Non si parla spesso del Sud America in relazione alla crisi che l’economia mondiale sta attraversando. Non è la regione in cui la crisi ha avuto origine, non ha nazioni comparabili, in quanto a crescita o potenza politico-economica, alla Cina o all’India, e non ci sono forti flussi di investimenti in arrivo dall’Italia (come nel caso dei Paesi est-europei).
E, infine, il Sud America ha subito la crisi con meno violenza (Figura 1) rispetto ad altre aree geografiche; proprio questo fatto, però, determina alcuni elementi di interesse anche per noi europei.

La Spagna ha molti rapporti economici con il Sud America. E molte imprese spagnole riescono a bilanciare parzialmente gli effetti della crisi (che ha colpito in modo particolarmente forte la penisola iberica) grazie alla diversificazione su questi mercati. Effetto sul quale non hanno potuto contare le imprese italiane, che hanno maggiori rapporti con i paesi dell’Est Europa, che stanno attraversando un particolare momento di difficoltà congiunturale.

Le economie del Sud America hanno subito gli effetti della crisi, sia in termini di minori afflussi di capitale sia in termini di minori esportazioni in seguito alla diminuzione della domanda globale.
Le finanze pubbliche di questi paesi, però, hanno subito meno tensioni finanziarie e il fatto di essere meno legate ai sistemi finanziari dei paesi sviluppati ha protetto, in qualche modo, queste economie dagli effetti dello shock dei mercati finanziari.

La crisi ha avuto effetti diversi a seconda della reputazione e delle condizioni economiche pre-crisi dei diversi Paesi.
Il costo del debito è cresciuto sostanzialmente per le nazioni che negli anni precedenti erano state meno virtuose: Argentina, Ecuador e Venezuela; ma è rimasto sostanzialmente basso, secondo le stime di Aprile 2009 del Fondo Monetario Internazionale,  per paesi come il Brasile, il Cile, la Colombia, il Messico e il Perù.

La crisi delle altre economie avanzate ha fatto diminuire drasticamente le esportazioni e i flussi turistici, fonte di reddito importante per alcuni dei Paesi della zona; ma, secondo le stime del FMI il PIL della regione è destinato a diminuire di un 1,5% nel 2009, mentre è previsto un lieve incremento nel 2010. Il che rappresenta un risultato negativo ma non pessimo in confronto alla media dei Paesi sviluppati (Figura 2).

Cosa ha permesso alla regione, nel suo complesso, di attutire gli effetti della crisi? Innanzitutto il tasso di cambio, con la svalutazione di alcune delle valute, ha mitigato gli effetti del calo della domanda internazionale. Alcuni Paesi meno indebitati verso l’estero (Brasile, Cile, Messico e Perù), hanno attuato pacchetti anti crisi che potrebbero dare effetti positivi. Il sistema bancario dell’area appare in molti casi ben regolato, le finanze pubbliche in un relativo stato di salute e il debito di molti Paesi si è ridotto negli anni passati, permettendo un margine di intervento nel periodo della crisi.


 

 

Il Brasile, principale economia del continente sud-americano, ha subito gli effetti della congiuntura, ma secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale riprenderà a crescere a partire dal 2010 (Figura 3).

Possiamo dire che il Sud America abbia superato, sia pur con le normali difficoltà del caso, lo shock? È ancora troppo presto. In particolare, alcuni Paesi soffrono per ragioni specifiche:

· Il Messico, che ha maggiori legami economici con gli Stati Uniti, ha subito pesantemente gli effetti delle difficoltà dei “vicini di casa”;

· Il Venezuela, la cui economia fa un largo affidamento sull’esportazione di petrolio, patisce per il calo dei prezzi del petrolio stesso, fino a pochi mesi fa ai suoi livelli massimi;

·  I Paesi più dipendenti dal turismo (Antigua e Barbuda, Bahamas, Barbados e Jamaica) dovranno scontare la crisi del settore causata dalla crisi economica;

· L’Ecuador, che ha appena riconfermato alla presidenza l’economista Rafael Correa, deve fronteggiare seri problemi economici e finanziari.

Secondo il FMI il rischio di un prolungato rallentamento dell’afflusso di capitali dai Paesi avanzati rischia di provocare un maggior rallentamento di queste economie e un ulteriore crollo dei prezzi dei beni sui mercati internazionali avrebbe effetti negativi su crescita ed esportazioni di molte nazioni sudamericane (Figura 4).
Potrebbe pertanto essere necessario sostenere il credito concesso dalle banche domestiche per fronteggiare la diminuzione dei capitali di provenienza estera ed evitare un vero e proprio credit crunch. Inoltre, in alcuni Paesi con elevati debiti esteri potrebbe diventare estremamente difficile intraprendere azioni di politica fiscale espansiva.

Un ruolo importante potrebbe arrivare dal Fondo Monetario Internazionale stesso, attraverso le linee di credito flessibili concesse (il Messico ne ha già fatto uso).

Luci ed ombre, quindi, si alternano sullo scenario economico sudamericano. Come evidenziato da The Economist (“That Fragile thing: a good reputation”, 2-8 maggio 2009) i governi della regione non dovranno cedere alla tentazione di fronteggiare la crisi mettendo a repentaglio la propria stabilità finanziaria e la reputazione duramente guadagnata nel corso degli ultimi anni. Perché ciò rappresenterebbe vincere (forse) una battaglia perdendo la guerra.

                                          Gabriele Guggiola

 

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