Lavori e prospettive

Con la presentazione dei nove uomini che reggeranno le sorti di 1,3 miliardi di cinesi (e di una porzione sempre più significativa dell’economia globale), si è chiuso domenica 21 ottobre 2007 il 17° congresso nazionale del Partito Comunista Cinese (PCC). Nella Repubblica Popolare Cinese (RPC) esistono altri 8 partiti, ma dal 1949 la scena politica nazionale è occupata nella sua interezza dal PCC, il cui Segretario Generale è fin dai tempi di Deng Xiaoping anche Presidente della Repubblica e capo della Commissione Militare Centrale, ossia vertice indiscusso della piramide politico-istituzionale cinese.


Secondo quanto specificato tanto dalla Costituzione della Repubblica (emendata per l’ultima volta nel 2004), quanto da quella del partito (redatta nel 1982 e da allora mai modificata in modo radicale), il PCC incarna lo spirito del “centralismo democratico”, ossia di un modello di reggimento politico che prevede la sottomissione dell’individuo all’organizzazione e della minoranza alle direttive centrali.

Si tratta, nella sua versione attuale, di un sistema autoritario che ricorda più da vicino il tardo modello sovietico, rispetto alle esperienze totalitarie radicali della Cina maoista.
L’organigramma del potere all’interno del partito prevede, in teoria, che sia il plenum del congresso nazionale a costituire il vertice della piramide. Tuttavia, poiché il numero dei delegati supera ampiamente le due migliaia di unità – anche quest’anno selezionate dalla Commissione Centrale per l’Ispezione della Disciplina tra una lista di 43.300 individui proposti dalla miriade di sub-organizzazioni funzionali e territoriali che compongono il PCC – è facile comprendere come esso non sia in condizione di fungere da effettivo forum dibattimentale e decisionale. Dunque, sebbene il congresso nazionale resti un’importante occasione di manifestazione dell’unità del partito, il suo ruolo essenziale consiste nel nominare i membri del proprio Comitato Centrale, del Politburo e del Comitato Permanente di quest’ultimo.


Il Comitato Centrale costituisce una selezione permanente del congresso nazionale. Poiché quest’ultimo si riunisce soltanto ogni cinque anni, il Comitato Centrale svolge, tra una sessione e l’altra, il ruolo di massima istituzione del partito. Anche questo, però, si riunisce di rado (una volta all’anno per un paio di giorni) ed è comunque composto da un numero relativamente ampio di persone: per il quinquennio 2007-2012 ne fanno parte 204 membri ordinari e 167 supplenti. La natura forzatamente pletorica del Comitato Centrale fa sì che sia in realtà il Politburo, con i suoi 24 membri, a detenere il potere effettivo, e ancor più il Comitato Permanente del Politburo, che si compone appunto di nove individui, ancor oggi tutti uomini. Sebbene il PCC sia la più grande organizzazione politica del mondo con oltre 73 milioni di iscritti e presenti da sempre una natura fortemente composita e decentralizzata, non è un’esagerazione sostenere che i nove membri del Comitato Permanente del Politburo sostanzialmente governano la Cina (Figura 1).

Il primo dato che emerge osservando ex post i lavori del 17° Congresso del PCC è che essi hanno presentato ben poche increspature. Anche per un sistema politico tradizionalmente opaco come quello cinese, il grado di linearità con cui si sono svolte le diverse sessioni congressuali è stato significativo. È evidente che la leadership di Hu Jintao, riconfermato Segretario Generale come da scontato pronostico, ha compiuto una chiara scelta di continuità e ricerca del più ampio consenso. All’interno del nebuloso panorama politico del partito, Hu ha prudentemente distribuito attenzioni alle principali “correnti”.
All’esercito è stato promesso un incremento negli stanziamenti, che essendo ufficialmente collegati alla crescita di un PIL già di per sé galoppante, hanno già visto un aumento significativo negli ultimi anni. I medesimi alti comandi – che rispetto al governo del paese mantengono un’influenza difficile da misurare, ma da molti ritenuta notevolissima – sono, però, anche interessati al mantenimento della stabilità del quadro sociale, per avere il tempo di rafforzare i propri comparti più arretrati (blue navy e ICT su tutti). In risposta a questa esigenza, oltre che per il più ampio consolidamento della legittimità della leadership, Hu Jintao ha ottenuto di vedere il proprio personale contributo incardinato tra le colonne della filosofia del partito.

Accanto alla dottrina di Marx, al pensiero di Mao, alla teoria di Deng e all’elaborazione del predecessore Jiang Zemin, si trova ora la nozione di “scientific outlook on development”, la rilettura in chiave aggiornata del concetto di “socialismo con caratteristiche cinesi”. Com’è stato fatto notare dal vice-presidente della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme Zhu Zhixin, il punto centrale in questa visione “scientifica”, è il trasferimento di enfasi dal crudo indicatore della crescita economica, alla nozione di sviluppo, che matura mettendo in relazione la crescita con le questioni di sostenibilità ambientale e sociale.
Alla componente di “sinistra” del PCC – recentemente espressasi con una lettera firmata da 170 funzionari in pensione ed ex-ministri che hanno criticato l’abbandono dei valori socialisti promossi da Mao – la nuova leadership in carica per i prossimi cinque anni risponde, dunque, con la promessa di una crescita potenzialmente controllata in favore di maggiore eguaglianza. Lo slogan è la costruzione di una “società moderatamente prosperosa”, con l’obiettivo di quadruplicare il PIL pro-capite entro il 2020.

Questo aspetto è importante, dato che nel 2002 si era parlato soltanto di quadruplicare il PIL complessivo. Accanto a ciò, Hu non ha mancato di affermare l’impegno del governo a favore dell’ambiente, oltre che a menzionare in più occasioni i Quattro principi cardinali citati da Deng per giustificare la repressione del 1989 (adesione al pensiero marxista-maoista, rispetto della leadership del partito, prosecuzione sulla via socialista e “dittatura del proletariato”).

Com’è chiaro, specialmente quest’ultimo riferimento segnala che, al di là della concordia di superficie, non vi sono soltanto “vincitori” in questo congresso, o quantomeno non tutte le posizioni vincono alla stessa maniera. Se i liberali autoritari (la “destra”, se così crudamente ci si può esprimere nel caso cinese) ottengono una forte riconferma dell’aderenza alla politica della “porta aperta” e la promessa di una crescita economica comunque sostenuta, i veri “sconfitti” sembrano essere i sostenitori di una evoluzione del regime in senso liberale. Sebbene Hu abbia utilizzato la parola “democrazia” ben 61 volte nel suo discorso inaugurale davanti al Congresso il 15 ottobre, è lecito dire che si tratta più di un atto di cosmesi che di una scelta politica, o dell’avvio di un dibattito in tal senso.


Ne è prova la grande risonanza data alla cosa dai media di stato cinesi, che hanno invece messo rapidamente a tacere le posizioni di chi – come Li Rui, già segretario personale di Mao, o Hu Deping, figlio del fu Segretario Generale del PCC Hu Yaobang – ha apertamente chiesto una svolta democratica e la piena libertà di parola. Come già accaduto ripetutamente negli ultimi anni, anche nei giorni precedenti il congresso si è assistito a un netto rafforzamento delle misure di sicurezza interne, con un controllo stretto (quando non intimidatorio) nei confronti di media, gruppi civici e potenziali dissidenti. D’altra parte, rispondendo alle sollecitazioni riformiste di Zhou Ruijun, ex-direttore del Quotidiano del Popolo, nel febbraio di quest’anno l’oggi riconfermato Premier cinese Wen Jiabao aveva detto a chiare lettere che la RPC si trova ancora nella fase iniziale del cammino socialista. Pertanto, nessuna deviazione democratica rispetto all’attuale sistema è prevista “per i prossimi 100 anni”.

Non stupisce, quindi, che l’agenzia di stampa statale Xinhua abbia salutato come un’importante momento democratico (!) il fatto che il PCC avesse presentato 221 candidati per i 204 posti di membro ordinario del Comitato Centrale, implicando una percentuale di competizione elettiva pari al 7,6% (Figura 2).
A fronte del ripiegamento delle istanze liberali, non si è però verificato il temuto sussulto nazionalista, da molti paventato in relazione al raffreddarsi delle relazioni nello stretto di Taiwan. La stessa leadership cinese aveva accresciuto i timori di un’ulteriore escalation nel confronto con il governo del Presidente Chen Shui-bian (in scadenza di mandato) dopo l’ennesimo, fallito, tentativo di Taipei di vedere riconosciuta la propria membership dall’ONU nel settembre 2007. Invece, al contrario di quanto atteso, Hu Jintao ha riproposto una posizione conciliante, invitando il governo taiwanese a siglare un trattato di pace definitivo, chiudendo lo stato di belligeranza formalmente in vigore dal 1949. La novità più innovativa in termini di sostegno ufficiale al discorso patriottico è stata legata alla promozione del soft power della cultura cinese.

È interessante che nell’arco di pochi anni la terminologia “soft power” – invalsa principalmente nelle scienze sociali del mondo anglosassone – sia stata mutuata dalla dirigenza cinese. Non stupisce, invece, che quest’ultima l’abbia adattata alla propria interpretazione del concetto di potere, indicando direttamente la cultura non solo come “fonte di coesione e creatività nazionale”, ma anche come “fattore di crescente rilevanza nella competizione per accrescere la forza complessiva dello stato nel mondo”.

L’ultima questione degna di nota è legata all’equilibrio di potere tra il Segretario Generale attuale, Hu Jintao, e il suo predecessore Jiang Zemin. Nel sistema cinese, infatti, capita di frequente che i leader che si sono ritirati dalla scena pubblica conservino ampia influenza. Nel caso del congresso del 2007 la posta in palio è stata alta, poiché si è trattato di preparare l’avvento al potere di una nuova generazione di capi (la quinta). Nel 2012, infatti, Hu Jintao avrà concluso il proprio secondo e ultimo mandato, e dovrà cedere il posto al proprio successore. A tutti gli effetti, quindi, la Cina può considerarsi l’unico paese in cui si “eleggono” le leadership con cinque anni di anticipo. Certo, i giochi non sono fatti, ma l’attenzione si concentrerà fin dai prossimi mesi sulle due nuove giovani figure cooptate nel Comitato Permanente: il segretario del PCC di Shanghai Xi Jinping e il suo collega responsabile della provincia del Liaoning Li Keqiang. È significativo che nel ferreo cerimoniale cinese sia stato Xi – ritenuto espressione del circuito di Jiang Zemin – ad essere presentato per primo al pubblico, significando una pur minima precedenza su Li, protetto di Hu Jintao.

Molti osservatori vedono in questo fatto una sorta di sconfitta per Hu. Altri aspetti, tuttavia, impongono considerazioni diverse: Hu ha nominato un gran numero di suoi sostenitori in posizioni chiave nell’esercito e nei governi provinciali, e ha anche ottenuto dal 17° congresso l’inserimento del proprio contributo teorico nella costituzione del PCC, e ciò dopo soli cinque anni al potere (Jiang aveva ottenuto un onore analogo soltanto allo scadere del suo secondo mandato).

Per la Cina e per il mondo, comunque, il congresso appena conclusosi è stato un appuntamento di transizione significativo. I due nuovi leader in pectore sono meglio istruiti dei loro predecessori e portano con sé prospettive diverse rispetto ai propri predecessori. Mentre il Comitato Permanente nominato per il quinquennio 2002-2007 era composto unicamente da ingegneri, Xi Jinping possiede un dottorato in legge, mentre Li Keqiang ne ha uno in economia. Certo non si può pensare che il mero background formativo faccia di Xi e Li dei riformatori.

Tuttavia, e nonostante il notevole successo del PCC nel perseguire un’opera di “conformizzazione” dei diversi leader, il palpabile equilibrio di potere tra le diverse anime del partito e la diversificazione dell’estrazione e dell’esperienza della nuova dirigenza inducono a immaginare per il prossimo futuro una Cina orientata al governo per consenso, e dunque più prona alla gestione ordinaria del positivo trend economico che alla promozione di riforme incisive, specie in campo politico-istituzionale.

                                       Giovanni Andornino

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