Per risolvere il problema del debito pubblico (non solo italiano) sono alla studio le più svariate ipotesi (Figura 1).
Il dibattito è molto acceso per le profonde contrapposizioni di interessi fra le componenti sociali su chi debba "pagare" il costo dell'operazione.

E' stato recentemente annunciato il prossimo varo di un'imposta patrimoniale in Grecia, e questo alimenta la riapertura anche in Italia del dibattito sull'opportunità o meno di una misura di questo tipo. La patrimoniale greca riguarderebbe, allo stato attuale dei lavori, la sola componente immobiliare: si tratta di un'imposta straordinaria, di durata biennale con decorrenza 1 gennaio 2012, gravante però su tutti gli immobili esistenti (identificati attraverso l'elenco delle utenze elettriche), con un'aliquota compresa fra 4 e 10 euro a metro quadrato. Il Governo ellenico stima di introitare un gettito di 2 miliardi di euro e la necessità di tale entrata alimenta ipotesi, per ora non confermate, di interruzione dell'erogazione dell'energia elettrica per gli evasori

In Italia non è ancora assodato se si vareranno misure inerenti il "patrimonio" dei cittadini, ma è in ogni caso interessante fare ora il punto della situazione e verificare quali esperienze internazionali sono state registrate sull'argomento.

Per "patrimoniale" si intende qualsiasi imposta applicata al patrimonio dei contribuenti. Essa può, a giudizio del legislatore, gravare singolarmente o congiuntamente su immobili, ricchezze mobiliari o altre forme differenti (esempio: opere d'arte, yacht, etc). Inoltre può essere del tipo "una tantum" oppure sistematica. Può infine prevedere una singola aliquota, oppure essere ad aliquote progressive (in genere per scaglioni di imponibile).

In Italia la patrimoniale ha sempre generato ataviche paure nell'opinione pubblica, che l'ha sostanzialmente osteggiata. Il principio stesso della nostra fiscalità fa riferimento alla tassazione dei redditi e non a quella sui patrimoni, considerati spesso la conseguenza di precedenti risparmi, virtù preziosa nella nostra tradizione culturale. Non abbiamo quindi una profonda tradizione nel campo delle patrimoniali, ma è inesatto affermare che non esistano esempi di imposte patrimoniali in Italia.

L'ICI è nella sostanza una patrimoniale sugli immobili e il fatto che sia stata "sospesa" sulle prime case non significa che non potrebbe essere reintrodotta. Anzi l'impianto legislativo del federalismo fiscale prevede una nuova versione dell'ICI, l'Imu, di cui attualmente si sta discutendo l'anticipazione rispetto alla data (2013) prevista dal quadro federalista. L'Imu inoltre vuole anche sostituire l'Irpef sugli immobili non locati: anche per questo motivo l'aliquota base, pari al 7,6 per mille, è superiore a quella ICI (mediamente del 4 per mille), con la facoltà dei Comuni di aumentare ulteriormente l'aliquota. A ciò si aggiungono altre misure che restringono sensibilmente il concetto di "abitazione principale" fiscalmente esente (deve esserci la coincidenza fra residenza anagrafica e dimora abituale; deve trattarsi di un'unica unità immobiliare; etc), proprio per allargare maggiormente il campo di applicazione dell'Imu.

Ma resta il fatto che l'Imu, che è indiscutibilmente un'imposta patrimoniale, appartiene al gettito sistematico e come tale i suoi effetti si ripercuoteranno nel tempo. Ora però, secondo alcuni osservatori, siamo sull'orlo del baratro dei conti pubblici, e ciò che conta non è tanto il miglioramento nel tempo del sistema fiscale, quanto il varo di misure-tampone, che, proprio perché straordinariamente severe, ci impediscano di finire nel suddetto baratro.

Può essere il settore immobiliare il campo di applicazione di tale patrimoniale? In linea di principio si, ma all'atto pratico si rivela un'ipotesi poco probabile. Lo è perché (secondo dati Banca d'Italia) il patrimonio degli italiani viene indirizzato al 65% negli investimenti immobiliari. Poiché, sempre secondo la Banca d'Italia, la ricchezza complessiva degli italiani è stimata pari a 8.500-9.000 miliardi di euro - nel 2009 - (Figura 2), la base imponibile riferita alla componente immobiliare corrisponderebbe a 5.500-6.000 mld (cioè circa cinque volte lo stock di debito pubblico in essere). Ipotizzando l'1% di patrimoniale, si otterrebbe un'entrata di 5,5-6 mld di euro: un bel tampone da frapporre al problema dei conti pubblici.

Ma la situazione non è così semplice: il catasto, che spesso non è aggiornato neppure nelle efficienti regioni del Nord, riporta comunque le rendite catastali, mentre i calcoli indicati fanno riferimento a valori effettivi di mercato. Occorrerebbe quindi impiantare un modello capace di valutare gli immobili secondo prezzi di mercato, un'impresa che (ammesso che sia tecnicamente fattibile) richiede una tempistica non coerente con il carattere di emergenza dell'attuale situazione. Inoltre va sottolineato che la "ricchezza immobiliare" degli italiani è già abbastanza tartassata sotto il profilo fiscale, anche se ciò avviene più sul versante reddituale (affitti, etc), visto che la relativa pressione si pone fra le prime dieci a livello europeo (Figura 3).

Rimane quindi la ricchezza prettamente mobiliare (azioni, altri titoli, denaro, etc), che, desumendo dai calcoli della Banca d'Italia, corrisponderebbe a circa 3.500 mld di euro.

A parte le ipotesi sulla percentuale dell' ipotetica patrimoniale una tantum (esempio: 1% = gettito di 3,5 mld di euro; 2% = gettito di 7 mld di euro, etc.), resta il problema di fondo della facilità di elusione dell'imposizione, grazie a svariati escamotage come la duplicazione di dossier amministrati, l'intestazione a società o a prestanome, etc. In effetti i detrattori della patrimoniale citano l'esempio della Svezia, dove tale imposta annuale grava con un'aliquota dell'1,5% su immobili, valori mobiliari e società di valore superiore a 160.000 euro. Tuttavia  pare che solo il 2,5% dei contribuenti svedesi paghi questa tassa e se ne deduce facilmente che le possibilità di "svicolare" sono piuttosto elevate.

 

Si diceva che qualche esperienza di patrimoniale è già presente anche in Italia. L’imposta di successione, tolta e poi reintrodotta con una franchigia di 1 milione di euro, colpisce sopra tale importo con una logica patrimoniale. Ma l’esempio che fece maggiormente discutere fu il famoso prelievo forzoso del Governo Amato, che (1992), per evitare il crack finanziario del Paese e consentire alla Lira di rimanere agganciata al Sistema Monetario Europeo, applicò un aliquota del 6 per mille sui depositi di conto corrente bancari. Questa imposta (che non faceva distinzioni fra persone fisiche o giuridiche, né per scaglioni di tassazione Irpef, o altro), è in effetti la forma patrimoniale più immediata e di sicuro incasso per il Fisco: è oggettiva, in quanto basata sulla giacenza in c/c ad una certa data; è auto-liquidante, poiché le banche sono sostituti di imposta; è prevedibile nell’importo, poiché le statistiche indicano la consistenza aggregata dei depositi bancari, ma ovviamente risulta “antipatica” agli occhi dell’opinione pubblica.

Le recenti misure sui bolli relativi alle transazioni finanziarie possono essere considerate un piccolo tentativo di patrimoniale, mentre non si deve fare confusione concettuale con l’eventuale innalzamento dal 12,5% al 20% della tassazione sulle rendite finanziarie (per esempio cedole dei BTP), perché questa colpisce l’aspetto reddituale e non quello patrimoniale del capitale. Inoltre va considerato una misura anche eticamente necessaria, in quanto le aliquote italiane erano disallineate rispetto alla media europea e configuravano l’Italia come un piccolo paradiso fiscale sotto questo specifico punto di vista.

Tornando alla patrimoniale in senso generale, possibili input ispiratori per il nostro Fisco potrebbero giungere dall’esperienza di altri Paesi. Purtroppo non ci sono fulgidi esempi, se non quello francese.

Negli USA infatti non esiste una vera imposta patrimoniale, ma piuttosto si pagano pesanti imposte di successione e sul possesso di immobili (con aliquota dell’1% sul valore di mercato degli immobili).

In Europa, oltre a Svezia e Norvegia, solo la Francia ha una vera e sistematica patrimoniale, l’ "impôt de solidarité sur la fortune" (ISF). E’ stata introdotta nel 1982 ai tempi del Presidente (socialista) Mitterrand, è stata momentaneamente abolita dal gaullista Chirac (1987), ma è stata reintrodotta, pur con qualche modifica, nel 1989 ad opera dei socialisti. Nell’autunno 2010 il Presidente Sarkozy aveva ventilato l’ipotesi di abolirla, ma l’esigenza di contenere il deficit pubblico lo hanno distolto, anche se si stanno studiando delle prossime modifiche tecniche.

L’ISF si applica ai patrimoni superiori agli 800.000 euro, con aliquote progressive (si parte da 0,55% con un massimo dell’1,8% per patrimoni superiori ai 16 milioni di euro). Si estende al patrimonio inteso come somma delle componenti immobiliari e mobiliari, ma a compensazione è stata concessa l’esclusione delle polizze sulla vita (anche per spingere i cittadini francesi a costruire forme pensionistiche complementari), cui si aggiunge il plafond del prelievo dell’ISF che non può eccedere il 50% del reddito del contribuente.

La retromarcia di Sarkozy deriva dal fatto che il gettito annuo dell’ISF è rilevante per i conti pubblici francesi (Figura 4): 4,2 mld di euro nel 2008, 3,6 nel 2009, di nuovo 4,2 nel 2010. Poiché la base imponibile (la ricchezza dei francesi) è stimata in circa 5.600 mld di euro, interpolando si deduce che se l’ISF venisse applicata in Italia potrebbe generare un gettito di 6 mld se estesa all’intera ricchezza degli italiani (8.500-9.000 mld di euro), ridotto a 2,5 mld se circoscritta alla sola componente mobiliare (circa 3.500 mld). Visto che, con riferimento all’aumento dell’aliquota IVA al 21%, le attuali stime ipotizzano un maggior flusso fiscale pari a 4.200 mld, quello generato da un’eventuale patrimoniale solo su valori mobiliari non appare “granchè”.

Meglio di niente, certo, ma è chiaro che il popolo dei contribuenti francesi è sicuramente più ligio di quello italiano. Inoltre l’ISF ha recentemente generato molto malumore anche oltre frontiera, perchè i rovesci finanziari degli ultimi anni hanno abbassato i rendimenti dei patrimoni e le aliquote in essere risultano decisamente severe. Per tale motivo è allo studio una riforma tecnica, di prossima introduzione: la soglia minima di applicazione si alzerebbe a 1,3 ml di euro, con solo due aliquote (0,25% per la fascia 1,3-3 ml di euro e 0,50% oltre i 3 ml di euro).  Viene però abolito il plafonamento del prelievo al 50% del reddito e viene introdotta una tassa immobiliare, pari al 20% del valore catastale, anche a carico degli stranieri o comunque dei non residenti. Tale nuovo balzello (che riguarda non pochi italiani proprietari di immobili in territorio francese) sarà di fatto sostitutiva della già esistente tassa fondiaria a carico del proprietario dell’immobile.

Come si può arguire, il problema non è di semplice risoluzione in nessun Paese, a prescindere dai risvolti applicativi e dalla serietà fiscale dei contribuenti. Prima di addentrarsi ad analizzare le “ricette” proposte, la collettività deve decidere se il peso fiscale debba essere sopportato dalla creazione di reddito o dai patrimoni o diviso e in quale percentuale.

Sotto questo specifico punto di vista, la patrimoniale è utile se accompagnata da un parallelo abbassamento delle imposte su redditi, lavoro e imprese, perché libera risorse per nuovi investimenti, innescando un volano di crescita “vera” dell’economia reale e quindi di maggior occupazione futura.

Ma il vero problema di ogni patrimoniale, a qualsiasi latitudine, è che si applica sul patrimonio fiscalmente visibile, andando alla fine a colpire quasi esclusivamente il ceto medio più che i grandi patrimoni (gestiti in modo da svicolare facilmente alle maglie del fisco). Per tali motivi la patrimoniale rischia di essere un incentivo ad esportare risorse finanziarie o quanto meno a non reimportarle, non fornendo così quel contributo alla crescita che è la vera necessità delle economie asfittiche (come l’Italia) per colpa del circolo vizioso “deficit-debito pubblico” che sottrae linfa vitale ad un sano sviluppo economico.

                                                      Carlo Crovella

                   

 

 

 

                                                                                  

 

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