ovvero le alternative del futuro economico prossimo

L'economia riparte o non riparte?
Nel dopo-ferie 2009 organismi internazionali, analisti, economisti e politici spiano con attenzione crescente i più minuti segnali statistici alla ricerca di una ripresa pronosticata fin da aprile e che continua a farsi desiderare.

In questa situazione di suspense, dal cui esito dipendono milioni di posti di lavoro ed equilibri politico-economici nazionali e internazionali, può essere di aiuto riepilogare i vari tipi di recessione in qualche modo "codificata".
Come l'influenza, infatti, anche la recessione si presenta come patologia più o meno grave a seconda dei vari "ceppi" nei quali può apparire.

La recessione a L, rappresentata nella Figura 1, è sicuramente fra le più pericolose.
Il caso più importante è quello del Giappone: come per la recessione americana legata ai mutui subprime, la caduta dell'economia giapponese deriva dallo scoppio di una bolla edilizia che aveva portato i prezzi delle abitazioni nelle città del Sol  Levante a livelli assurdi. Come per gli Stati Uniti, la caduta dei prezzi lasciò le banche con in mano pezzi di carta di pochissimo valore.
A differenza degli Stati Uniti, i giapponesi lavorarono nell'ombra, operando una serie di fusioni tra "banche cattive" e "banche buone".

Il piano ebbe successo dal punto di vista sociale ma non riuscì a rilanciare stabilmente l'economia che prese il caratteristico elemento altalenante con valori medi caratterizzati da una crescita bassissima che è visibile nella Figura 1, fino ai primi anni del XXI secolo quando si risollevò un poco grazie alla domanda cinese. E il debito pubblico è passato dal 60 a oltre il 200 per cento del pil, grazie a spese per interventi di stimolo che non sono riusciti a cambiare nulla.

La recessione a L ha quindi introdotto elementi duraturi di debolezza nel sistema economico giapponese.


Tutto il contrario di quanto la recessione a V riuscì a fare nel sistema economico svedese. La Svezia andò in crisi per un evento esterno, la caduta del socialismo reale nei primissimi anni novanta che la privò di uno dei suoi più importanti sbocchi commerciali, seminando disoccupazione e facendo fallire tutte le più importanti banche del Paese.
Il governo svedese operò con molta drasticità: fece confluire tutte le passività dubbie o inesigibili in una grande "banca cattiva" e rifondò le altre banche, rimettendole sul mercato; chiese sacrifici ai lavoratori e operò per una profonda ristrutturazione dell'industria.

Il risultato è chiaramente visibile nella Figura 2: dopo tre anni di contrazione tra
-1 e -3 per cento del prodotto interno lordo, nel 1994 si passò a una crescita di circa il 4 percento, un ritmo che venne all'incirca mantenuto fino all'attuale crisi mondiale.

Si deve però osservare che gli svedesi, se agirono bene e con rapidità, furono anche molto fortunati: nel resto del mondo stava iniziando il "lungo boom" degli anni novanta e, data la loro eccellenza tecnologica, con prezzi ridimensionati fu loro possibile saltare sul treno della crescita.

 

Quando le condizioni generali non sono buone, si può avere una recessione a U, sommariamente descritta nella Figura 3: caduta più o meno improvvisa, stagnazione e poi ripresa. E' difficile indicarne un caso emblematico, ma potrebbe esserlo quello dell'attuale economia mondiale se all'attenuarsi della caduta nel corso del secondo trimestre 2009 non dovesse succedere una chiara ripresa in tempi brevi.
L'idea di un "periodo grigio" dai segnali contraddittori, che si protragga per uno o più anni con una discesa produttiva sempre più lenta seguita da un aumento della produzione molto incerto non lascia dormire i ministri dell'economia che hanno puntato tutto sulla possibilità di consegnare ai cittadini-elettori nel giro di uno-due trimestri un'economia con il motore possibilmente rombante.

Il motore potrebbe cominciare a rombare ma poi incepparsi. Questo avviene se il carburante (ossia le misure di stimolo) invece di infilarsi dentro al motore (ossia ridare fiato alle banche e a grandi imprese in difficoltà) finisce per disperdersi dappertutto e addirittura di prendere fuoco. In questo caso, una ripresa iniziale ha breve vita grazie a una fiammata inflazionistica; questa ha il vantaggio di ridimensionare il debito pubblico e di salvare molti posti di lavoro ma non può essere mantenuta a lungo.
Prima o poi, è necessaria una stretta e solo dopo la stretta è possibile ripartire davvero; questo processo, piuttosto lungo e complesso, è illustrato nella Figura 4 e può essere indicato come recessione a W  (double-dip inflation secondo l'economista americano Nouriel Roubini che ha prospettato questo futuro per l'economia attuale).

Abbiamo per lo meno due esempi riconducibili alla recessione a W: la ripresa tedesca e italiana dopo la seconda guerra mondiale (nel caso tedesco, l'inflazione durò poco e si procedette al cambio della moneta, nel caso italiano l'inflazione fu lasciata correre da Einaudi che poi nel 1948 operò la celebre "stretta") e le confuse situazioni degli anni settanta, dove la crisi petrolifera provocò prima la caduta della produzione e poi una ripresa drogata dall'inflazione e si dovette aspettare il "controshock" del 1985 (caduta parallela del cambio del dollaro e dei prezzi del petrolio) per uscirne definitivamente.
La Figura 5 riporta il discorso ai casi nostri, in un momento in cui proprio non è possibile dire come andranno le cose (entro novembre i segnali congiunturali dovrebbero essere più chiari, in un senso o nell'altro). Solo nel caso di una recessione a V gli obiettivi dei governi e dei banchieri centrali saranno raggiunti; una stagnazione avvantaggerebbe i paesi come l'India, la Cina e il Brasile, toccati solo di striscio dalla recessione e accelererebbe un nuovo assetto geoeconomico in cui Stati Uniti, Europa e Giappone sarebbero sensibilmente più deboli.

I casi più temuti in questo periodo sono la recessione a U e la recessione a W che richiederebbero comunque nuove, incisive (probabilmente impopolari) misure di politica economica e monetaria. In questa situazione di incertezza sarebbe interessante capire che cosa ne pensano i nostri lettori.
Nel frattempo, incrociamo le dita.

                                                  Mario Deaglio

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