel 2001, la Slovenia nel 2007, Malta e Cipro all'inizio del 2008 (Cartina tematica). Alcuni paesi dell'Europa Centrale si apprestano a diventarne membri.

Molti europei (e in particolare molti italiani) colpiti dal rialzo dei prezzi e dal peggioramento delle prospettive delle loro economie, non saranno d'accordo e sosterranno probabilmente che l'euro ha portato con sé difficoltà nei bilanci famigliari e ha schiacciato la crescita economica. Saremmo molto contenti che chi non è d'accordo ci scrivesse i suoi commenti, da pubblicare in calce a questa scheda, in modo da avere un franco scambio di idee a beneficio dei visitatori di questo sito.

La nuova moneta fece il suo esordio "virtuale" sui mercati finanziari come "unità di conto" con una quotazione pari a circa 110 centesimi di dollaro. Dopo aver subito una fase di debolezza (derivante dalla forza del superdollaro negli ultimi due anni del boom americano), il cambio con il dollaro è pressoché costantemente migliorato (Figura 1): nel momento in cui il dollaro valeva di più - ossia nel periodo  fine 1999 - primi mesi del 2000 - bastavano 87-88 centesimi della moneta americana per comprare un euro. Nel gennaio 2002, quando venne introdotta la moneta cartacea, la quotazione era tornata ai livelli originari e  nel maggio 2008, al momento del decimo compleanno, per comprare un dollaro sono necessari all'incirca 155 centesimi di dollaro. Un cambio così elevato ha rappresentato un muro protettivo che ha preservato l'Europa dai peggiori effetti dell'inflazione da petrolio e da materie prime.

Ma non ha penalizzato le esportazioni? Sicuramente sì, ma le economie europee più forti (tra le quali non figura l'Italia) sono riuscite ugualmente a mantenere la propria quota delle esportazioni mondiali cercandosi nuovi mercati, soprattutto in Russia e in Asia e ristrutturando le loro imprese in maniera più competitiva. L'economia europea ha continuato a espandersi, sia pure a un tasso inferiore a quello americano; quest'inferiorità è apparentemente dovuta a un minor aumento della produttività per addetto (Figura 2).

 

Attenzione però, si tratta di una tendenza dovuta alla variazione nel numero medio di ore lavorate per addetto (cresciuto negli Stati Uniti, stabile in Europa), al forte aumento della produttività in un limitato numero di settori americani ad alta tecnologia, e anche a differenze nei metodi di calcolo.

L'euro ha costretto i paesi aderenti a limitare la spesa pubblica grazie al patto di stabilità, forse interpretato in maniera troppo restrittiva (il massimo del deficit consentito ai paesi partecipanti è pari al 3 per cento del prodotto interno lordo; probabilmente un mezzo punto in più non avrebbe effetti inflazionistici e sarebbe invece un gradito stimolo); per questo, quasi tutti i paesi aderenti - e la zona euro nel suo complesso - hanno i conti pubblici in condizioni migliori di dieci anni fa (Figura 3) con la possibilità di un pareggio complessivo nel 2010 (o forse nel 2011). Tutto ciò ha portato a bassa inflazione e uno stimolo a crescere in maniera "sana", ossia senza la droga delle svalutazioni competitive e senza l'insicurezza sul metro monetario.

Le conseguenze si vedono sulla disoccupazione, che sfiorava il 10 per cento della forza lavoro al momento dell'introduzione della moneta unica e che si è ridotta, in termini percentuali, di oltre un quarto in dieci anni (Figura 4). Nell'area dell'euro si sono creati meno di due milioni di posti di lavoro negli anni ottanta, un po' più di dieci negli anni novanta e circa quattordici nel periodo dell'euro (1999-2007). Altre due conseguenze sono la convergenza dell'inflazione, che ormai non presenta più, tra un paese e l'altro, i divari di una volta (il denaro costa meno: quasi il 10 per cento il tasso di interesse medio a lungo termine negli anni ottanta, poco più del 6 negli anni novanta, oggi circa il 4 per cento ) e il sorpasso dell'Euro sul Dollaro nell'utilizzo nei mercati obbligazionari (Figura 5).

Certo l'euro non è una cura miracolosa per tutti i mali (Figura 6): non può far correre le economie zoppe, come quella italiana, se non ci mettono qualcosa di proprio. Senza euro, però, il loro essere zoppe le avrebbe già fatte uscire di scena; con l'euro si sono guadagnate un prezioso intervallo di tempo per cambiare; speriamo che non lo sprechino.

                                                  Mario Deaglio

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