Da circa un decennio, il continente africano sembra aver intrapreso un percorso di crescita economica e sviluppo che la recente crisi internazionale ha in parte rallentato ma non sembra aver interrotto.

Già nel 2007, la Banca Mondiale nel suo report "Africa Development Indicators" affermava che, dopo 30 anni di sviluppo a "singhiozzo", molte economie africane stavano sperimentando una rapida crescita che avrebbe potuto contribuire a diminuire i livelli di povertà ed attirare nuovi flussi di  Investimenti Diretti Esteri (IDE).

La crescita del PIL dei Paesi africani è stata mediamente del 5-6% negli ultimi anni  ed è stimata al 3-4% annuo nel periodo  2011-12. L'Africa sub-sahariana, come si vede nella Figura 1, mostra una tendenza a crescere superiore a quella dell'Africa Settentrionale. L'attuale fase di flessione si deve prevalentemente a due fenomeni principali:

· il calo della domanda di beni africani da parte dei principali partner commerciali del continente africano (soprattutto i Paesi UE) dovuto alla recessione internazionale, il relativo rallentamento degli investimenti diretti esteri (IDE) e la diminuzione delle rimesse degli immigrati africani che vivono in Europa e Nord America (tre quarti della diaspora africana nel mondo);

· le ricadute economico-finanziarie connesse con l'instabilità politico-istituzionale in Nord Africa ed in particolare l'evoluzione del contesto libico, che hanno rallentato sensibilmente la crescita dei Paesi della fascia mediterranea ma anche delle economie ad esse collegate, in particolare nell'area del Sahel.

Questa situazione è tuttavia da considerarsi temporanea e le stime danno una ripresa dei ritmi di crescita pre-crisi già dal 2012.
Stando alle stime di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale, entro il 2020, il valore dell'economia africana dovrebbe raggiungere i 2,6 triliardi di dollari (attualmente è stimata a 1.7 triliardi), il 5% del PIL totale a livello mondiale.

La crescita economica del continente africano è attribuibile principalmente ad alcuni fattori:

. la crescente domanda globale di materie prime, di cui il continente è ricco e che sono solo in minima parte sfruttate;

. la graduale apertura e liberalizzazione dei mercati;

. i processi di integrazione politico-economica;

. la progressiva diversificazione produttiva, con lo sviluppo del settore manifatturiero e di quello dei servizi;

. un lento ma crescente sviluppo delle infrastrutture continentali.

Va specificato che la crescita economica non è avvenuta in modo omogeneo e che il continente africano soffre di forte sperequazione nei livelli di PIL (Figura 2) e di reddito pro capite (Figura 3) e nei relativi tassi di crescita e sviluppo, sia a livello dei singoli Paesi che delle varie regioni geo-economiche.

Al di là delle ragioni storiche che hanno condotto all'emergere di sensibili disparità economiche tra gli Stati africani, in buona parte connesse con il retaggio del passato coloniale e dei processi di sviluppo del periodo post-indipendenze, le differenze che oggi permangono possono essere attribuite al diverso livello di disponibilità e accesso alle risorse economiche ed alla capacità dei vari Paesi di sfruttarle.

Da questo punto di vista, i Paesi africani possono essere sommariamente divisi in tre grandi categorie:

• Produttori ed esportatori di materie prime (Oil&gas, minerali e beni alimentari);

• Paesi poveri in termini di risorse e con scarse capacità di sviluppo produttivo (emblematico il caso della Somalia o l'esistenza di 15 Paesi "Landlocked", ossia paesi privi di accesso al mare);

• Paesi  che, ricchi o poveri di materie prime e risorse economiche, stanno aprendo ed espandendo le loro economie attraverso processi di diversificazione produttiva ( tra gli esportatori di materie prime, ad esempio, possono essere citati i casi di Angola, Botswana, Ghana e Zambia).

Gran parte della crescita del PIL africano negli ultimi anni è indubbiamente da attribuirsi alla produzione ed esportazione di materie prime (idrocarburi in primis), che hanno beneficiato soprattutto della crescente richiesta da parte dei grandi Paesi in via di sviluppo (Cina e India, ma anche altri Paesi asiatici e mediorientali ed il Brasile) e degli alti prezzi sui mercati internazionali.

 

 

 

Il caso della Nigeria è emblematico: principale produttore di petrolio e gas naturale del continente e Paese più popoloso, ha visto crescere costantemente la propria ricchezza nazionale ed è destinata, nel giro di pochi anni, a superare quella che per lungo tempo è stata la principale economia africana, il Sud Africa. Anche gli altri Paesi esportatori di idrocarburi hanno aumentato la propria ricchezza assoluta con tassi di crescita maggiori rispetto ai Paesi non esportatori di petrolio e gas (Figura 4).

Lo sviluppo di sistemi produttivi quasi esclusivamente basati sullo sfruttamento delle materie prime è stato in passato causa di gravi squilibri economici per molti Paesi africani, tanto che si è giunti a parlare di "maledizione delle risorse" per indicare i limiti e danni collegati ad un'eccessiva dipendenza dal settore primario in Africa. Ciò ha riguardato non solo gli esportatori di idrocarburi ma anche di altre materie prime minerarie e di prodotti agricoli.
La scelta delle élites politico-economiche africane di puntare prevalentemente sul settore primario e su quello industriale ad esso collegato hanno limitato lo sviluppo dell'industria manifatturiera e di quella dei servizi, con la conseguenza di costringere molti Paesi africani a dipendere fortemente dai mercati internazionali non solo per la domanda delle proprie materie prime ma anche per l'offerta di tutti quei beni non prodotti a livello continentale.

Non è un mistero quindi che il settore manifatturiero africano sia oggi minore e più arretrato rispetto a quello di molti altri Paesi in via di sviluppo, soprattutto di quelli asiatici e che in molti Paesi africani esso contribuisca solo al 10% del PIL. Tuttavia, negli ultimi anni si è assistito ad un'inversione di tendenza con una progressiva diversificazione produttiva in molti Paesi africani, che ha stimolato i mercati interni e l'interscambio commerciale a livello regionale.
Anche il settore terziario si è sviluppato in Africa e non solo nell'area mediterranea. Oltre ai servizi legati al turismo , sono cresciuti quelli connessi al commercio ed all'export, il comparto dell'ICT e quello finanziario, seppur con sensibili differenze all'interno del continente. Queste evoluzioni hanno attirato sempre maggiori IDE non più esclusivamente legati allo sfruttamento del settore primario ma caratterizzati da una progressiva diversificazione settoriale e della provenienza degli stessi, con l'incremento di investimenti da parte di altri Paesi in via di sviluppo, asiatici e non.

Attualmente l'Africa copre ancora  una quota marginale (Figura 5) degli scambi commerciali internazionali (circa il 3-4%) e solo il 15% dei Paesi africani scambia beni e servizi a livello continentale, con poco più del 10% dell'interscambio commerciale che avviene all'interno del continente. Tuttavia, dopo decenni di performance negative, anche in questo caso si sta assistendo ad un cambio di direzione: dal 1999 si è verificata una costante crescita degli scambi commerciali africani verso l'esterno, che nel 2008 ha raggiunto il valore di 1 triliardo di US$, ed ad un incremento dell'interscambio (Figura 6) all'interno del continente, grazie anche ai progressi fatti dai processi di integrazione politico-economica regionale.

Il futuro economico del continente africano appare caratterizzato da segnali di giusto ottimismo, basati sui recenti trend di crescita e sui mutamenti strutturali che molte economie africane stanno vivendo.
Tuttavia permangono fattori di forte criticità, che continuano a limitare lo sviluppo di diversi Paesi africani e che necessitano di notevoli sforzi di governance politico-economica da parte delle leadership africane per mantenere ed incrementare i risultati fino ad oggi raggiunti. Tra i principali:
· la grave piaga della povertà (anche se in costante ma non rapida diminuzione) e dell'ineguaglianza nei livelli di distribuzione della crescente ricchezza;

· la scarsità e inefficienza delle infrastrutture continentali, che limitano i collegamenti interni e le capacità di esportazione verso l'esterno;

· i limiti all'accesso ai servizi di base (molti Paesi africani non stanno raggiungendo gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio stabiliti dall'ONU entro il 2015);

· gli elevati livelli di corruzione e le rigidità burocratiche;

· la persistenza di processi di deindustrializzazione legati all'esclusivo sfruttamento delle materie prime ai fini dell'esportazione;

· la competizione esterna che il settore manifatturiero e dei servizi deve affrontare (vedi il caso della crescente presenza commerciale cinese in Africa)

· il permanere di situazioni di instabilità politica e di conflitti armati.

                                                        Aldo Pigoli

 

               

                                    

                                             

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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