Quello che fino ad un decennio fa era considerato dall'Economist il lost continent (continente perduto) sembra essersi affrancato da questo appellativo per entrare nel novero dei miracoli economici. Da tempo, infatti, si sono fatti più frequenti i segnali che fanno dell'Africa il nuovo Eldorado, caratterizzato da risorse naturali sottosfruttate, manodopera a basso costo e mercati ancora inesplorati.

A molti, poi, non è sfuggito un aspetto molto interessante, il quale contribuirà di certo a catalizzare ulteriormente l'attenzione internazionale sul continente, ovvero l'espansione del ceto medio.

A partire dal 2000, i Paesi appartenenti  ai gruppi Africa, Asia-Pacifico e Medio-Oriente sono caratterizzati da un tasso di crescita del PIL reale superiore a quello delle economie avanzate, tendenza che è rimasta invariata anche nel periodo della crisi economica (Figura 1). In particolare, il continente africano è quello che si è mostrato più resiliente, mantenendo un tasso di crescita superiore a quello delle altre regioni nel periodo 2011-2012. Questo andamento positivo si rifletterà anche nei prossimi anni, come dimostrano le previsioni per il periodo 2013-2017: ben 11 dei Paesi che cresceranno maggiormente sono collocati in Africa. trascinati in particolar modo dalla crescita della domanda di materie prime e dalla dinamicità di settori come le telecomunicazioni ed il turismo e favoriti dalla posizione più marginale nell'ambito dei mercati finanziari e delle piazze commerciali internazionali.

Inoltre, sebbene siano ancora numerose le sfide da affrontare, notevoli miglioramenti si sono registrati in ambiti che in passato hanno contribuito a frenarne la crescita, tra cui l'istruzione, la lotta alla corruzione e all'AIDS.

Il tasso netto di iscrizione alla scuola primaria per l'Africa (Figura 2) è passato dal 64% nel 2000 all'84% nel 2009.
La maggior parte dei Paesi africani ha fatto notevoli progressi ed é sulla buona strada per raggiungere l'Obiettivo di Sviluppo del Millennio relativo all'istruzione universale entro il 2015.
Tra i 35 paesi africani di cui si possiedono i dati per il 2009, 17 presentano un tasso superiore al 90%, mentre Algeria, Burundi, Egitto, São Tomé e Príncipe, Tanzania, Togo e Tunisia hanno già raggiunto o superato l'obiettivo minimo del 95% prima della scadenza prevista per il 2015.
Tuttavia, sono ancora numerose le sfide che rimangono da affrontare, relative in particolare al tasso di completamento degli studi, al tasso di iscrizione alla scuola secondaria e all'università, nonchè alla qualità della didattica e alla parità di genere.

La classifica stilata annualmente da Transparency International permette di individuare il livello di corruzione percepita a livello nazionale.
E' interessante notare come siano numerosi gli Stati africani (Figura 3) ad avere conseguito un buon risultato: Botswana (30), Capo Verde (39), Mauritius (43), Ruanda (50), Seychelles (51), Namibia (58), Ghana e Lesotho (64), Sudafrica (69) e São Tomé ricoprono posizioni migliori rispetto all'Italia (72) !Sebbene molti Paesi abbiano livelli di corruzione percepita ancora decisamente elevati, molti miglioramenti si sono registrati rispetto al 2011. Tra questi, i più rilevanti sono stati in Burkina Faso (+17), Costa d'Avorio (+24), Kenya (+15), Liberia (+16), Mauritania (+20), Niger (+21), São Tomé e Principe (+28), Senegal (+18) e Togo (+15).

Infine, il grafico della Figura 4 mostra la variazione percentuale delll'incidenza dell'HIV. Dai dati, appare chiaro come da diffusione del virus dell'AIDS sembra aver vissuto un deciso rallentamento: l'indice che indica il numero dei nuovi casi, infatti, si è ridotto del 21% nel complesso, raggiungendo la quota di 1,9 milioni di individui rispetto ai 2,6 milioni del 1997. Le riduzioni più consistenti si sono registrate in 21 Paesi, soprattutto in quelli caratterizzati finora da un elevatissimo numero di affetti, quali Etiopia, Nigeria, Sudafrica, Zambia e Zimbabwe.
Risultati incoraggianti sono stati ottenuti finora anche nella battaglia alla malaria e alla tubercolosi.

Questi sono solo alcuni degli elementi che hanno fatto sì che l'Africa entrasse in un periodo di trasformazione del proprio tessuto sociale
Pur rimanendo ancora caratterizzata da forti diseguaglianze sociali ed economiche, con potere e ricchezza concentrati nelle mani di una ristretta élite e ampi strati di popolazione privati dell'accesso anche ai servizi di base, secondo la Banca Africana di Sviluppo (AfDB) nel 2010 il ceto medio costituiva il 34% della popolazione africana (circa 350 milioni di persone), con un incremento nell'ultimo trentennio superiore al tasso di crescita della popolazione.

 

 

L'indice di Gini permette di misurare la diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza: può assumere valori compresi tra 0 (equidistribuzione del reddito tra tutti gli individui) e 1 (concentrazione del reddito nelle mani di un solo individuo).
I valori presenti nella mappa (Figura 5) appartengono al periodo 1994-2009 e rappresentano chiaramente come la distribuzione del reddito sul continente sia piuttosto disomogenea, con diseguaglianze concentrate soprattutto nell'Africa meridionale.

A prova di tale fenomeno si pensi, ad esempio, che nel 2008, circa 100.000 africani (pari circa allo 0,1% della popolazione!) avevano un patrimonio netto di $ 800 miliardi, corrispondente al 60% del PIL dell'Africa o all'80% di quello dell'area sub-sahariana.

Le proiezioni per il prossimo decennio appaiono altrettanto positive: è previsto un ulteriore incremento del numero di nuclei famigliari appartenenti alla classe media africana, i quali, una volta soddisfatti i bisogni fondamentali, avranno a disposizione parte del reddito da dedicare a spese discrezionali (Figura 6).
Tuttavia, tale categoria poggia su una porzione decisamente importante costituita dalla cosidetta floating class (reddito compreso tra $2 e $4 al giorno), ovvero da individui le cui condizioni economiche non sono stabili e che pertanto sono esposti al rischio di scendere al di sotto della soglia di povertà.

Entro il 2020, si stima che più della metà delle famiglie africane avrà un reddito discrezionale (Figura 7), fino ad arrivare a 1 miliardo di individui nel 2050.
L'Africa costituisce uno dei mercati di consumo più dinamici, con tassi di crescita due o tre volte superiori rispetto a quelli di alcuni Paesi OCSE.
Nel 2008 le famiglie africane hanno speso 860 miliardi di dollari, più di quanto non abbiano fatto altri Paesi come Russia o India.

La possibilità di disporre di una parte del proprio reddito da dedicare ad attività non strettamente "di sussistenza" fa del mercato africano un obiettivo decisamente interessante agli occhi di produttori ed investitori internazionali. La futura domanda di beni e servizi proveniente dall'Africa, infatti, potrà offrire una vera e propria boccata d'ossigeno per il settore produttivo, provato dalla saturazione in alcuni settori e dalla crisi finanziaria che ha colpito i Paesi sviluppati e non solo.
Si stima, ad esempio, che nel 2020 i beni di consumo, le risorse naturali, l'agricoltura e le infrastrutture offriranno opportunità di investimento in Africa per un valore superiore a 2,6 milioni di miliardi, mentre la spesa per consumi raggiungerà il livello di 2,2 milioni di miliardi nel 2030!

Questo fenomeno è già testimoniato dalla crescita di settori quali le vendite all'ingrosso e al dettaglio, i trasporti, le telecomunicazioni e il settore manifatturiero.
Non e' un caso che alcune delle più importanti multinazionali se ne siano già accorte e abbiano iniziato ad espandere il loro mercato anche sul suolo africano.

Si va dall'industria alimentare, per molti aspetti ancora territorio inesplorato dagli investitori stranieri ma su cui stanno puntando colossi come Yum! Brands (detentore dei marchi KFC e Pizza Hut), al settore turistico, con le catene alberghiere internazionali che prevedono di aprire circa 208 resorts nuovi di zecca nel continente, per lo più concentrati in Nigeria, Egitto, Marocco (Figura 8). Rispetto ad altre regioni, frenate dalla crisi finanziaria, l'Africa ha vissuto nel 2012 un incremento sia del numero di strutture alberghiere (+31%), sia del numero delle stanze (+21%) in cantiere.

Ai primi posti delle catene alberghiere che stanno conducendo progetti di costruzione si trovano colossi quali Accor, Hilton o Kempinsky, ma anche realtà locali, come la zimbabweana African Sun.
Non mancano poi le iniziative avviate da imprenditori africani, come nei casi di Safaricom (telecomunicazioni), Nando's (alimentare), Ecobank o United Bank of Africa (settore bancario).

La crescita del ceto medio è sicuramente una buona notizia per il continente, in quanto esso costituisce il tassello di congiunzione tra la ristretta classe dirigente e l'ampia fascia di popolazione che ancora si trova a vivere in condizioni di povertà. Sarà compito delle autorità locali ed internazionali adottare strategie finalizzate a garantirne la dinamicità, affinché si possa ridurre quel divario sociale ancora troppo forte in Africa.

                                                Chiara Gonella

                    

 

                                    

 

                                               

 

                                

                              

                                                

            

 

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