Come cambia la geografia economica

Il continente africano ha rappresentato un terreno di battaglia economico-politica tra Pechino e Taipei fin dalla costituzione della Repubblica Popolare Cinese (RPC), il 1° ottobre 1949, e dalla fuga dei nazionalisti nell’isola di Taiwan, che rimane formalmente l’ultima porzione della vecchia Repubblica cinese. Com’è noto, la RPC insiste per il principio di “un’unica Cina” (“yi ge Zhongguo de yuanze”), approvato con la Risoluzione 2758 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 25 ottobre 1971 e considera l’isola di Taiwan (ROC) semplicemente come una provincia; la ROC, specie dopo essere diventata una delle più vivaci democrazie asiatiche, con l’ascesa al potere, nel 1988, di Lee Teng-hui (primo presidente “indigeno”) e la sconfitta elettorale, nel 2000, dello storico partito del Guomindang, insiste invece sulla separata identità di Taiwan e sul doppio riconoscimento diplomatico.

La partita non è ancora chiusa ma gli stati che oggi riconoscono la ROC sono ridotti a 24, per lo più piccoli e politicamente “irrilevanti” (con la sola eccezione del Vaticano). In Africa, dove in certi momenti Taiwan ha avuto la meglio, ora Pechino risulta in netto vantaggio. Dopo le ultime defezioni di Senegal (2005) e Ciad (2006), a riconoscere Taipei sono rimasti, infatti, solo cinque piccoli stati: Burkina Faso, Gambia, Malawi, Sao Tomé e Principe e Swaziland (Figura 1).

La svolta è dei primi anni Novanta: riavviatasi sul sentiero della riforma dopo l’isolamento diplomatico determinato dai fatti di Piazza Tian’anmen, la RPC si ritrova a vivere un boom economico senza precedenti e deve far fronte a esigenze del tutto inedite, come quella di garantirsi sufficienti materie prime ed energia per continuare ad alimentare la sua crescita economica. L’Africa sembrava la soluzione ideale per l’abbondanza di materie prime e per l’amicizia sino-africana di lunga data, coltivata su basi ideologiche fin dagli anni ’50 e ’60, e simboleggiata dalla ferrovia Tanzania-Zambia (Tanzan tielu): costruita tra il 1969 e il 1975, e totalmente finanziata dal governo maoista con un investimento di 400 milioni di dollari, rappresentò uno sforzo immane, tenuto conto delle condizioni disastrose in cui si trovava la Cina in quegli anni, a seguito del fallimento del Grande balzo, e dello scompiglio causato dalla Rivoluzione culturale.

Per la RPC, la “partita” in Africa fa parte di un progetto più ampio mirante a riguadagnare influenza internazionale, a recuperare centralità e ruolo secolari, messi in crisi dall’espansione imperialista occidentale dell’Ottocento. Poggiando su una performance economica senza eguali, tale riscossa ha già dato molti frutti. Ben lontana dal ‘solidarismo terzomondista’ del passato, la “nuova” politica cinese in Africa appare dominata piuttosto da una crescente “fame” di energia e dal bisogno di un sostegno politico internazionale per la politica di “un’unica Cina”, la quale ha preso a concretizzarsi in un vero e proprio “voto di scambio”: finanziamenti in cambio di voti nei consessi internazionali.

Prestiti a tassi praticamente nulli, abolizione delle tariffe doganali sui prodotti africani, condono del debito estero, finanziamento di imponenti infrastrutture, cooperazione tecnica e militare, elargizione di borse di studio, sostegno diplomatico a istanze africane, come quella sudanese del Darfur, non ingerenza negli affari interni dei nuovi alleati: ecco i pilastri della penetrazione cinese in Africa. È nato così una sorta di “modello” di relazioni internazionali – il cosiddetto “Beijing consensus” – alternativo a quello neoliberista (“Washington consensus”). Nel recente African China Paper, il governo cinese dichiara di volere “rapporti paritetici”, reciprocamente vantaggiosi nell’ambito di

una cooperazione Sud-Sud, tra il “più grande paese in via di sviluppo del mondo” e il continente che vanta “il più elevato numero di paesi in via di sviluppo” (Figura 2).
La Cina offre ai suoi partner africani uno scambio politico e non pretende alcuna sudditanza economica, discostandosi così nettamente dai modelli occidentali, che condizionano gli aiuti alla clausole di democratizzazione interna, al rispetto dei diritti umani e soprattutto a riforme economiche nel senso della liberalizzazione del mercato; si è così attratta simpatie e sostegno da parte di molti dei governi africani, anche corrotti e autoritari (Angola, Nigeria, Sudan, Zimbabwe).

I dati di Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale confermano l’esistenza di questo reciproco vantaggio: tra il 2000 e il 2006, l’interscambio commerciale sino-africano, prima quasi irrilevante, si è quintuplicato, passando da 10.6 a 55.5 miliardi di dollari; nel biennio 2004-2006 l’Africa ha registrato un surplus commerciale di 2 miliardi di dollari l’anno, grazie non solo all’abolizione dei dazi cinesi, ma anche alla crescita dei prezzi delle materie prime, a cominciare dal petrolio; petrolio e materie prime africane giocano un ruolo significativo nella “diversificazione” degli approvvigionamenti cinesi. Nel 2006, ben il 62 per cento delle esportazioni africane in Cina era costituito da petrolio (Figura 3), soprattutto angolano. Un discorso analogo può essere fatto per gli investimenti, i quali, anche se di ammontare complessivamente modesto e spesso di difficile quantificazione, risultano in rapida ascesa (Figura 4). Interscambio e investimenti sono, in ogni caso, destinati ad aumentare dopo le decine di accordi conclusi nelle frequenti visite che hanno scandito l’offensiva di “diplomazia economica” di Pechino in Africa negli ultimi mesi: del ministro degli esteri Li Zhaoxing nel gennaio 2006, del Presidente Hu Jintao nell’aprile del 2006, del primo ministro Wen Jiabao nel giugno 2006 e, di nuovo, del Presidente cinese nel gennaio-febbraio 2007.

Taiwan ha cercato di rispondere in termini sia politici, tramite la recente “Dichiarazione di Taipei” per una collaborazione ROC-Africa su salute, sviluppo, ambiente, nonché sulla difesa del diritto di Taiwan ad una propria rappresentanza nelle apposite organizzazioni internazionali, sia economici, senza però riuscire a tenere il passo della RPC. L’interscambio ROC-Africa segna + 44.8%, tra il 2005 e il 2006, ma ammonta ad appena 7 miliardi e mezzo di dollari rispetto ai 55.5 miliardi dell’interscambio tra RPC-Africa. L’Africa ha perduto molta rilevanza per la ROC, tanto che il Sudafrica, il suo primo partner commerciale africano, si trova solo al 27° posto nella classifica dell’interscambio taiwanese (il primo posto è detenuto proprio dalla RPC con 56 miliardi di dollari).

In conclusione, non si può fare a meno di riflettere sulla natura del vincente “modello” cinese a seguito delle denunce provenienti da più parti riguardo alla consistente vendita di armi cinesi a vari paesi africani – dal 1996 la Cina è al secondo posto, dopo la Russia, per le armi convenzionali – o di prodotti industriali a basso valore aggiunto smerciati sostanzialmente in cambio di materie prime. Gli investimenti in infrastrutture, poi, utilizzano spesso e volentieri tecnici e manovalanza cinese, il che limita i benefici per le economie locali. In definitiva i maggiori vantaggi della tanto vantata cooperazione Sud-Sud li potrebbe avere proprio la Cina che è riuscita, con la sua politica “soft”, a porsi come un’alternativa, non solo rispetto a Taiwan, ma anche alle potenze occidentali; le sue politiche “prive di scrupoli” hanno, però, il “difetto” di chiudere gli occhi di fronte a corruzione e malgoverno, il che alimenta crescenti critiche non soltanto dall’Occidente ma, cosa ben più significativa, anche da fasce sempre più ampie della società civile africana, che forse potrebbero essere incentivate a (ri)iniziare a fare il “tifo” per Taiwan.

            Francesca Congiu, Barbara Onnis

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