Lo scorso 21 novembre 2017, dopo aver trascorso sette anni da primo ministro e trenta da presidente dello Zimbabwe, e soprattutto dopo un arresto durante un colpo di Stato, Robert Mugabe si è dimesso, a detta sua, volontariamente.
Ai noti motivi politici che lo hanno portato a questa decisione, se ne deve certamente aggiungere un altro di natura economica: l’inflazione.
Tra il 1997 e il 2007 l’inflazione cumulata del dollaro dello Zimbabwe ammontava a circa 3.8 miliardi percentuali. Alla fine di questo periodo, nel mese di febbraio 2007, la banca centrale dello Zimbabwe dichiarò l’inflazione illegale (!).
Tuttavia - com’era prevedibile - tale misura non fu molto efficace: tra marzo 2007 e novembre 2008 lo Zimbabwe raggiunse il secondo record della storia per il più alto tasso d’inflazione, con un ordine di grandezza incredibile: 7.96 x 1010%.
Una delle più alte di sempre (Figura 1).

Le peggiori iperinflazioni della storia:
(dati Steve H. Hanke and Nicholas Krus)

tabz

Perché accadeva? Il governo dello Zimbabwe, per finanziare le proprie spese, semplicemente, stampava moneta. Negli anni ‘90, il governo decise di mettere in atto delle riforme terriere, che requisirono i possedimenti agricoli ai bianchi residenti sul territorio per ridistribuirli tra la popolazione locale. Le esportazioni (Figura 2) del paese crollarono verticalmente, soprattutto per via del fatto che la coltivazione del tabacco, che da sola costituiva un terzo degli introiti, fu totalmente distrutta.
Per finanziare queste riforme, ma anche per ingraziarsi l’esercito, elargendo salari altissimi per la seconda guerra del Congo, il governo cominciò a stampare moneta in modo incontrollato.
Mugabe in prima persona ha fatto sprofondare nel collasso il Paese che governava (Figura 3), con politiche a dir poco miopi, sfruttando il proprio potere incontrastato sulla politica monetaria del paese stesso. Già in quegli anni il potere di Mugabe cominciava a essere messo in dubbio: nonostante tenesse sotto scacco tutti i media e gli oppositori politici, l’appoggio dell’esercito e della polizia cominciavano a non essere più così certi.
Gli effetti di questo disastro economico sono tuttora evidenti (Figura 4), con una situazione totalmente instabile e volatile sotto diversi punti di vista, compreso quello politico, e con un’inflazione di nuovo fuori controllo (Figura 5). Al colpo di stato militare che il 15 novembre 2017 ha messo fine al regime di Mugabe, è seguita l'assunzione della carica di presidente di transizione da parte di Emmerson Mnangagwa, ma le prime mosse del nuovo governo sono state accolte con scetticismo.

Oggi, dall’altra parte dell’Atlantico, potrebbe crearsi una situazione altrettanto pericolosa. Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente pubblicato il World Economic Outlook, dove espone le sue previsioni sull’inflazione in Venezuela (Figura 6). Nel 2018, l’incremento del livello dei prezzi potrebbe arrivare addirittura al 2349,3%. Si tratta del tasso d’inflazione previsto più alto a livello globale, seguito da quello della Repubblica Democratica del Congo, al 44%.
Insomma, stiamo parlando di ordini di grandezza totalmente diversi. La banca centrale del Venezuela, proprio come si era verificato in Zimbabwe, ha smesso di pubblicare dati ufficiali sull’inflazione della moneta locale già nel dicembre del 2015.
Anche il Venezuela, come lo Zimbabwe, presto dovrebbe abbandonare la moneta locale per gli scambi internazionali. La nuova ricetta di Maduro per sconfiggere l’inflazione - e per aggirare le sanzioni degli Stati Uniti - è la creazione di una criptovaluta, il Petro, che sarà garantita dalle risorse minerarie del paese (oro, petrolio, diamanti, gas).
Lo Zimbabwe, invece, una volta raggiunto il picco esorbitante di svalutazione della moneta, aveva abbandonato la valuta locale per utilizzare il dollaro.

Una moneta virtuale dovrebbe essere decentralizzata e gestita da un software con un algoritmo prestabilito, con un’emissione dei cosiddetti token finita e stabilita in anticipo. Ma siamo sicuri che il Petro rispetterà queste stesse regole? O, piuttosto, sarà semplicemente una moneta parallela la cui gestione seguirà le stesse logiche della moneta della banca centrale, il Bolivar? La seconda opzione è senz’altro più probabile: c’è chi ha già soprannominato il Petro la “cleptovaluta”. Il paese sta praticamente sprofondando nel default e questa trovata non riuscirà a risollevarlo. Le stime del Fondo Monetario Internazionale per quest’anno e il prossimo 2018 sono tutt’altro che ottimistiche, con variazioni del PIL annuali in segno negativo (Figura 7).

Ma allora, se la storia ci ha insegnato qualcosa, stampare moneta in maniera incontrollata, o creare monete parallele, non risolve magicamente le crisi. Anzi, porta intere economie al collasso. E questa lezione è di grande importanza anche per noi.

Commenti