Il 4 di settembre 2008, l'indice Dow Jones ha perso 345 punti, pari al 2,99 per cento.  E'  la 51esima volta in quest'anno bisestile che questo "termometro" del capitalismo mondiale ha fatto segnare una perdita a tre cifre, ossia di 100 punti o più. Il tutto è avvenuto nell'atmosfera nervosa e concitata della finanza globale, che, dopo la fase dei prezzi bollenti (con le "puntate" del petrolio ai massimi storici), ha davanti a sé la prospettiva di prezzi gelati dalla recessione.

La recessione doveva colpire soprattutto l'America; per il momento, e contro l'aspettativa degli osservatori, sta colpendo invece soprattutto l'Europa (Figura 1). Per la prima volta nel decennio dell'Euro (1998-2008), il PIL comunitario registra una variazione trimestrale (come dicono gli anglosassoni "Q/Q", cioè "quarter on quarter") di segno negativo: -0,2%; anche se la variazione tendenziale ("Y/Y" ovvero "year on year"), cioè il confronto con il dato dello stesso periodo dell'anno scorso, rimane positiva a + 1,5%, il segno meno ha fatto la sua comparsa in questa vitale statistica.

Dal segno negativo Q/Q si "salva" solo la Spagna, ma si tratta in ogni caso di un considerevole rallentamento della crescita, visto che l'economia iberica (già in frenata nel primo trim. '08: +0,3%) proviene da almeno un quinquennio con crescite trimestrali nel range 0,5% - 1,2%. Francia, ed Italia sono calate dello 0,3%, la Germania dello 0,5%. Fuori dall'Unione, la Gran Bretagna (tra l'altro alla presa con una critica bolla immobiliare) ha registrato una variazione nulla. Il Giappone  è sceso dello 0,6%.

Gli stessi mezzi di informazione che, a inizio estate, puntavano il dito contro le ripercussioni inflattive (Figura 2) dei rincari petroliferi attraverso l'inevitabile imcomprimibilità dei consumi energetici, ora sottolineano con "orrore" le ripercussioni deflattive della contrazione dei consumi. Queste due posizioni, apparentemente antitetiche, sono in realtà conciliabili: l'elemento unificante è la difficoltà della famiglia media ad arrivare a fine mese (per la presenza di stimoli inflazionistici) e pertanto taglia le spese, immettendo nel sistema stimoli deflazionistici.

Da questa valle di lacrime di consumatori affamati e assetati, sembra distinguersi l'economia statunitense. La "grande malata" dei mesi a cavallo fra 2007 e 2008, a tal punto da costringere la Federal Reserve a tagliare i tassi fino al 2%, ha realizzato (nel secondo trim. '08) una crescita del 3,3%. Queste cifre vanno prese con molta cautela: vi è una sostanziale differenza di metodologia nella determinazione delle variazioni trimestrali fra la prassi europea e quella statunitense. I dati, pertanto, non sono immediatamente comparabili. Come si è visto sopra, nell'economia continentale si raffronta il PIL con quello del trimestre precedente (Q/Q) oppure con quello dello stesso trimestre dell'anno prima (Y/Y). Negli USA si raffronta percentualmente il PIL con quello del trimestre precedente e si proietta su base annua il ritmo di crescita dell'attuale trimestre applicando quel tasso di espansione a quattro trimestri successivi.

In ogni caso il ciclo economico USA potrebbe essere un passo avanti a quello degli altri Paesi. Nonostante gli ultimissimi dati occupazionali americani (con continua perdita di posti di lavoro), la congiuntura USA potrebbe aver superato la fase di maggior pesantezza della domanda, fase in cui potrebbe trovarsi il ciclo economico europeo se i consumi non si riprenderanno un poco nei prossimi mesi.
Da questo punto di vista, non gioca a favore l'estrema rigidità della BCE, che (nella riunione di inizio settembre) non solo ha lasciato inalterati i tassi (4,25%), ma ha ristretto i criteri di elargizione di liquidità al sistema, non facilitando di certo la congiuntura.

I segnali di debolezza della congiuntura europea seguono di poche settimane un'importante flessione nei prezzi delle materie prime (petrolio, ma anche oro, metalli e materia agricole), scese sensibilmente dai massimi di inizio estate. Il Petrolio ha ceduto circa il 25%, l'Oro e Rame quasi il 20%, il Grano addirittura il 40%. Questi trend  si sposano con il recupero unilaterale del Dollaro nel corso dell'estate, la cui forza non può non lasciare tutti stupiti: potrebbe trattarsi di un insieme di movimenti finanziari concertati dalle Banche centrali? Non si può escludere. A sostegno di questa tesi molti analisti riportano la notizia che nei mesi estivi si è registrato un aumento di circa il 30% di titoli obbligazionari a breve termine tenuti in custodia presso la FED per conto di soggetti stranieri. Si tratta di una tipica misura che sembra sottintendere il coinvolgimento diretto della FED nella salvaguardia degli equilibri finanziari.

 

Si ha quindi l'impressione che i livelli di inizio estate fossero considerati "di guardia" e pertanto che le Banche Centrali (FED in testa) siano prontissime ad intervenire nel caso si dovessero riproporre rischi di analoga entità.
La conseguenza di tutto ciò è che sta consolidandosi l'impressione che la principale ondata inflattiva di questo ciclo possa considerarsi alle spalle. Corrobora a tal fine la statistica "recessiva" dell'economia europea, specie sul fronte dei consumi. Di conseguenza i livelli inflattivi dovrebbero flettere progressivamente: in effetti i preliminari di agosto per Eurolandia, Italia e Germania registrano già l'inversione di tendenza rispetto ai massimi di giugno - luglio.

La logica fin qui seguita dovrebbe invece portare alla conclusione che le borse, reduci dai passati svarioni in cui hanno scontato le negatività, ora si dovrebbero presentare piuttosto "leggere" e quindi pronte a salire in base alla sensazione che il peggio dell'inflazione è alle spalle. E invece, ecco i ribassi dei primi giorni di settembre.

Le Borse sembrano diventate più paurose. In parte per le tensioni internazionali (Caucaso in primis), in parte, ancora una volta, per i postumi della crisi dei mutui subprime USA. I mercati infatti non sono ancora sicuri che i bilanci delle banche americane abbiano completamente portato alla luce le conseguenze di tale crisi, in termini d buchi ed ammanchi. Eventuali rischi di fallimenti bancari americani condizionerebbero l'intero panorama internazionale e rimetterebbe in discussione il trend congiunturale USA (e mondiale al seguito).

Tuttavia, al netto della crisi subprime, è interessante comparare il trend della Borsa USA e di quella Europea con l'andamento delle rispettive statistiche inflattive ed economiche. Si precisa, sul piano metodologico, che nei grafici allegati gli indici borsistici sono stati adeguatamente rimodulati per esigenze grafiche: il lettore non vada a cercare ipotesi di guadagni o perdite percentuali, ma valuti il trend (meglio ancora le inversioni del trend) e le raffronti con le statistiche economiche.

Si nota abbastanza  facilmente che l'indice Dow Jones della Borsa USA appare relativamente poco correlato sia con il PIL USA (Figura 3), che con il trend inflattivo (Figura 4). Le tre crisi dei subprime si riflettono chiaramente nell'andamento dell'indice, mentre pochi collegamenti emergono fra l'indice e le variabili congiunturali.  Evidentemente, il mercato implicitamente "sa" che la FED non si preoccupa più di tanto dell'inflazione, mentre invece è molto attenta al ritmo congiunturale e per sostenerlo è pronta ad abbassare prontamente i tassi.

Gli stessi grafici riferiti al quadro europeo segnalano un più stretto collegamento fra trend dell'indice e variabili economiche. L'indice Dow Jones Euro Stoxx sembra replicare fedelmente il trend dell'economia (Figura 5) e, in direzione correttamente antitetica, quello dell'inflazione (Figura 6).  Anche questo meccanismo pare coerente con la sensazione di fondo che il principale spauracchio della BCE è costituito dall'inflazione, con relativo rialzo dei tassi (che è il peggior nemico finanziario delle Borse), mettendo in conto di pagare il prezzo sul fronte del ritmo di crescita.

Che cosa potremo attenderci dalle Borse nei prossimi mesi? Al netto di eventuali recrudescenze dal tema subprime, la risposta è collegata all'intricato gioco di nuovi equilibri poltico-internazionali, gioco di cui il conflitto caucasico è la punta dell'iceberg. Una stabilizzazione delle tensioni che si stanno riversando in questi giorni potrà consentire una visione più serena, sia in modo diretto sia attraverso il meccanismo dell'inflazione (presumibilmente in ulteriore regresso dai massimi). Ma il "gioco" resterà in fase di definizione fino alle elezioni presidenziali USA, che come è noto, sono in programma ad inizio novembre.

Siamo quindi di fronte ad un paio di mesi in cui il futuro immediato della Borse potrebbe non essere del tutto risolto al sereno.

                                                 Carlo Crovella

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