La disputa territoriale in corso nel sud est asiatico tra la Cina e alcuni paesi ASEAN, in particolare Vietnam e Filippine, relativa ad alcune isole del Mare Cinese Meridionale ha dimostrato la fragilità dell'equilibrio diplomatico di quest'associazione.

Fondata l'8 agosto 1967 a Bangkok, Tailandia, dagli allora padri fondatori Indonesia, Filippine, Malesia, Singapore e Tailandia, l'Association of South East Asian Nations punta a seguire il modello organizzativo raggiunto dall'Unione Europea (Figura 1).
Con l'integrazione di Brunei Darusalam il 7 gennaio 1984, del Vietnam il 28 luglio 1995, Lao PDR e Myanmar il 23 luglio 1997 e Cambogia il 30 aprile 1999, al momento l'ASEAN comprende 10 Stati membri, coprendo un territorio di 4,4 milioni di km quadrati su cui vive circa il 9% della popolazione mondiale, 604,3 milioni di persone (Figura 2).

I principi fondamentali sui quali si basa l'ASEAN sono quelli siglati dal Trattato d'Amicizia e Cooperazione nel Sud Est Asiatico (TAC) del 1976 e possono essere così riassunti: mutuo rispetto per l'indipendenza, la sovranità, l'integrità territoriale e l'identità nazionale di ciascun membro; diritto di ogni Stato a governare la propria sfera nazionale senza alcuna interferenza o coercizione esterna; risoluzione pacifica di qualsiasi disputa; rinuncia all'uso della forza; effettiva cooperazione tra i Paesi.

Sulla base di questi principi, durante il trentesimo anniversario dell'organizzazione nel 1997, i leader dei paesi membri decisero che l'ASEAN si sarebbe trasformata in una vera e propria comunità per il sud est asiatico tramite la quale sarebbe stato possibile portare avanti gli obiettivi di prosperità, stabilità e pace; questo obiettivo venne definito come "visione ASEAN 2020".

Il 13 gennaio del 2007, a Cebu, Filippine, durante il 12esimo summit dell'organizzazione, i 10 leader si accordarono per anticipare il progetto previsto inizialmente per il 2020 e mettere in atto, a partire dal 2015, l'ASEAN Economic Community (AEC), ovvero dare il via ad un processo di integrazione economica ispirato alla Comunità Economica Europea.
L'obiettivo dell'ASEAN, a partire dal 2015, è dunque quello di avere un mercato unico, quindi un'unica base di produzione e libero scambio di merci e persone per garantire uno sviluppo omogeneo della regione e renderla il più possibile competitiva e integrata nell'economia globale. La comunità economica dell'ASEAN si basa su cinque fondamentali pilastri: libera circolazione di beni, libero scambio di servizi, di investimenti, maggiore liberalizzazione della circolazione di capitali e libera circolazione di forza lavoro qualificata.

Con la crisi economica del Nord America e dell'Unione Europea, il blocco delle economie dell'ASEAN rappresenta un buon contrappeso alla rallentante economia cinese e a quella indiana. Spinte da una forte domanda interna e da un grande flusso di investimenti esteri diretti, le economie ASEAN, ad eccezione del Myanmar, sono cresciute del 4,7% nel 2011 (Figura 3), del 5,9% nel corso del 2012 ed è previsto che crescano del 5,8% durante il 2013, inflazione permettendo (Figura 4).

Il commercio di beni all'interno dell'ASEAN è aumentato, tra il 1998 e il 2008, dal 21% al 28% del commercio totale registrato dai paesi ASEAN. Questo trend, nonostante dimostri un incremento dello scambio di beni tra i paesi membri, non ha tuttavia modificato l'evidente differenza tra il volume di commercio interno ai paesi ASEAN e quello  con i paesi terzi. Più del 70% del volume totale di commercio estero dell'ASEAN è con paesi terzi (Figura 5).
I primi quattro più importanti partner commerciali dell'ASEAN assorbono più del 40% degli scambi commerciali dei paesi dell'associazione.
Di questi, al primo posto troviamo la Cina (Figura 6), che dal 2010 ha ottenuto un rapporto preferenziale con l'organizzazione con l'attuazione dell'ASEAN China Free Trade Agreement (CAFTA), ovvero un'area di libero commercio comprendente l'ASEAN e la Cina.  

 

A seguire troviamo il Giappone, l'UE 27 e infine, al quarto posto gli Stati Uniti (Figura 7).
Con l'implementazione dell'ASEAN Free Trade Area (AFTA) i paesi membri hanno invece ottenuto ottimi risultati dal punto di vista della riduzione delle barriere doganali agli scambi commerciali tra di loro. Attraverso la Common Effective Preferential Tariff le tariffe doganali tra i Paesi ASEAN 6, ovvero Brunei Darussalam, Indonesia, Filippine, Malesia, Singapore e Tailandia sono state ridotte praticamente a zero per il 99% dei prodotti.
Nei nuovi paesi membri, Cambogia, Myanmar, Lao PDR e Vietnam (CMLV), per ora, solo il 66% dei prodotti ha avuto una riduzione delle tariffe nella fascia 0-5%.

Nonostante ciò, a due anni dalla creazione della comunità economica, restano ancora numerosi ostacoli per raggiungere il mercato unico e l'unica base di produzione delineati dall'accordo dei leader ASEAN.
Tra i principali ostacoli che sono stati rilevati c'è la lentezza con la quale alcune fasi del processo di creazione del mercato unico vengono portate avanti. Questa lentezza è dovuta nella maggior parte dei casi alla lentezza con la quale i governi degli stati membri implementano le politiche approvate a livello regionale. 

Altri problemi sono le disomogeneità di sviluppo economico presenti nella regione; la mancanza di coinvolgimento della popolazione nella realizzazione di un'entità regionale e, ultimo ma non meno importante, l'assenza di coordinamento politico per evitare la paralisi di fronte a ingerenze esterne.

Un altro problema che dovrà essere affrontato è il disequilibrio nello sviluppo economico all'interno della regione.
Da una parte c'è una grande differenza tra i paesi dell'ASEAN 6 e il CMLV (Cambogia, Lao PDR, Myanmar e Vietnam). All'interno dell'ASEAN 6 troviamo il PIL pro-capite medio è di 17.892 dollari USA, mentre la media degli altri quattro paesi è di appena 1.208 dollari USA.

All'interno dello stesso ASEAN 6 il livello di sviluppo economico è nettamente disomogeneo con Singapore e Brunei che segnano PIL pro-capiti superiori ai 40.000 $ USA, la Malesia che segue con quasi 10.000 $, Tailandia, Indonesia e Filippine con valori che vanno dai 4.972 $ di Bangkok, ai 3.495 di Giacarta per finire ai 2.370 di Manila.

Le maggiori differenze si registrano tuttavia a livello locale, nelle zone di confine dove sarà necessario il maggiore sforzo per ridurre le disuguaglianze.
Le zone di confine sono aree strategiche per l'integrazione regionale in quanto rappresentano i nodi di connessione tra i diversi paesi a livello di comunità di persone. Affinché queste aree possano essere portate agli stessi livelli di sviluppo, in modo da poter garantire un livello equo di cooperazione, sono necessarie politiche di lungo periodo basate sull'attribuzione di più autorità agli enti sub-statali, in modo da ottenere il maggior coinvolgimento possibile delle comunità locali.

Ultimo e attualissimo problema è l'assenza di una politica estera coesa e capace di controllare le influenze esterne.
Durante la riunione ministeriale tenutasi a Phnom Penh, durante il giugno 2012, per la prima volta, i ministri degli esteri dei paesi membri non hanno trovato un accordo comune sul testo finale della seduta.

Questo insuccesso è dovuto alla combinazione delle influenze cinesi e statunitensi sui paesi ASEAN.
Da una parte la Cina, attraverso la leva economica, ha una pesante influenza sui governi dei paesi più poveri dell'organizzazione, dall'altra, le posizioni di Vietnam e Filippine sono spalleggiate dagli Stati Uniti sempre più impegnati a contenere l'espansionismo cinese.

                                                  Marco Vallino

 

 

 

 

 

                                               

                                     

                                            

 

                                    

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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